1.1 Pio VI contro la libertà
Alla vigilia del 1789 la società francese era ancora suddivisa secondo il tipico sistema medievale, ossia in tre «ordini» o «stati» ben definiti: il Clero, la Nobiltà, e il resto del Popolo, altrimenti detto «Terzo stato». Si pensi solo che a quell'epoca le prime due "classi" della società francese messe insieme contavano meno di mezzo milione di individui, su una popolazione totale di circa ventisette milioni di abitanti. Il Clero da parte sua godeva di grandi privilegi, soprattutto perché aveva la funzione di legittimare, o per così dire certificare il potere regio, il quale si fondava appunto sulla "volontà di Dio" piuttosto che su quella del Popolo. Così ogni istituzione ecclesiastica, - monasteri, conventi, vescovadi - deteneva il possesso di enormi proprietà terriere, lavorate in regime di servitù feudale dai contadini che vi risiedevano. Ma non solo costoro, in quanto proprietari della terra, si appropriavano altresì del prodotto di quel lavoro, bensì nemmeno pagavano un centesimo di tasse, e per di più avevano anche il diritto di riscuotere dai contadini stessi un decimo del loro reddito già di per sé miserabile. Ma i privilegi dei preti non erano solo economici. Essi disponevano infatti anche di propri tribunali, dove in piena autonomia processavano e giudicavano se stessi; per non dire del monopolio in materia di istruzione che detenevano a tutti i livelli, e che a quei tempi voleva dire la formazione non solo dei preti stessi, bensì anche di tutta la "classe dirigente" aristocratica. I nobili erano anch'essi proprietari fondiari, fiscalmente privilegiati da tasse irrisorie che pagavano al Sovrano, mentre riscuotevano i loro diritti signorili dai soliti contadini poveri e tartassati. Inoltre esercitavano la giustizia sui propri territori, ed erano loro riservati i maggiori gradi dell'esercito e le massime cariche dello Stato. Tra i ranghi del Terzo stato-strato popolare rientravano invece i restanti circa venti milioni di contadini, che occupavano il gradino più basso della scala sociale, seguiti a salire da semplici lavoratori manuali, piccoli commercianti, artigiani, professionisti, intellettuali, imprenditori, grandi mercanti e per finire grandi banchieri. Era dunque assai variegata la stragrande maggioranza della popolazione che costituitiva la "terza classe" della società francese all'imminenza della Rivoluzione. Per forza, il Terzo stato comprendeva indifferentemente tutti gli uomini che non erano né preti né nobili. C'era in tal senso una sorta di uguaglianza che equiparava i membri appartenenti allo stesso "ordine" sociale, tale per cui essi potevano essere "ugualmente" uomini sia i contadini di campagna che al massimo appunto i banchieri di città.
Ora, di fronte ad una situazione di tale sfrontata e secolare ingiustizia, con le finanze pubbliche ridotte all'osso, la crisi economica che aggravava sempre più la condizione dei ceti più poveri, e il Re che faceva la bella vita a Versailles, non c'è da stupirsi di quello che poi è successo. Sebbene poi certamente quando i disordini sono scoppiati, in quel fatidico 14 Luglio dell'89, nessuno poteva sapere dove avrebbero portato gli eventi. Comunque la parola d'ordine su cui all'inizio tutti gli esponenti del variegato Terzo stato convenivano era una sola, semplice e chiara: abolizione dei privilegi.
La Chiesa francese fu così fatalmente, immediatamente ed unanimemente presa di petto. Veramente già a partire dalla metà del Settecento su mezza Europa era soffiato un vento riformatore, grazie alle nuove idee filosofiche che avevano sensibilizzato i Sovrani verso il cosiddetto "dispotismo illuminato", che portò al varo di nuove leggi rivolte in primo luogo proprio a rivedere il ruolo preponderante che la Chiesa cattolica ancora ricopriva all'interno della società. E guarda caso le riforme più significative in tal senso si ebbero proprio nei domini italiani sotto il giogo straniero, come il Granducato di Toscana, la Lombardia, il Ducato di Parma e il Regno di Napoli. L'obiettivo principale comune era sempre l'attacco ai possedimenti terrieri degli enti ecclesiastici, specialmente quelli in mano ai conventi e agli ordini mendicanti, che ormai da un pezzo erano tali più solo di nome, e invece assai ricchi di fatto. La politica adottata fu semplice e drastica: decreti di scioglimento degli ordini e confisca dei beni che finivano nazionalizzati, così che stuoli di monaci, frati e suore si trovavano in mezzo alla strada da un giorno all'altro. In alcuni casi si adottarono anche misure di ingerenza negli affari interni della Chiesa, come l'imposizione della preventiva autorizzazione dello Stato alla pubblicazione dei documenti pontifici o alla nomina dei Vescovi. In tutta l'Europa cattolica vi fu poi la clamorosa espulsione dei Gesuiti, l'ordine politicamente e culturalmente più potente di cui la Chiesa disponeva, ma che pure si vide alla fine costretta essa stessa, di fronte alle crescenti pressioni, a decretare lo scioglimento della Compagnia nel 1773. Inoltre in Austria furono abolite le discriminazioni nei confronti degli Ebrei, proclamata la tolleranza religiosa e consentito il matrimonio civile, nonché il divorzio, fra cattolici e non. Infine a Parma e nel Regno di Napoli vennero fondate scuole pubbliche laiche che per la prima volta facevano concorrenza a quelle ecclesiastiche tradizionali.
Insomma, già immediatamente prima della Rivoluzione francese, e sebbene per mezzo di per così dire pacifici provvedimenti legislativi, i privilegi fiscali, economici e giuridici del Clero avevano subìto un duro colpo, la cui forza dirompente deflagrò però solo con la sommossa popolare di Parigi. Il primo documento pontificio che si riferisce a tali eventi è la Lettera enciclica Quod aliquantum di Pio VI. Pubblicato nel Marzo del 1791, a meno di due anni dalla Presa della Bastiglia, questo testo rivela fatalmente il pieno dei fermenti rivoluzionari, vissuti dalla Santa Sede, proprio come dalla Monarchia e l'aristocrazia francese, in modo assai drammatico. Oggetto dell'Enciclica è la Costituzione civile del Clero, una legge in materia religiosa promulgata otto mesi prima dal nuovo Governo rivoluzionario francese. Un provvedimento che in pratica sovvertiva quelli che erano stati fino allora i tradizionali rapporti tra Stato e Chiesa, appunto con l'irruzione del «civile» nell'amministrazione delle "cose sacre". Veramente dei provvedimenti in questo senso, e anche pesanti, c'erano già stati l'anno prima ancora, quello stesso in cui la Rivoluzione era scoppiata. Con l'abolizione del regime feudale era infatti venuto meno uno dei privilegi cardini della Chiesa medievale, il pagamento della decima che ogni contadino era tenuto a prestarle. Cui seguì la nazionalizzazione, ossia l'espropriazione degli assai cospicui beni immobiliari, con la soppressione di monasteri, ordini e congregazioni, sia maschili che femminili. Ora con la nuova legge si imponeva la riduzione di quasi un terzo delle sedi vescovili, insieme alla chiusura di molte parrocchie; ma soprattutto ogni prete, di qualsiasi grado fosse, fu ridotto in pratica a funzionario statale, eletto dal Popolo e regolarmente stipendiato dalla Repubblica. Per finire, nel Gennaio 1791, un mese prima del primo pronunciamento del Papa, si arrivò all'obbligo per tutti gli esponenti del Clero di prestare un giuramento di fedeltà al nuovo Stato, senza del quale sarebbero incorsi nel licenziamento.
Senza scendere nei dettagli per così dire tecnici delle obiezioni sollevate dal Pontefice contro questo provvedimento, rivoluzionario nel senso letterale del termine, esponiamo quei punti dove egli si pronuncia sul merito dei princìpi liberali in quanto tali. Dei quali è inutile dire da lui rifiutati in blocco, e senza mezze parole. L'esordio è quello di un uomo quasi incredulo, che confessa l'«immenso e inconsolabile dolore» per ciò che stava accadendo, acuito dal fatto che le preghiere recitate affinché i «nuovi legislatori» tornassero sui loro passi erano andate a vuoto. Sembrava non esserci proprio niente da fare per opporsi all'onda rivoluzionaria, e lo stesso Luigi XVI, che il Papa definisce «carissimo Nostro Figlio in Gesù Cristo il Re Cristianissimo Luigi», lo scongiurava di approvare il provvedimento che già lui stesso era stato costretto a sottoscrivere. Ma a tale per quanto autorevole richiesta Pio VI risponde con un quesito che taglia corto: «quale mai giurisdizione possono avere i laici sulle cose ecclesiastiche, al punto che gli Ecclesiastici debbano assoggettarsi ai loro decreti?»; ossia, come può un Papa, che detiene «un potere soggetto a nessun altro della terra», e che come tale garantisce altresì ogni altro potere costituito, sottostare e obbedire a chicchessia? Non a caso nell'epoca delle monarchie assolute quella di Roma è la più assoluta di tutte, ed è la sola ad essere rimasta tale ancora oggi. Inoltre incontriamo qui una concezione che sarà ripetuta assai spesso anche in seguito, quella della santa alleanza tra il trono e l'altare, della loro legittimazione reciproca, tanto che le sorti dell'uno e dell'altro vanno a braccetto. Il Pontefice non ci gira intorno, osservando come quel provvedimento del nuovo Governo francese non abbia che uno scopo: «l’abolizione della Religione Cattolica e, con questa, anche dell’ubbidienza dovuta ai Re».
Ma che cos'è alla fine che fa tremare e anche rischiare il crollo dell'intero edificio sociale e politico che aveva funzionato così bene per tanti secoli? La libertà! Ecco la causa di tale terremoto, per evitare il quale non si può far altro che cercare di arginarne la propagazione in modo da contenerne gli effetti disastrosi. E da dove sbuca fuori questa idea? Dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo (1789), il cui primo articolo recita appunto: «Gli uomini nascono e vivono liberi e uguali». Cosa che per il nostro Pio è proprio inconcepibile. Prima di tutto è la libertà in materia religiosa che egli ritiene impossibile, come se ognuno potesse a propria discrezione pensare, dire o scrivere ciò che vuole, senza nessuno che lo possa impedire. Ma poi è il principio stesso della libertà in quanto tale che egli non riesce a digerire: «quale stoltezza maggiore può immaginarsi quanto ritenere tutti gli uomini uguali e liberi?». Piuttosto la libertà, quand'anche ne fosse ammessa l'esistenza, andrebbe in ogni caso limitata e frenata, quasi fosse un vizio, proprio come ha fatto Dio già con Adamo, proibendogli di mangiare la mela. Perciò, a quel presunto «diritto immutabile della natura» che i Francesi pretendono di attribuire ad ogni uomo, il Pontefice contrappone il «diritto del Creatore» e di chi per lui è delegato a dettare i precetti su cosa gli uomini possono o non possono, devono o non devono, dire, fare e pensare.
Altro argomento portato avanti dal nostro Autore a sostegno della sua tesi è quello relativo alla necessaria socialità degli uomini, i quali sono naturalmente costretti a vivere insieme proprio per il bisogno che hanno gli uni degli altri. E dato che le cose stanno così ne segue che ogni uomo ha un dovere fondamentale: «è necessario che fin dal principio del suo vivere egli stia soggetto ai suoi maggiori». Proprio come se la Rivoluzione non fosse in pieno svolgimento, Pio VI insiste sulla necessità che in società ciascuno stia al suo posto, chi sopra e chi sotto, esattamente com'era nell'Ancien Régime, il quale non a caso garantiva l'ordine sociale. La conclusione è che l'inevitabile e indispensabile soggezione degli uomini gli uni agli altri «prova ad evidenza essere vana e falsa quella così vantata eguaglianza fra gli uomini, e la libertà». Di più, affinché la pacifica convivenza civile potesse procedere indisturbata, fu necessario istituire i governi e le leggi, ossia la «suprema potestà dei Regnanti», alla quale tutti i santi hanno sempre imposto di obbedire senza condizioni. Per un semplice motivo, che il potere politico «non deriva tanto da un contratto sociale, quanto da Dio stesso, autore del retto e del giusto». Alla fine, per confutare la dottrina liberale dei filosofi illuministi di Sei e Settecento, sul potere che, affinché sia legittimo, deve scaturire da un contratto tra gli uomini, il nostro Pio se la sbriga con una citazione dell'apostolo Paolo, scritta duemila anni prima. Un passo comunque degno di nota: «Ogni uomo stia soggetto alle Potestà superiori; perché non v’è Potestà che non provenga da Dio, e quelle Potestà che sono qui in terra sono da Dio ordinate. Perciò chi resiste alla Potestà resiste all’ordine di Dio; e coloro che vi resistono si tirano addosso la dannazione» (Lettera ai Romani, cap. 13). Anche questo ripetuto con insistenza da quasi tutti i successori di questo Papa.
Ecco insomma con quali argomenti Pio VI pensava di confutare tale «così assurda invenzione di libertà» che i nuovi filosofi e il Governo rivoluzionario francese andavano predicando. La cui fallacia è confermata anche dal fatto che un simile «stolto pensiero» era sostenuto altresì dagli odiati Protestanti, Lutero in testa. Ed effettivamente costui aveva contribuito in modo decisivo alla genesi e affermazione dell'idea di libertà, paradossalmente al tempo stesso in cui negava recisamente il «libero arbitrio» dell'uomo ai fini della propria salvezza. Per la dottrina protestante, infatti, se da un lato la sorte degli uomini è predestinata dalla sola "grazia" di Dio, indipendentemente dalle opere compiute; dall'altro, proprio contro il centralismo rigidamente gerarchico di Roma, rivendicava il diritto per tutti al libero esame delle Scritture, che alla fine voleva dire libertà di coscienza e di religione. Concezione pericolosamente eversiva per la Chiesa, perché rendeva superflua la funzione di mediazione del Clero tra Dio e gli uomini, e contro la quale si scaglieranno infatti quasi tutti i Papi che incontreremo. Comunque, fin da questo primo testo emerge già chiaramente come la posizione della Chiesa di fronte agli incombenti eventi rivoluzionari sia più di difesa che non di contrattacco, un tentativo di restaurazione per così dire anticipata, che semplicemente rifiuta l'irrompere degli avvenimenti storici, reagendo e ragionando proprio come se non stessero accadendo. Un tentativo però vano, proprio come sarà quello della Restaurazione post napoleonica; perché, nonostante la sua tenacia, alla fine anche un'istituzione millenaria dovrà riconoscere che il corso della Storia non si può arginare, né tantomeno far tornare indietro.
1.2 Pio VII e Napoleone
L'irrompere del condottiero francese sulla scena della Storia provocò lo stravolgimento dell'intera Europa, ma il piccolo Stato Pontificio è forse quello che ne risentì più di tutti. Gli eventi accaduti furono così gravi da far passare alla Chiesa di Roma uno dei periodi più bui della sua vicenda millenaria. Com'è noto a partire dal 1796 Napoleone scese in Italia su mandato del Governo francese, avanzando e fondando una Repubblica dietro l'altra nei territori man mano conquistati. Per quanto riguarda i domìni ecclesiastici, subito invase e occupò la parte romagnola dello Stato Pontificio, annettendola alla neonata Repubblica Cisalpina. Roma venne invece presa di mira la prima volta agli inizi del 1798. Occupata e saccheggiata dalle truppe francesi, fu dichiarato decaduto il potere temporale del Papa e proclamata la Repubblica romana, al motto di: «Solo il popolo è sovrano». All'anziano Pio VI toccò di abbandonare la città e morire l'anno dopo in esilio. Ma anche la nuova Repubblica ebbe vita breve, sciolta dai Borbonici napoletani nel Settembre 1799, arrivati a Roma dopo che i Francesi avevano abbandonato la città.
A questo punto entrava in scena il nuovo Papa Pio VII, eletto a Venezia nel Marzo 1800, il cui pontificato sarà segnato proprio per il suo controverso rapporto con Napoleone. Ebbene già il 15 Maggio di quell’anno, prima ancora di rientrare a Roma, il nuovo titolare della Cattedra di Pietro pubblicò un'Enciclica, Diu satis, nella quale si soffermava proprio sui guasti provocati dalla Rivoluzione. Qui le nuove idee erano definite senza mezzi termini una «pestifera infezione di falsa filosofia», tendente soltanto a sovvertire i princìpi della vera religione, nonché «rovesciare le istituzioni pubbliche e private e mettere sottosopra tutti i diritti umani e divini». Poi se la prese con il «mortale flagello dei libri», quelli eterodossi naturalmente, il cui potere malefico poteva essere estirpato solo con il fuoco che li avesse distrutti. Finché arrivava al sodo della questione, raccomandandosi ai suoi: «Su questo punto, Venerabili Fratelli, non possiamo chiudere gli occhi, né tacere, né essere troppo indulgenti: se infatti non è frenata e repressa così grande libertà di pensiero e di parola, di leggere e di scrivere, (...) il male che da così lungo tempo ci affligge (...) dilagherà di più e acquisterà forza abbracciando tutta la terra». Ovviamente quella repressione andava fatta per il bene delle «pecore di Cristo». Infatti, a fare da contrappunto alla malsana libertà di espressione per chiunque, si ergeva la Chiesa e la «sua libertà» di legiferare, che gli uomini di potere erano tenuti a salvaguardare prima di tutto, prima dei loro stessi interessi. Pio VII puntava molto sull'aiuto dei «re cristiani» per il ristabilimento dell'ordine. Egli evidentemente non poteva ancora nemmeno immaginare quello che gli stava per accadere con Napoleone, e pensava anzi agli esempi dei «grandi Costantino e Carlo». Così, con un tono piuttosto ottimistico, si rivolgeva indirettamente ai "Grandi" della Terra del suo tempo: «la loro pia devozione, la loro giustizia e sapienza e fede, Ci danno tanta speranza e destano in Noi una così fiduciosa aspettativa, che riteniamo cosa sicura che essi faranno in modo che siano restituite immediatamente "a Dio le cose di Dio"». Compresi i beni sequestrati, ovviamente. Per finire, il rammarico suscitato dai «figli» che si erano fatti travolgere dalla «furente pazzia» rivoluzionaria, insieme all'elogio per coloro che vi avevano resistito.
Come si vede, rispetto al suo predecessore il tono non è nuovo. E però la figura di questo Papa un po' si distingue, e non tanto per il suo essere stato in gioventù un simpatizzante illuminista e democratico, quanto per ciò che ha dovuto subire e per il contegno che comunque ha tenuto da un certo punto in poi dell'epopea napoleonica. Personaggio assai ambiguo, Napoleone, un voltafaccia da cui guardarsi bene; basti solo pensare al dettaglio che fu prima Presidente della Repubblica italiana (1802) e poi Re del Regno d'Italia (1805). Quello stesso che con il pretesto di esportare gli ideali rivoluzionari di cui si spacciava come erede e divulgatore, finì per farsi proclamare Imperatore. Ebbene il confronto fra i due personaggi iniziò nel 1801 con la stipula di un Concordato tra Santa Sede e Repubblica sulla Chiesa francese, assai compromettente per il Pontefice, sebbene non avesse scelta. In particolare dovette consentire la nomina dei Vescovi a Napoleone, con tanto di giuramento di fedeltà allo Stato e con la ratifica solo successiva del Papa; la perdita definitiva dei beni confiscati, con la conseguente dipendenza del Clero dallo stipendio statale; nonché l'accettazione del principio della tolleranza religiosa, secondo il quale quella cattolica era definita la religione della maggioranza dei Francesi, ma non la religione di Stato. In cambio Pio VII ottenne l'abolizione di tutte le misure restrittive contro la libertà del culto cattolico, la rimozione dei Vescovi che avevano aderito alla Costituzione civile del Clero, e la nomina dei parroci assegnata ai Vescovi. La fase critica post rivoluzionaria era superata, ma certo non senza un alto prezzo per la Chiesa. Seguì nel 1803 il Concordato tra Santa Sede e Repubblica italiana presieduta da Napoleone, questa volta più favorevole al Papa. Almeno nel senso che quella cattolica veniva riconosciuta religione di Stato, era aggiudicata alla Chiesa la giurisdizione sui Seminari, e veniva proibito parlare o scrivere male di religione. Mentre rimaneva la nomina dei Vescovi a Napoleone, con tanto di giuramento nelle sue mani, insieme alla perdita definitiva dei beni confiscati in precedenza.
Nel 1804 il primo incontro diretto tra i due personaggi. Il Papa decise di recarsi personalmente a Parigi per presenziare all'incoronazione di Napoleone a Imperatore dei Francesi. Lo fece di testa sua, contro il parere della Curia, perché era la prima volta nella Storia che fosse il Papa a muoversi per occasioni del genere. Egli sperava in buona fede di migliorare i rapporti, e credeva si potessero rinverdire gli antichi fasti dell'alleanza tra il trono e l'altare. Ma restò profondamente deluso, perché si rese presto conto che a Napoleone interessava solo la sua ambizione di dominare il mondo, in vista della quale non guardava in faccia niente e nessuno, tantomeno il Pontefice, trattato anch'egli come un mezzo tra gli altri. Finché Pio VII si irrigidì, rifiutando ogni pretesa dell'Imperatore di assecondare le sue ambizioni, nonché condannando tutte le sue iniziative per così dire blasfeme, come l'introduzione del divorzio civile, l'istituzione della festa di san Napoleone il 15 agosto al posto dell’Assunzione, e l'imposizione di un Catechismo di Stato. Di fronte a tale fermezza il suscettibile Imperatore nel 1808 ordinò di occupare Roma, sebbene lasciando libero il Papa che si rinchiuse al Quirinale, e dichiarando l'anno dopo l'annessione dello Stato Pontificio all'Impero. Seguì la scomunica, anche se senza fare nomi, e quindi l'arresto del Papa, finito recluso a Savona, privato di ogni contatto con l'esterno. L'ultimo capitolo della dolorosa vicenda si consumò nel 1812, con la disposizione del trasferimento dell'anziano e malato Pontefice presso Parigi, a Fontainebleau, raggiunta con un viaggio massacrante di dieci giorni. Qui, dopo aver atteso per mesi il ritorno dell'Imperatore dalla Russia, ebbe un confronto serrato a faccia a faccia con lui, che si concluse nel Gennaio del 1813 con la firma di un documento noto come il "Concordato di Fontainebleau". Nel quale il Papa in sostanza cedeva su tutta la linea, riducendo sé stesso a semplice membro della Corte imperiale, in cambio della libertà e di una cospicua rendita. Sebbene pochi giorni dopo, oppresso dall'umiliazione di tali condizioni, scrisse una lettera a Napoleone dove ritrattava l'assenso che aveva dato. Ma ormai il tempo dell'Imperatore stava scadendo, così che nel Maggio 1814 Pio VII poté fare il suo ritorno trionfale a Roma.
Benché provato e ormai ultrasettantenne, però, la sua missione non era ancora conclusa. Egli visse infatti altresì i fasti della Restaurazione, tirando fuori quel tratto reazionario con cui aveva esordito già nella sua prima Enciclica. Egli pretese dal Congresso di Vienna la restituzione integrale dello Stato Pontificio, reclamato come condizione indispensabile allo svolgimento del suo ufficio religioso, e fu accontentato tranne che per la città di Avignone. Del resto il vento ideale che soffiava in Europa dopo la disfatta napoleonica era radicalmente cambiato, e l'auspicato ritorno all'Ancien régime medievale non poteva che essergli favorevole. Ora, alla concezione illuminista che vedeva nella ragione umana la protagonista della Storia, subentrò quella romantica, che attribuiva alla mano provvidenziale di Dio le redini di tutto quanto accadeva. Ai recenti princìpi di libertà, uguaglianza e democrazia, fu contrapposto il tradizionale fondamento religioso del potere politico assoluto dei Re, sanzionato dalla volontà divina e dal Papa, insieme alla legittima superiorità della classe aristocratica, senza l'ispirata guida della quale ai popoli non restava che sprofondare nell'abisso rivoluzionario. Ed è proprio per la salvaguardia e la "felicità" dei sudditi, o del gregge che dir si voglia, che Austria, Prussia e Russia costituirono quella Santa Alleanza che intervenisse a sedare eventuali disordini. Il cui breve Trattato parlava chiaro, dove si diceva esser stato stipulato «conformemente alle Sacre Scritture» dai «tre Principi alleati come delegati dalla Provvidenza a governare».
Intanto sul fronte della politica interna il Pontefice restaurato si distingueva per i provvedimenti adottati nel proprio Regno. A parte la soppressione di ogni traccia della legislazione napoleonica, furono reintrodotti i famigerati istituti dell'Inquisizione e dell'Indice dei libri proibiti, nonché ristabilita la Compagnia di Gesù che ne curava le mansioni; mentre gli Ebrei di Roma, che erano stati liberati dai Francesi, vennero di nuovo confinati nel Ghetto cittadino. Una politica reazionaria che sarà proseguita con ancora maggior vigore dal suo successore Leone XII, come vedremo.
Il Papa fece anche in tempo ad assistere ai moti del 1820-'21 scoppiati in Spagna e Portogallo, nonché in Italia, nel Regno delle Due Sicilie e in Piemonte, tutti accomunati dalla richiesta di una Costituzione liberale; sommosse che, sebbene soffocate nel sangue, certamente fecero tremare i polsi all'ordine costituito da Vienna. Quei fatti dimostravano infatti che l'anelito rivoluzionario non era affatto spento, che i progressi della Storia non potevano cancellarsi con un diplomatico tratto di penna, e soprattutto che stava emergendo l'esistenza di società segrete di ispirazione liberale, strutturate sul modello di quelle massoniche, capaci di guidare i popoli all'insurrezione. Non a caso uno degli ultimi atti del vecchio Pio VII fu una Bolla del 1821, Tanti e così fieri nemici, appositamente dedicata appunto alla condanna di tali organizzazioni eversive. Ebbene questi «fieri nemici», più che patrioti oppositori alla restaurazione dell'assolutismo, erano tacciati di perseguire la «distruzione» della Chiesa, sebbene la loro cospirazione fosse «non solo contro la Religione, ma anche contro la civile società». In particolare il Papa segnalava quell'associazione clandestina che «comunemente suole chiamarsi dei Carbonari», i cui membri non erano altro che «persone scaltrite, le quali vengono sotto vesti di agnelli, ma sono internamente lupi rapaci». Infatti dietro la propaganda di libertà e tolleranza si celava il vero obiettivo sovversivo di costoro: «l'indifferentismo religioso», ossia la negazione del primato della Chiesa romana, nonché la «rivolta» contro il sacro potere costituito dei Re. La conclusione era una condanna senza appello della Carboneria, insieme ovviamente alla proibizione di aderire ad essa, pena la «Scomunica» immediata. Con la stessa sorte che toccava anche a quelli che omettevano di «denunziare» ciò che sapevano in proposito, e quelli che leggevano o anche solo detenevano i libri «così detti Catechismi dei Carbonari». Ecco il per così dire testamento politico di un Papa che, morto nel 1823, ne aveva viste di tutti i colori, a quanto pare senza però che avesse imparato la lezione.
1.3 Leone XII e l'acuirsi della reazione
Se Pio VII con la sua politica aveva preteso di cancellare ogni traccia della bufera rivoluzionaria e napoleonica, proprio come se non ci fosse stata, c'è da dire che il suo successore Leone XII non gli è stato da meno. Anzi, pur avendo costui governato per soli sei anni, ha però lasciato il segno giusto per la sua politica oppressiva e ultrareazionaria. Tanto che per la sua zelante ma anacronistica azione di moralizzazione della vita pubblica con lui sembrò che a Roma fossero arrivati i "Talebani"! La galera fu prevista per chi non osservasse i precetti pasquali, e anche per coloro che fossero stati sorpresi a fare un qualunque tipo di gioco la Domenica e nei giorni di festa comandati. Pene severe anche per quelli che trasgredivano la proibizione di ballare il valzer, considerato osceno, oppure di indossare vestiti attillati per le donne, o anche solo di avvicinarsi troppo a esse per strada. Altro dettaglio curioso fu l'imposizione dei "cancelletti" agli ingressi delle osterie, in modo che gli avventori che compravano il vino non potessero entrare, ma dovessero andare a consumare la bevanda altrove. Per non dire della persecuzione contro gli Ebrei, acuita da tutta una serie di leggi antirazziali. Infine neanche con i liberali aderenti alle società segrete andò tanto per il sottile, facendoli uccidere non solo nei modi di esecuzione per così dire tradizionali, come l'impiccagione o la decapitazione, ma anche per squartamento e "mazzolatura", ossia a bastonate in testa. Mancava solo la lapidazione! Alla fine il Popolo romano ordì una congiura del silenzio nei suoi confronti, al contrario delle acclamazioni che era solito fare al passaggio dei Papi, sicché Leone finì per non uscire più dai suoi palazzi.
Anche la prima Enclica di questo Papa, Ubi Primum del 1824, è degna di menzione per il nostro argomento. Documento dove, nonostante la posizione di forza riconquistata, egli lamentava la gravità degli «infelici tempi» che la Chiesa stava attraversando. L'allarme non era cessato, gli attacchi proseguivano, e la Rivoluzione, strisciante e sotterranea, «non è la piccola scintilla che a malapena si vede quando si guarda, ma una fiamma che cerca di divorare tutta la terra, di distruggere le mura, le città, le foreste più vaste e tutte le contrade». In particolare il Pontefice se la prendeva con «una setta» pseudofilosofica che soffiava sulle «ceneri disperse» degli ideali rivoluzionari, specialmente quel «tollerantismo» indifferente alla sola e unica verità vera, quasi che tutte le religioni fossero ugualmente sullo stesso piano, così che ciascuno possa liberamente abbracciare quella preferita. Addirittura una tale «empietà di uomini deliranti» andava lasciando spazio alla professione di un «semplice deismo», una sorta di religione naturale che rendeva superfluo non solo l'insegnamento e l'apparato ecclesiastico, ma lo stesso Dio biblico tradizionale, minando definitivamente l'integrità della fede cattolica. La soluzione proposta al problema consisteva nel ribadire il concetto che «fuori della Chiesa non esiste salvezza», nonché nel soffocare quella «sfrenata licenza» di espressione che andava spargendo simili veleni.
Un'attenzione particolare era rivolta ad «una società volgarmente chiamata Biblica», sarebbe a dire quelle organizzazioni protestanti che sulle orme di Lutero traducevano la Bibbia latina nelle lingue volgari nazionali, in modo da renderla accessibile ad un pubblico più vasto. Ebbene il nostro Leone in una simile iniziativa non vedeva altro che una vera e propria corruzione e «interpretazione perversa» del testo sacro, per cui metteva in guardia i suoi su «quanto questa sottile invenzione possa nuocere alla fede e alla morale», esortandoli affinché i fedeli fossero tenuti alla larga da quei «libri perniciosi e contrari alla fede». Perché c'era il fondato motivo di temere che in quei testi «invece del Vangelo di Cristo si trovi il vangelo dell’uomo o, peggio ancora, il vangelo del demonio». Per non dire della malafede, dell'«empio proposito» di quei divulgatori, i quali non solo producevano e facevano circolare, ma anche distribuivano gratuitamente, «con perfida liberalità», i loro libri alla popolazione.
Per finire il solito richiamo alla necessità del principio di una stretta unione tra il trono e l'altare. Per prima cosa l'opinione del Papa era che «la vera origine di tutti i mali (...) va ricercata nell’ostinato disprezzo dell’autorità della Chiesa». E l'estrema gravità della cosa stava nel fatto che quell'autorità, da Pietro in poi, era stata «voluta direttamente da Dio stesso». Per questo non c'era verso di metterla in discussione, ma solo il dovere di rispettarla, nonché la certezza che non sarebbe venuta mai meno. Così il Papa esortava i suoi Vescovi a farsi forza, che le avversità non sarebbero riuscite a farli soccombere, e che anche i poteri forti erano dalla loro parte: «Voi avrete per voi – e Noi certamente confidiamo nel Signore – l’aiuto dei principi terreni, i quali, come lo provano la ragione e la storia, difendendo la propria causa difendono l’autorità della Chiesa. Infatti, non sarà mai possibile che si dia a Cesare ciò che è di Cesare, se non si dà a Dio ciò che è di Dio». Insomma, i Re avrebbero mantenuto saldi i propri troni solo a una condizione, e cioè finché i Papi avrebbero fatto altrettanto con il loro.
Il Pontificato successivo a questo, quello di Pio VIII, fu ancora più breve. Durò infatti meno di due anni, e il fatto che questo Papa fu eletto quasi settantenne, per di più con una salute malferma, dimostra che fu il Conclave a volere una soluzione provvisoria, di transizione come si dice. Rispetto al predecessore costui era certamente un personaggio più aperto, che si era distinto per il fermo rifiuto opposto al giuramento di fedeltà che Napoleone Re d'Italia pretendeva dai dignitari ecclesiastici. Episodio che gli costò la carcerazione in Francia, ma che in seguito gli fruttò altresì la nomina a Cardinale. Sono da segnalare anche alcune sue iniziative per così dire riformatrici all'interno dello Stato della Chiesa, come il contrasto a pratiche famigerate quali il nepotismo o l'uso disinvolto della polizia segreta. Fu pronto anche a riconoscere Luigi Filippo quale nuovo Re «borghese» e liberale dei Francesi, il che non era affatto scontato e dava la prova della sua capacità di rinnovamento e adattamento ai tempi nuovi.
Pio VIII scrisse anche un'unica Enciclica, Traditi humilitati, del 1829, dove però, come sempre quando si accede direttamente alle fonti, il carattere progressista di questo Papa viene piuttosto meno. Egli lamentava la sua tristezza per il fatto che, nonostante il periodo di pace che si stava attraversando, pure continuava la proliferazione «degli innumerevoli errori e delle dottrine perverse che combattono la fede cattolica»; e per di più, come se non bastasse, «non più in segreto e di nascosto ma con palese accanimento». Questi nemici della religione che si definiscono filosofi, e che sono in realtà «uomini scellerati», perseguono il loro deprecabile scopo ricorrendo a nient'altro che «fatui sofismi tratti da idee mondane», mentre «tutto ciò che riguarda la Religione è considerato come una vecchia favola e come vana superstizione». Per non dire della «turpe congiura dei sofisti di questo secolo», quelli che andavano predicando come una confessione religiosa valesse quanto un'altra, e che perciò giudicavano vana la conversione alla religione cattolica allo scopo di assicurarsi la salvezza. Su questo punto il Papa aveva le idee chiare, tanto che si affidava al «lume stesso della ragione naturale» per dimostrare l'insostenibilità dell'indifferentismo. Infatti è del tutto ovvio che «tra religioni discordanti se l’una è vera, l’altra è necessariamente falsa»; per cui, premesso e ammesso che «la Cattolica è la sola vera religione», vien da sé che tutte le altre sono irrimediabilmente false. Per questo è «un orrendo prodigio d’empietà» sostenere il contrario, perché ciò non vorrebbe dire altro che fare di tutta l'erba un fascio, ossia «attribuire la stessa lode alla verità e all’errore, alla virtù e al vizio, all’onestà e alla turpitudine». Seguiva l'esortazione ai Vescovi affinché vigilassero sul «letale veleno» sparso da quelle società bibliche protestanti che pubblicavano le traduzioni della Bibbia in lingue volgari, «distribuite gratuitamente dappertutto, con spese esorbitanti, anche ai più ignoranti», in modo che tutti potessero avervi libero accesso e comprendere cosa ci fosse scritto. Ebbene contro questa «grande iattura», contro questo «attentato alla fede», il Pontefice tentava di porre rimedio evocando nientemeno che le istruzioni del Concilio di Trento, il quale appunto proibiva operazioni di questo genere, attribuendo alla Chiesa il per così dire monopolio dei Testi sacri. Quindi toccava agli avversari politici, i patrioti per intenderci, «quelle società segrete di uomini faziosi che, nemici di Dio e dei Principi, sono tutti dediti a procurare la rovina della Chiesa, a minare gli Stati, a sovvertire l’ordine universale e, infranto il freno della vera fede, si sono aperti la via ad ogni sorta di scelleratezze». Contro costoro il Papa confermava le scomuniche già inferte dai suoi predecessori, e garantiva la sua zelante vigilanza personale affinché venisse distrutta quella «fetida empietà di uomini scellerati». Infine, dopo l'allarme sull'aumentata diffusione dei «libri funesti, mediante i quali l’insegnamento degli empi si diffonde come un tumore in tutto il corpo della Chiesa», come da copione l'appello ai "Grandi" della Terra: «Vogliano i potentissimi Principi, con il loro animo nobile ed elevato, favorire lo zelo e gli sforzi Nostri (...), in modo che con tenacia compiano quelle azioni che riescano utili e salutari alla Chiesa afflitta da tante calamità».
1.4 I moti del '30-'31 e Gregorio XVI
Il biennio 1830-'31 vedeva l'Europa attraversata da una nuova ondata rivoluzionaria. Rispetto ai moti di dieci anni prima era sempre la stessa ispirazione liberale che suscitava la ribellione, reclamando il costituzionalismo parlamentare contro l'assolutismo regio restaurato da Vienna; mentre ciò che cambiava erano i Paesi interessati, il successo del movimento di protesta in alcuni di essi, e soprattutto l'emergenza più chiaramente definita della rampante classe borghese e dei suoi interessi. Dal liberalismo filosofico e politico andava emergendo quel liberismo economico che di lì a poco avrebbe informato di sé l'intera società occidentale.
Ancora una volta era la Francia a fare da capofila agli avvenimenti. Qui già nel 1814 il restaurato Luigi XIII aveva concesso un Costituzione che, per quanto di fatto limitata, costituiva pur sempre il segnale di una politica all'avanguardia per l'epoca. Si trattava comunque ancora di una concessione dall'alto, e non di un diritto del Popolo, il quale infatti non l'aveva né scritta né approvata, ma solo ricevuta, una sorta di beneficio del benevolente Re, ancora espressamente «Sovrano per grazia di Dio» e non per altro. Tuttavia, sebbene ogni autorità risiedesse ancora in lui, egli istituì, accanto ad una Camera dei Pari di nomina regia, anche una Camera dei Deputati, i cui elettori ed eletti fossero i cittadini più facoltosi, in realtà meno di centomila in tutto il paese. Senonché alla sua morte, nel 1824, gli successe il fratello Carlo X, il quale inaugurò una politica ultrareazionaria che finì per dare fuoco alle polveri. Nel suo anacronistico tentativo di restaurare l'ormai sorpassato ordine di cose, costui mise mano ad una legislazione volta a ripristinare gli antichi privilegi clericali e aristocratici, provocando il risentimento degli intellettuali liberali e degli affaristi liberisti. La miccia si accese allorché le opposizioni conseguirono un'avanzata parlamentare in due tornate elettorali successive, nel '27 e nel '30. In seguito all'ultima delle quali il Re reagì allora con una sorta di colpo di Stato, proclamando lo scioglimento delle Camere, nuove elezioni con una legge elettorale ristretta a soli venticinquemila grandi proprietari e l'abolizione della libertà di stampa. Il che provocò l'immediata “gloriosa" Rivoluzione di Luglio, con l'insurrezione del Popolo parigino che in capo a tre giorni costrinse alla fuga Carlo X, insieme all'estinzione della secolare dinastia borbonica in Francia.
Il trono si era reso vacante, e il nuovo assetto dello Stato fu provveduto dal Parlamento che, in mano all'alta borghesia, si preoccupò di arginare il moto rivoluzionario, optando per l'instaurazione di una nuova monarchia moderata, che evitasse il pericolo di un più radicale regime repubblicano, che del resto sarebbe stato mal visto anche dalle potenze della Santa Alleanza. Si decise per l'assegnazione della corona a Luigi Filippo d'Orléans, nominato Re non più della Francia bensì dei Francesi, e non più per grazia di Dio bensì «per volontà della nazione». Il principio della sovranità popolare iniziava ad emergere anche dalla nuova Costituzione, votata dal Parlamento invece che concessa dall'alto, e sulla quale anzi il nuovo Re fu tenuto a giurare. In realtà rimaneva formalmente in vigore quella di Luigi XVIII, però con degli aggiustamenti significativi. Ora al Parlamento fu attribuito il potere legislativo, insieme al controllo su quello esecutivo del Re; in materia religiosa fu sancita la separazione tra Stato e Chiesa; inoltre fu abbassata la soglia del censo elettorale fino a raddoppiare gli aventi diritto, sebbene costoro fossero ancora un'assai esigua minoranza, meno dell'uno per cento della popolazione; e fu anche abrogato il diritto ereditario del seggio di nomina regia alla Camera dei Pari. In politica estera fu invece sancito il principio del non intervento negli affari interni degli altri Stati, né a favore né contro eventuali sommovimenti politici, nel senso che l'intervento francese ci sarebbe stato se qualche potenza si fosse intromessa a sedare il movimento indipendentista di un altro Paese. Luigi Filippo resterà in carica fino agli eventi del 1848, e non a caso la sua fu definita una monarchia costituzionale "borghese", che soppiantò la vecchia nobiltà del sangue con l'emergente aristocrazia del denaro. Infatti non solo furono gli uomini d'affari a nominare il nuovo Re, ma egli rappresentò di fatto i loro interessi, nominando ad esempio un banchiere affermato, un certo Lafitte, come Primo Ministro, sostituito l'anno dopo addirittura con il Governatore della Banca di Francia; o ancora inaugurando una politica reazionaria nei confronti del movimento operaio che di lì a poco avrebbe fatto sentire la propria voce.
Sulla scia degli eventi francesi, e anche forte del loro esito positivo, si sollevò mezza Europa e perfino l'America Latina, anche se con risultati alterni. Nella maggior parte dei casi l'opposizione era contro gli assetti territoriali e i rispettivi governi decisi a tavolino dal Congresso di Vienna. Così, già il mese dopo i fatti di Parigi toccò al Belgio di ribellarsi contro l'unione forzata all'Olanda nel Regno dei Paesi Bassi; e che, grazie all'appoggio diplomatico anglo-francese, ottenne il riconoscimento dell'indipendenza. Anche nella Confederazione Germanica andò bene, almeno inizialmente, con diversi Principi costretti a concedere la Costituzione, e con la promulgazione di un Trattato doganale, preludio all'unificazione degli Stati tedeschi. E così anche in Svizzera, dove in molti Cantoni i movimenti insurrezionali contro le ristrette oligarchie al potere portarono alla concessione di Costituzioni e diritti civili per i cittadini. Non da meno fu la Grecia, che conquistò la liberazione dal dominio turco, e l'America Latina che pose fine all'impero coloniale spagnolo. Fu in Polonia che invece l'insurrezione finì male. Qui la sollevazione si ebbe nel Novembre del '30, contro l'autoritarismo del giogo russo che soffocava l'autonomia del Paese, ma fu una resistenza vana. Senza interventi di sostegno dall'estero, diplomaticamente sconsigliati per il rischio di una nuova guerra europea, i Polacchi furono costretti a soccombere alla feroce reazione dello Zar.
Anche in Italia, sebbene per ultima, i fatti francesi non mancarono di avere ripercussioni, cui toccò però di seguire la stessa infelice sorte polacca. Qui obiettivo dei rivoltosi era la dominazione austriaca e il potere temporale della Chiesa. Gli avvenimenti accaddero nel Febbraio 1831, quando però Ciro Menotti, il cospiratore carbonaro che aveva organizzato tutto, era già stato catturato. Costui, allo scopo di perseguire il sogno di un'unità d'Italia retta da una monarchia costituzionale, commise l'errore di affidarsi alla complicità del Duca di Modena, Francesco IV della Casa d'Austria, che lo tradì all'ultimo momento. Un po' proprio quello che era già successo in occasione del moto piemontese di dieci anni prima, quando Santorre di Santarosa ottenne prima l'appoggio e poi il voltafaccia di Carlo Alberto. In questo caso il Duca modenese si rese disponibile a collaborare al progetto di Menotti, perché contava di diventare lui il Re di un futuro Stato unitario del Nord, ma alla fine il rischio dell'impresa gli sembrò troppo grande, visto anche che il soccorso della Francia non sarebbe arrivato, sicché si tirò indietro facendo arrestare il patriota, proprio all'imminenza dello scoppio della rivolta. Ma giusto il giorno successivo, il 4 Febbraio, Bologna insorse ugualmente, propagandosi il moto a macchia d'olio in tutte le più importanti città dello Stato Pontificio oltre che a Modena e a Parma. Nel giro di pochi giorni le autorità ducali e papali furono costrette alla fuga, e i territori liberati si organizzarono man mano in governi provvisori locali. Il giorno 8 Febbraio il governo istituito a Bologna emanò un proclama, il cui primo articolo così recitava: «Il Dominio Temporale, che il Romano Pontefice esercitava sopra questa Città e Provincia, è cessato di fatto, e per sempre di diritto». Sempre a Bologna il 26 Febbraio veniva convocata un'assemblea di rappresentanti delle province romagnole, marchigiane ed umbre, che ribadì la fine del potere temporale e decretò la costituzione delle "Provincie italiane Unite". Ormai mancava più solo la presa di Roma, dove i moti erano stati finora soffocati. Il 1° Marzo l'assemblea bolognese decise per una spedizione militare delle forze rivoluzionarie contro la città, che fu però fermata una settimana dopo dalla resistenza delle truppe pontificie presso Rieti.
Intanto il Papa fresco di nomina, eletto il 2 Febbraio con il nome di Gregorio XVI, il quale si era dunque trovato immediatamente nel mezzo della bufera, invocò l'intervento austriaco, che non si fece attendere. Sebbene infatti i Patrioti contassero ancora ingenuamente sul non intervento imposto dalla Francia, pure la risolutezza di Metternich ad ingerirsi nei fatti italiani anche a costo della guerra, indusse Luigi Filippo a più miti consigli, in pratica ad una politica che di fatto smentiva di sana pianta le dichiarazioni di principio. A questo scopo il Re francese ricorse all'espediente di sostituire il suo primo Primo Ministro banchiere nientemeno che con lo stesso Governatore della Banca di Francia, Pierre Pérrier, nominato il 13 Marzo. Costui in un discorso al Parlamento diede un'interpretazione di comodo al principio di non intervento, evidenziando tra l'altro che «il sangue dei Francesi appartiene soltanto alla Francia», con cui in definitiva negava ogni possibilità di ingerenza francese in Italia. Così il 26 Marzo, dopo varie battaglie ad armi impari, i rivoltosi capitolarono ad Ancona, e tutti i territori tornarono sotto il dominio di Roma. Il delegato del Papa Cardinale Benvenuti, vista la resa, si impegnò per un'amnistia generale, ma pochi giorni dopo fu smentito dallo stesso Pontefice che diede il via alla repressione.
In Aprile Gregorio XVI se ne uscì con l'Enciclica Quel Dio, dedicata a ringraziare gli Austriaci per il loro intervento. O, meglio, a ringraziare appunto "quel Dio" che si era servito di «un popolo tanto fedele» come gli Austriaci per garantire alla Santa Sede la sua «sicura protezione divina». Qui il Papa, «Padre e Sovrano» dello Stato ecclesiastico, annunciava la sua letizia per la fine dei disordini rivoluzionari, per la calma tornata nei suoi territori, che «persone nemiche della religione e del trono desolarono con gli orrori della fellonia». Ora il peggio era passato, l'ordine ristabilito, tutto era ritornato come prima, e il Papa non nascondeva la sua soddifazione: «La Sede del Cristianesimo, che per singolare predilezione Dio volle che si reggesse da chi fosse principe e pontefice, affinché l’essere egli principe lo rendesse più libero nell’esercizio della sua spirituale autorità, trionfò anche questa volta, difesa contro le macchine dell’empietà». Ma non solo le preghiere avevano funzionato a tale scopo, bensì anche «quelle elette schiere di prodi» dell'esercito austriaco, «alle quali Dio volle riservato il trionfo sopra la perversità dei rivoltosi, e con esso l’onore di restituire i suoi Stati alla Santa Sede». Ovviamente sotto la guida dell'«augusto e potente loro signore Francesco I». Né il Papa dimenticava di elogiare i volontari italiani che avevano combattuto al suo fianco, quella «milizia civica» in cui si erano particolarmente distinte «persone tratte dalla nobiltà più illustre», la cui dedizione e fedeltà lo avevano commosso. Nemmeno poi a dire che egli, nella sua magnanimità, portasse rancore ai popoli che avevano infranto la dovuta obbedienza e sottomissione al suo governo: «se essi furono trascinati nelle disavventure della rivolta, Ci è ben noto che non furono, nella massima parte, che vittime della coazione o del timore, come ben dimostrarono l’esultanza e la gioia con cui, appena apparve un raggio di prossima liberazione, scosso il giogo umiliante loro imposto dai sediziosi, e sostituito alle insegne della fellonia [il tricolore ndr] il pacifico vessillo del governo Pontificio, si proclamò il ritorno a quel Padre e Sovrano dal cui seno li aveva strappati miseramente il delitto di pochi»! Per finire una spiegazione alla smentita di quella incresciosa promessa di amnistia rilasciata dal cardinale Benvenuti in seguito alla resa dei rivoltosi. Ebbene per il nostro Gregorio quella promessa fu, nonostante la capitolazione nemica, carpita «in presenza della forza»! Perciò, per tale inspiegabile e impossibile motivo, «chiara evidentemente e troppo conosciuta da tutti era la nullità intrinseca di un atto di tale natura emesso in stato di coazione». In realtà la vera ragione era un'altra, e il Papa stesso la confessa, cioè che «sarà sempre soffocato il grano eletto se non ne sia divelta fin dalle radici la zizzania che l’uomo nemico vi disseminò». Tanto più che è Dio stesso a volere «che si recida ciò che dà causa a scandalo e che sia tolto il fermento guasto che corromperebbe la massa», prima che sia troppo tardi. Perché va bene la clemenza, ma alla pace, affinché non sia una parola vuota, «si deve accompagnare in dolce amplesso la giustizia», che dev'essere severa e inesorabile.
Ancora colmo di riconoscenza per i servizi prestati, Papa Gregorio sentì di dedicare un'altra seppur breve Enciclica agli Austriaci nel Luglio del 1831, intitolata Le armi vittoriose e pubblicata in occasione del ritiro delle truppe straniere dallo Stato Pontificio. Ebbene tali forze del «sempre pio ed augusto monarca austriaco», invocate nel momento del bisogno non si tirarono indietro, adempiendo magnificamente al loro compito. «Esse vennero per sollevare l’oppresso e per contenere gli oppressori, né hanno neppure per un istante smentito la generosa loro missione», scrive il Pontefice dal suo punto di vista che inverte curiosamente i ruoli. Le "armi vittoriose", egli dice ai suoi, sono insomma venute, hanno compiuto il loro sacrosanto dovere e ora se vanno, «con la certezza di avervi risparmiato mali gravissimi, e con la fondata lusinga che sappiate ora voi stessi prevenirne il più funesto ritorno». Ora che tutto è tornato al suo posto, prosegue il Papa con tono conciliante, «nulla più desideriamo quanto il poterci dimenticare del passato», nella speranza che dal «ravvedimento» di tutti possa scaturire un'epoca di pace e di «amore scambievole». Del resto la ricetta per ottenere tale stato di «felicità» non è poi così difficile, visto che bastano giusto tre ingredienti: «virtù», «fedeltà» e «obbedienza».
Ma il contributo principale che si deve a Gregorio XVI è la prima Enciclica esplicitamente dedicata alle tematiche liberali, la Mirari Vos, pubblicata nel 1832. C'era da aspettarsi che ora il Papa fosse tranquillo, il trono e l'altare di Pietro sembravano saldi nelle sue mani, e il «dolore vivissimo» procuratogli dalla «perversa cospirazione degli empi» pareva alleviato. Per cui, «sedata la furiosa tempesta» e ristabilito l'ordine pubblico, poteva dedicarsi alla cura delle anime che più gli competeva. Invece non fu proprio così, perché il pericolo non era scongiurato, e i nemici, «che solo eruttano malvagità dalla sozza loro bocca», erano sempre in agguato. Anzi, quella era ancora «l'ora delle tenebre», tempi bui che il Papa ritraeva a tinte fosche: «Superba tripudia la disonestà, insolente è la scienza, licenziosa la sfrontatezza». Com'è già evidente egli non smorzava i toni, schierandosi a testa bassa contro il dilagare di «mostruose novità di opinioni» che da tutte le parti intaccavano l'autorità e la credibilità della Chiesa. Per di più questi divulgatori delle nuove dottrine agivano ormai con inaudita impudenza senza nemmeno più nascondersi, per mezzo di Scuole e Accademie che costituivano terreno fertile per la corruzione dei giovani. Con conseguenze che potevano essere gravissime per l'intera società, o meglio per tutti i poteri costituiti, visto che nella Chiesa è il loro stesso fondamento che veniva attaccato e intaccato: «Scosso il freno della santissima Religione, che è la sola sopra cui si reggono saldi i Regni e si mantengono ferme la forza e l’autorità di ogni dominazione, si vedono aumentare la sovversione dell’ordine pubblico, la decadenza dei Principati e il disfacimento di ogni legittima potestà». Se si aggiungeva il lassismo morale e il pervertimento dei costumi che ne conseguivano, allora il quadro era completo, e il disastro fatalmente alle porte. Né mancava il riferimento un po' più preciso a coloro cui attribuire l'iniziativa di tale stato di cose, responsabili di cospirare al rovesciamento del mondo umano così come Dio lo vuole: si trattava di «quelle Società nelle quali sembra essersi raccolto quanto v’ha di sacrilego, di abominevole e di empio nelle eresie e nelle sette più scellerate».
Per far fronte alla drammatica situazione Papa Gregorio raccomandava ai suoi una soluzione tutto sommato nemmeno così ardua: per la salvezza del gregge bastava infatti «guidare le pecore soltanto a quei pascoli che siano per esse salubri, e scevri d’ogni anche lieve sospetto d’essere dannosi». Dentro la metafora egli intendeva che il cibo spirituale si preservasse incontaminato da agenti esterni, per cui era necessario vigilare con il massimo impegno, «affinché gelosamente sia custodito il santo deposito della Fede in mezzo all’infernale cospirazione degli empi». Deposito dottrinale che, come ogni altro bene, possedimento e autorità della Chiesa, faceva capo ovviamente al Papa stesso. Su questo punto egli era irremovibile: ogni membro della Chiesa doveva stare al suo posto nell'ordinamento gerarchico costituito, e soprattutto nessuno che osasse mettere in discussione l'ortodossia dell'insegnamento ufficiale, quello trasmesso da Gesù agli Apostoli, allo «Spirito Santo», fino ai successori di Pietro. Insomma, era severamente vietato «il lasciarsi trasportare da forsennata mania di opinare a capriccio, permettendo a qualcuno di disapprovare (...) quella sacra disciplina che la Chiesa fissò per l’esercizio del culto divino». Così che non era la Chiesa, forte di cotanta tradizione, a dover cambiare come avrebbero voluto i «novatori» liberali, tra cui anche alcuni cattolici, bensì erano costoro che piuttosto andavano tolti di mezzo. Perché «appare chiaramente assurdo ed oltremodo ingiurioso per la Chiesa proporsi una certa "restaurazione e rigenerazione", come necessaria per provvedere alla sua salvezza ed al suo incremento, quasi che la si potesse ritenere soggetta a difetto, o ad oscuramento o ad altri inconvenienti di simil genere: tutte macchinazioni e trame dirette dai novatori». La Chiesa era di per sé perfetta, dunque intangibile, e solo chi la riduceva a «cosa umana» poteva avanzare simili pretese di rinnovamento, dimenticando che essa era invece «cosa tutta divina». Perciò si rassegnassero pure costoro, perché «al solo Romano Pontefice (...), a lui solo appartiene, e non a privato uomo chicchessia, il definire sulle regole» da seguire. Regole che ad esempio si opponevano strenuamente sia all'«immonda congiura contro il celibato clericale» che a quella contro «l'indissolubilità» del vincolo matrimoniale.
Seguiva la ferma condanna di una «perversa opinione» già nota, «l'indifferentismo» religioso secondo il quale una fede valeva l'altra, ai fini della "salvezza", purché sorretta da una condotta moralmente conveniente. Ebbene questo ecumenico «errore pestilenziale» dimenticava come ci fosse un solo Dio, una sola fede, un solo battesimo, una sola Chiesa e un solo Papa. Inoltre, da tale «corrottissima sorgente» della libertà di indifferenza religiosa, scaturiva quell'altra deprecabile pretesa della «libertà di coscienza», che senza mezzi termini il nostro Gregorio definiva come «errore velenosissimo, a cui apre il sentiero quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato». Siccome però, come già Agostino aveva insegnato, la sola libertà plausibile dell'uomo era quella di peccare e di sbagliare, ne seguiva che la cosa migliore per lui fosse stare il più possibile alla larga da tale «peste della società». Figuriamoci poi di «quella pessima, né mai abbastanza esecrata ed aborrita "libertà della stampa" nel divulgare scritti di qualunque genere», contro il cui spargimento di «veleno» un solo rimedio era opportuno: bruciare i libri sulla pubblica piazza, come gli Atti degli Apostoli (19, 19) testimoniano si faceva già alle origini dell'èra cristiana. Che fossero benvenute dunque quelle istituzioni come la censura e l'«Indice dei libri nei quali fossero contenute malsane dottrine», checché ne dicessero gli oppositori liberali.
Per finire una nota polemica contro la pretesa liberale di un diritto di resistenza ai Sovrani in carica, giudicato dal Papa un «obbrobrioso delitto» inaccettabile. Egli riprendeva ancora una volta il passo che già Pio VI aveva citato (Paolo, Rm 13, 2), il quale infatti non lascia dubbi in merito: dovere imprescindibile del buon cristiano è «la fedeltà e la sommissione dovuta ai Principi», la cui autorità proviene da Dio stesso. Era dunque indispensabile che la Chiesa alzasse la guardia su quelle sediziose dottrine moderne che seducevano i popoli inducendoli alla rivolta, fino a nientemeno che cacciare i Re dai loro troni. Occorreva quindi accusare e condannare senza appello certe idee, quella «detestabile insolenza e slealtà di coloro che, accesi dall’insana e sfrenata brama di una libertà senza ritegno, sono totalmente rivolti a manomettere, anzi a svellere qualunque diritto del Principato, onde poscia recare ai popoli, sotto colore di libertà, il più duro servaggio». Quegli stessi che allo stesso modo bramavano la separazione dei poteri tra lo Stato e la Chiesa, come se le due istituzioni non fossero legate a doppio filo proprio nell'interesse generale del consorzio umano; coloro che vorrebbero insomma, in nome di chissà quale libertà, porre fine a «quella concordia che fu sempre fausta e salutare al governo sacro e civile» del mondo. In conclusione il Papa dettava le sue ricette per porre argine a tali turbolenze ideali e politiche che minavano le basi stesse della a suo modo di vedere convivenza ordinata e pacifica degli uomini. Ai suoi Vescovi raccomandava di erigersi a «muro» contro gli assalti alla «scienza di Dio», ricordando loro il punto debole dei nemici razionalisti, cioè che: «È proprio del superbo, o piuttosto dello stolto, (...) fidare sulla ragione della nostra mente, che per la condizione stessa della umana natura è troppo fiacca e malata». Ai Principi l'esortazione affinché si prodigassero nel sostegno alla Chiesa, non per altro che nel loro stesso interesse: «Riflettano diligentemente su quanto deve essere fatto per la tranquillità dei loro Imperi e per la salvezza della Chiesa; si persuadano anzi che devono avere più a cuore la causa della Fede che quella del Regno». Insomma, alla faccia dell'autentica virtù di un altruismo disinteressato, è del tutto evidente come qui il Pontefice sia scaduto in un utilitarismo di bassa lega, secondo cui è giusto ciò che conviene piuttosto che conveniente ciò che è giusto, questo sì tipico del peggior liberalismo.
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