mercoledì 16 maggio 2012

5.4 Rimedi dello Stato


L'opera della Chiesa, con i mezzi "sovrumani" che essa mette in campo per risolvere la «questione operaia», non basta da sola, perché ci vuole anche il concorso dei «mezzi umani» dello Stato. Sulla dottrina politica di questo Papa si è già detto nel paragrafo 4.2, a proposito dell'Enciclica Diuturnum Illud del 1881, dove abbiamo visto i chiari termini di una concezione profondamente antidemocratica e sacrale del potere, la quale d'altra parte ripete una consolidata tradizione risalente alle antiche Lettere di Paolo. Inoltre ne abbiamo parlato nel paragrafo 5.1, in particolare a proposito della relazione tra Stato e famiglia indicata nel prologo alla Rerum novarum. Prima però di approdare a quest'ultimo documento, la riflessione di Leone XIII su questa materia è trattata in un'altra Enciclica importante, sulla quale è il caso di soffermarsi un attimo ancora. Si tratta della Immortale Dei, del 1885, esplicitamente dedicata ad esporre le «norme fissate dalla Chiesa cattolica circa la costituzione e il governo degli Stati». Qui il Papa ci tiene a precisare che la Chiesa non è per niente nemica dello Stato, e infatti non lo è mai stata, almeno finché esso non si è fatto portatore delle recenti istanze liberali. Per chiarire le cose egli ribadisce che uno Stato non potrebbe esistere senza «qualcuno che sia a capo di tutti», ossia senza un «potere pubblico» che detenga il «diritto d'imperio» sopra gli uomini. Insomma una concezione tipicamente machiavellica della politica, ma che si distingue dal pensatore fiorentino per il fatto che quel diritto di comandare proviene da Dio, il quale egli stesso «volle che nella società civile esistesse un potere sovrano». A parte le cose già sentite, qui balza agli occhi la confusione che il Pontefice fa tra il bene o interesse «pubblico» dello Stato politico, e il bene o interesse «comune» della società civile. Come se fossero la stessa cosa, come se non esistesse la differenza tra apparato di potere e comuni cittadini, tra chi ha il diritto di comandare e chi invece il dovere di obbedire. Contrapposizione invece del tutto ignorata, proprio come quella tra ricchi e poveri. E infatti, come sul piano sociale i ricchi sono tenuti a fare la beneficenza e stare in guardia dall'ira di Dio, così sul piano politico i potenti sono tenuti a governare nell'interesse dei sottoposti, e «saranno puniti duramente» se non lo fanno. Naturalmente poi, ciò non toglie che tanto i poveri devono accettare la loro condizione, quanto i sudditi devono obbedire ai loro sovrani.
In questo documento è inoltre precisata la dottrina della per così dire divisione dei poteri, ma non all'interno dello Stato, bensì tra lo Stato e la Chiesa: «Dio volle ripartito tra due poteri il governo del genere umano, cioè il potere ecclesiastico e quello civile, l'uno preposto alle cose divine, l'altro alle umane». E siccome i due poteri si esercitano su uno stesso popolo, il Papa ci tiene a delimitare le rispettive competenze con l'immagine dell'«anima» e del «corpo» della nazione, in modo che sacro e profano coesistano pacificamente e siano amministrati senza confusione di ruoli. Veramente Leone è costretto a fare queste precisazioni proprio perché i moderni Stati liberali hanno finito per mettere in discussione moltissimi dei tradizionali poteri della Chiesa. Non senza rimpianto egli ricorda i fasti del passato: «Vi fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la società (…); quando sacerdozio e impero procedevano concordi e li univa un fausto vincolo di amichevoli e scambievoli servigi». Idillio millenario venuto meno appunto a causa delle «teorie sfrenatamente liberali» che, dimentiche di Dio, sono tutte incentrate sull'uomo e le sue libertà, nonché sui popoli e la loro sovranità. Del resto è fatale che senza più Dio, ufficialmente fonte di ogni potere, vengano meno tutte le forme tradizionali di autorità esercitate sopra i cittadini, i quali si ritrovano a decidere da soli la propria sorte individuale e sociale.
Sintomo di questa incresciosa situazione, secondo il Papa, è «il principio della necessaria separazione della Chiesa dallo Stato», che egli considera senza mezzi termini inaccettabile e fonte di inevitabili dissidi, tanto più che applicato con la forza, cui la Chiesa è incapace di reagire. Sicché non gli resta altro che paventare le conseguenze di simili provvedimenti, e minacciare i rischi di Socialismo cui la mentalità liberale può condurre: «La sovranità popolare che si afferma insita per natura nella moltitudine indipendentemente da Dio, (…) non ha in realtà alcun plausibile fondamento, né possiede abbastanza forza per assicurare uno stabile e tranquillo ordine sociale. In verità a causa di tali dottrine si è giunti al punto che da molti si sostiene la legittimità della rivoluzione, vista come giusto strumento di lotta politica». Così, forte delle dichiarazioni di alcuni suoi predecessori, Leone XIII conclude nel ribadire la propria opinione, insistendo «che l'origine della potestà civile è in Dio, non nel popolo; che la libertà di ribellione contrasta con la logica; che il non tenere in alcun conto i doveri religiosi, o essere indifferenti alle varie forme di culto, non è lecito né ai singoli individui né agli Stati: che la smodata libertà di pensiero e di espressione non può annoverarsi tra i diritti dei cittadini né in alcun modo tra i privilegi degni di tutela e di protezione».
Infine segue una serie di concessioni anche significative che il Papa è disposto a fare per dimostrare la buona volontà della Chiesa di scendere a patti con la modernità. In primo luogo egli accetta una certa «tolleranza» religiosa, che ovviamente non metta in discussione il primato della «vera religione», ma che permetta tuttavia il culto anche di altre confessioni. Poi precisa di non condannare a priori la democrazia, spiegando che non è la forma di governo ciò che importa di più, bensì il fatto che lo Stato tenga nel debito conto la religione e le sue prerogative. Inoltre caute aperture sono fatte anche a proposito della stessa libertà, che non è più rifiutata in blocco, ma distinta tra una «libertà autentica e desiderabile», e una invece «smodata». Dove la prima, «onesta e degna dell'uomo», è quella di chi conduce con rettitudine la propria esistenza personale e sociale, secondo i dettami religiosi; mentre l'altra è la libertà liberale che «degenera in licenza», la quale, facendo a meno di Dio, rende paradossalmente schiavi. Addirittura il Pontefice apre ai progressi della scienza, purché però le nuove teorie non smentiscano i di per sé infallibili dogmi rivelati. Infine l'esplicito invito ai cattolici di partecipare alla vita politica, ovviamente con il Vangelo alla mano e seguendo le precise istruzioni impartite dall'alto Clero.
Tutto ciò affinché ciascuno concorra al perseguimento di «quello che è il proposito comune, cioè agire per la salvezza della religione e dello Stato». Alla fine sono insomma i due soliti poteri forti che vanno salvaguardati, quelli che di comune accordo comandano sopra la società civile, e che, ipocritamente, lo fanno non altro che per «esercitare un'azione grandemente benefica» sul popolo, «la cui salute è esposta a grave pericolo a causa di dottrine e passioni malvagie» che, nella peggiore delle ipotesi, possono incitarlo al Socialismo.
Alcuni di questi temi sono ripresi ancora in un'altra Enciclica, la Libertas, del 1888, dove in particolare è approfondita la concezione della doppia libertà, cristiana e liberale, e delle diverse conseguenze politiche che hanno. Qui il nostro Leone definisce la libertà nientemeno che un «nobilissimo dono di natura», però con una precisa avvertenza, che «dall'uso della libertà possono derivare grandi vantaggi ma anche grandi mali». Infatti un conto è la redenzione di Gesù, che libera l'umanità dal "peccato", e un altro è l'uomo che pretende di liberare se stesso da Dio e da ogni potere che impera sopra di lui. Per dire insomma che accusare la Chiesa di essere contro la libertà umana è un pregiudizio, causato da «un perverso e confuso concetto di libertà, che viene snaturato nella sua essenza o allargato più del giusto». L'uomo quindi è sì libero, però solo di obbedire ai precetti religiosi e alle leggi dello Stato. Come del resto è sempre stato, ricorda il Papa, prima che l'irrompere delle nuove idee corrompesse tale originaria e genuina concezione.
Siccome però il moderno Stato liberale sembra fondarsi sulla versione depravata di libertà, egli ritiene opportuno fissare i paletti oltre i quali essa non può essere consentita. Ebbene il presupposto è che la libertà sia un dono naturale dell'uomo, la cui volontà è guidata dalla ragione, invece che dall'istinto come gli altri animali. Ma l'essere umano è dotato altresì e soprattutto dell'«anima», la quale, distinta dal corpo e dotata di "pensiero", è «creata direttamente da Dio» per ciascun individuo. Ed è appunto in questa sede misteriosa che «si colloca la naturale libertà sul suo più saldo fondamento», la "vera" libertà che la Chiesa ha sempre proclamato come un «dogma» di cui si è eretta a paladina. Quindi, tornando con i piedi per terra, il Pontefice riconosce che la libertà consiste in pratica nella facoltà che ha la volontà umana di scegliere tra diverse opzioni possibili attraverso l'uso della ragione. Sicché i guai sorgono in quanto, dato che l'uomo non è un essere perfetto, una scelta può essere giusta o sbagliata, buona o cattiva. Di qui, dalla necessità di "proteggerlo" da scelte avventate che potrebbero essere dannose, l'istituzione della legge di Dio e dello Stato, la cui forza impone agli uomini ciò che possono e non possono, devono e non devono fare. Insomma, l'apparato di potere religioso e statale, surrettiziamente identificato alla «retta ragione», sarebbe una conseguenza della libertà, un riparo dal rischio dei suoi possibili effetti nocivi, tanto che combatterlo in nome della libertà stessa sarebbe un controsenso. Ecco il contorto ragionamento nelle parole del Papa: «la causa prima della necessità della legge va ricercata, come in radice, nello stesso libero arbitrio dell'uomo (…). Nulla si potrebbe dire o pensare di più perverso e assurdo che il considerare l'uomo esente da legge in quanto libero per natura: se così fosse, ne conseguirebbe che per essere libero dovrebbe sottrarsi alla ragione; invece è assai evidente che deve sottostare alla legge proprio perché libero per natura». Di qui appunto la conclusione che la libertà non consiste nel poter fare ciò che si vuole, bensì ciò che permette la "ragionevolezza" delle leggi. Leone insiste soprattutto sul dovere inderogabile di obbedienza da parte dei cittadini, ma aggiunge pure che il limite della libertà riguarda gli stessi legislatori, i quali, benché deputati a comandare, sono però tenuti anch'essi a rispettare la legge di Dio. La cui suprema autorità è in definitiva «ben lontana dal sopprimere la libertà o dal limitarla in alcun modo, tanto che, se mai, la protegge e la perfeziona».
Senonché, a fare i guasta feste di questo cerchio così ben chiuso ci si sono messi i Liberali, proclamando l'autonomia della ragione e l'autodeterminazione dei popoli. Così, circoscritta la religione alla sfera privata e facoltativa dei singoli, costoro hanno aperto la strada all'ateismo e soprattutto al Socialismo: «Ripudiato il dominio di Dio sull'uomo e sul consorzio civile, (…) la moltitudine, armata della convinzione di essere sovrana, degenera in sedizioni e tumulti e, tolti i freni del dovere e della coscienza, non resta altro che la forza, la quale, tuttavia, non è così grande da potere da sola contenere le passioni popolari. Lo dimostra la lotta pressoché quotidiana contro i socialisti ed altre schiere di sediziosi che da tempo tentano di sovvertire radicalmente la società civile». A tale imminente catastrofe contribuisce il deprecabile principio di separazione della Chiesa dallo Stato, cui il Pontefice si oppone ripetendo quanto già detto. E cioè che i due poteri sono diversi, ma il fatto che «entrambi hanno il dominio sulle stesse persone» non significa che debbano configgere, poiché «il conflitto è assurdo e profondamente ripugna alla sapientissima volontà di Dio». Al contrario, «governo civile» e «potere sacrale» devono concordare nell'esercizio della rispettiva autorità «con vantaggio di entrambe le parti», e ovviamente per il bene del popolo loro sottoposto. In questa prospettiva si capisce l'indispensabile contributo della religione all'ordine sociale, la quale non solo insegna che per volere di Dio «il potere pubblico è stato costituito per il vantaggio dei sudditi», ma contribuisce altresì al rafforzamento di quel potere sul popolo, quasi fosse un suo cane da guardia. Essa infatti «impone ai cittadini di sottostare alla legittima potestà, come a ministri di Dio; essa li unisce ai reggitori dello Stato non solo con l'obbedienza, ma con il rispetto e l'amore, vietando le sedizioni e tutte quelle imprese che possono turbare l'ordine e la pubblica tranquillità, e che infine producono l'effetto di limitare con più stretti vincoli la libertà dei cittadini». Infatti, ancora una volta, la «libertà cristiana», la «vera libertà degna dei figli di Dio», è quella di obbedire: «Essa non ha nulla in comune con uno spirito sedizioso e ribelle, né la si può in alcun modo incolpare di voler sottrarsi all'ossequio verso il pubblico potere, poiché comandare e pretendere obbedienza, nella misura che tale diritto appartiene al potere umano, per nulla contrasta col potere divino e si mantiene nell'ordine voluto da Dio».
I Liberali invece sembrano non capire quanto la Chiesa sia utile allo Stato, ma si comportano piuttosto al contrario, limitando sempre più i suoi spazi di manovra, e al tempo stesso aprendo la strada alle rivendicazioni socialiste. In particolar modo è il principio liberale della «dissoluta e perniciosa specie tolleranza» a suonare intollerabile agli orecchi del Papa, da lui interpretato come se volesse dire che tutto è uguale, il bene e il male, la verità e la menzogna, il superiore e l'inferiore, - il che manda all'aria il tradizionale ordine gerarchico della cultura, della morale e della società, così com'è sancito da Dio. Tutto ciò non è infatti altro che fare a meno di Dio, e questa non è "vera libertà", bensì un abuso di essa, nel quale consiste «il vizio capitale del Liberalismo», e dal quale conseguono tutti i suoi fatali corollari. Rifiutare l'obbedienza alla suprema «sovranità di Dio» vuol dire mettere a rischio la stessa autorità dello Stato, e questa è «la massima perversione della libertà come anche la peggiore specie di Liberalismo». Per cui, conclude il Papa, «non è assolutamente lecito invocare, difendere, concedere una ibrida libertà di pensiero, di stampa, di parola, d'insegnamento o di culto, come fossero altrettanti diritti che la natura ha attribuito all'uomo. Infatti, se veramente la natura li avesse concessi, sarebbe lecito ricusare il dominio di Dio, e la libertà umana non potrebbe essere limitata da alcuna legge».
Vediamo quindi, sulla base di questa concezione politica, quali siano le misure che lo Stato deve adottare, accanto a quelle messe in atto dalla Chiesa, per far fronte alla questione sociale. Veramente qui il Papa parla di «governanti» e «reggitori dei popoli», riconoscendo almeno implicitamente che in effetti lo Stato esiste solo perché e finché incarnato nei suoi uomini, senza i quali sarebbe un vuoto formalismo giuridico. Ma che non ne sia consapevole lo dimostra il fatto che egli cade subito nel solito equivoco di confondere il «bene pubblico» con il «bene comune», come se fossero la stessa cosa. Laddove la sfera pubblica riguarda gli interessi dello Stato politico, cioè dei potenti che comandano, mentre il bene comune riguarda gli interessi della società civile, ossia dei cittadini che obbediscono. Per cui non è affatto vero dire, come fa il Papa, che «provvedere al bene comune è ufficio e competenza dello Stato», perché di ciò che è interesse comune della comunità in realtà non se ne cura nessuno, schiacciato com'è dagli interessi pubblici dello Stato da una parte, e dagli interessi privati delle imprese dall'altra. Così scompare l'autentica dimensione sociale dell'esistenza umana, soffocata dai poteri statali dei politici e dai profitti personali degli affaristi, dato che il bene pubblico e privato di pochi è perseguito proprio a scapito del bene comune di tutti.
Comunque non è il caso di accusare Papa Leone di trascurare questa sottile ma sostanziale distinzione, poiché la si ignora in gran parte ancora oggi, e perché è comodo a chiunque detenga una qualche forma di potere che sia così. Tuttavia è proprio questa mancanza di consapevolezza che consente al Pontefice di identificare le «nazioni» con i «popoli», ossia appunto la classe politica con i comuni cittadini, la forma che domina con la sostanza dominata. Nonché di indicare nella «pubblica e privata prosperità» lo scopo che lo Stato deve perseguire, come se, oltre a quello pubblico dei politici e privato degli imprenditori, non esistesse anche un interesse sociale della comunità. E del resto si capisce anche per quale motivo pratico ancora oggi il vero bene comune non venga nemmeno considerato, perché è proprio sopra di esso e a sue spese, cioè sulle spalle della popolazione, che gli uomini del denaro e dello Stato fanno i loro affari economici e politici.
E che sia effettivamente così lo attesta lo stesso Leone nei termini in cui parla dei lavoratori. Egli si preoccupa infatti di precisare che è un diritto dello Stato, prima ancora che un dovere, quello di «grandemente concorrere, come al benessere delle altre classi, così a quello dei proletari», senza che un intervento simile sia preso come un'indebita ingerenza. Primo perché uno Stato provvidenziale previene la deriva socialista degli operai, ma poi perché anche costoro hanno il «diritto naturale» di cittadinanza come i ricchi. Ovviamente non è in discussione il fatto che la società sia divisa tra proletari e proprietari, mentre il problema è piuttosto quello di far convivere tali differenze.
A tale scopo, proprio come la Chiesa, anche «lo Stato è un'armoniosa unità che abbraccia del pari le infime e le alte classi». Davanti alla volontà di Dio, come di fronte alla legge dello Stato, i cittadini sono tutti formalmente uniti e uguali, eppure è necessario che al tempo stesso essi siano concretamente divisi e separati quanto alla loro condizione sociale. E la differenza non è solo tra ricchezza e povertà economica, bensì anche tra sovranità e suddittanza politica. Come dice il Pontefice, «vi sarà sempre quella varietà e disparità di condizione senza la quale non può darsi e neanche concepirsi il consorzio umano. Vi saranno sempre (…) uomini che governano la nazione (…); ed è facile capire che costoro (…) formano la parte principale della nazione». Come si diceva poc'anzi, l'interesse comune o sociale del popolo è schiacciato dall'interesse privato degli affaristi da una parte, e dall'interesse "pubblico" dei politici dall'altra. Simile oppressione è senza scampo, almeno stando alle parole del Papa, il quale appunto sostiene che sarà «sempre» così, ma non per altro che «per il bene degli operai» stessi.
Ma ecco come la visione fatalista del Pontefice si concilia con il suo avere a cuore la sorte dei lavoratori, o almeno con il riconoscere il contributo di costoro all'andamento della società: «si può affermare con verità che il lavoro degli operai è quello che forma la ricchezza nazionale». E siccome sono i lavoratori che, nei campi e nelle fabbriche, producono tutti quei «beni corporali» necessari alla vita, è giusto che parte di quella ricchezza sia loro assegnata. Con moderazione s'intende, nella misura consona a uno stile di vita frugale, tale insomma che abbiano almeno «vitto, vestito e un genere di vita meno disagiato». Se non altro perché è «interesse universale» che gli operai «non rimangano nella miseria», data la funzione essenziale che essi attraverso il lavoro svolgono per la vita dell'intero corpo sociale.
A queste dichiarazioni di principio il Papa ne aggiunge un'altra significativa, sulla necessità dell'intervento dello Stato nella soluzione dei conflitti di classe, e però con un occhio di riguardo per i lavoratori, i quali, benché costituiscano la parte più consistente della popolazione, pure sono quelli che hanno per così dire il coltello dalla parte della lama. Da cui l'appello rivolto alle autorità politiche, supposte al di sopra delle parti, che «nel tutelare le ragioni dei privati si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai poveri. Il ceto dei ricchi, forte per se stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; mentre le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi, lo Stato deve di preferenza rivolgere le cure e le provvidenze sue».
Peccato solo che poi le misure concrete proposte non siano così efficaci come i principi che dovrebbero attuare. Infatti il primo intervento dello Stato indicato da Papa Leone è la solita difesa della proprietà privata, la cui violazione sarebbe un crimine contro natura prima ancora che contro la legge. Qui il Pontefice fa però una precisazione in più, che per fortuna sono tutto sommato pochi i "cattivi" operai rivoluzionari, e quindi compito dello Stato è che, «posto freno ai sobillatori, preservi i buoni operai dal pericolo della seduzione e i legittimi padroni da quello dello spogliamento».
D'altro lato egli escogita un ulteriore provvedimento, e cioè che i lavoratori siano educati al «risparmio», posto che ricevano un salario che consenta loro «una certa quale agiatezza» di vita, il che è tutto dire. Ammessa comunque l'ipotesi degli operai benestanti, secondo il Papa occorre favorire il risparmio, prima di tutto perché la parsimonia è di per sé una virtù che contrasta il vizio della dissolutezza; ma poi anche perché gli operai, attraverso il loro mettere da parte, possono accumulare una somma «da impiegare nell'acquisto di qualche piccola proprietà». Così che si profila, al contrario dell'abolizione, l'estensione della proprietà privata, non più pertinenza esclusiva dei grandi, ma anche dei piccoli proprietari. Soluzione che il Papa intravede pregna di conseguenze positive: «Da qui risulterebbero grandi vantaggi, e in primo luogo una più equa ripartizione della ricchezza nazionale. La rivoluzione [industriale] ha prodotto la divisione della società come in due caste, tra le quali ha scavato un abisso. Da una parte una fazione strapotente perché straricca, la quale, avendo in mano ogni sorta di produzione e commercio, sfrutta per sé tutte le sorgenti della ricchezza, ed esercita pure nell'andamento dello Stato una grande influenza. Dall'altra una moltitudine misera e debole, dall'animo esacerbato e pronto sempre a tumulti. Ora, se in questa moltitudine s'incoraggia l'industria con la speranza di poter acquistare stabili proprietà, una classe verrà avvicinandosi poco a poco all'altra, togliendo l'immensa distanza tra la somma povertà e la somma ricchezza».
Qui l'impeccabile descrizione della realtà contrasta vistosamente con il rimedio proposto. L'estensione universale della proprietà, sempre ammesso che la sua acquisizione potesse essere possibile ai proletari di fine Ottocento, non scalfirebbe la divisione della società in classi separate, ma provocherebbe giusto un "avvicinamento" tra di esse. Il Pontefice lascia anche intendere un altro effetto favorevole, ossia che l'operaio proprietario diventerebbe lavoratore autonomo, dunque più volenteroso e produttivo, sicché lavorando per sé riuscirebbe di vantaggio per tutta la nazione. Il che conferma non solo l'ipocrita mentalità liberale del "Papa sociale", ma denota anche quanto sia improbabile «la soluzione pratica ed efficace della questione operaia» che egli pensa di avere escogitato. La sua trovata ha infatti un altro scopo, peraltro esplicito, e cioè non la causa dei lavoratori, bensì la «difesa della proprietà privata». Perché la proposta di aumentare, almeno a parole, il numero dei proprietari, mira giusto a crescere la possibilità che sia garantita su più vasta scala la sicurezza di quel "sacro" diritto. Così che, se i proletari diventano benché piccoli proprietari, allora anche i padroni di grandi ricchezze possono stare più tranquilli, perché solo chi non possiede niente non ha nemmeno niente da perdere, e può quindi costituire una seria minaccia.
A questa ambigua posizione del Papa sulla proprietà, seguono gli accorgimenti che lo Stato deve invece adottare in vista della«difesa del lavoro» vero e proprio, il primo dei quali è però curiosamente rivolto «contro lo sciopero». Veramente non è che egli nega apertamente questo diritto, come allora si faceva di norma, però ne sottolinea la gravità e pericolosità. Infatti gli «ammutinamenti» dei lavoratori provocano non solo un danno economico a tutta la nazione, ma soprattutto preoccupano le violenze che possono derivare dalle agitazioni operaie. Quindi, siccome è compito dello Stato assicurare la pubblica quiete, tocca ai suoi apparati vigilare e prevenire le cause degli scioperi, intervenendo affinché «il conflitto tra operai e padroni», pur di per sé fisiologico, non degeneri in aperta sommossa. Ed essendo le disumane «condizioni di lavoro» quelle che più spesso suscitano le proteste dei lavoratori, è su quelle che lo Stato è tenuto a vigilare, onde garantire una soglia minima sotto la quale lo sfruttamento non può essere tollerato.
Anche in questo caso però i buoni propositi sono delusi dalle proposte concrete che Papa Leone mette in campo. Il suo parere è infatti che «lo Stato deve proteggere (…) prima di tutto i beni dell'anima» degli operai. Sarebbe a dire che essi hanno diritto al «riposo festivo», ma non per altro che per assolvere i loro doveri religiosi. Quanto al diritto di riposare del corpo, quello che effettivamente lavora, non c'è traccia, eccetto l'avvertenza che il giorno festivo non sia motivo di «ozio», o «fomite di vizi e occasione di spreco». Insomma la festa va santificata, come recita il comandamento, e il riposo va vissuto sull'esempio di Dio che nel «settimo giorno» si è astenuto dal proprio "lavoro".
Fortuna che, dopo quelli spirituali, lo Stato ha il dovere di proteggere anche i «beni temporali ed esteriori» degli operai, e cioè appunto il loro corpo, che gli imprenditori sfruttano con l'imposizione di un eccessivo tempo di lavoro, assegnato indiscriminatamente anche a donne e bambini. Compito primario delle autorità è quindi quello di «sottrarre il povero operaio all'inumanità di avidi speculatori, che per guadagno abusano senza alcuna discrezione delle persone come fossero cose». Parole indubbiamente belle ed efficaci, nonché anche "rivoluzionarie" per quei tempi, che però il Pontefice pronuncia riferendosi alle estenuanti giornate lavorative di allora. Egli cioè denuncia l'abuso «immorale» che vien fatto degli operai, tra l'altro compromettente per l'efficienza stessa della produzione, ma non ha niente da dire contro il loro «uso». Il che è comprensibile nel momento in cui le otto ore erano ancora un miraggio. Ma come valutarle oggi, quelle parole, dopo le conquiste che nel frattempo i lavoratori hanno ottenuto? Di quanto cambia la sostanza della cosa, se essi sono usati per otto ore, invece che abusati per dodici o quattordici? Di ben poco, dato che l'attuale "mercato del lavoro", tuttora all'ordine del giorno come se fosse la cosa più naturale del mondo, non è altro che una compravendita di uomini, in base alla quale essi sono ancora e sempre trattati proprio «come fossero cose» da impiegare a scopo di lucro. Per dire insomma che se abusare degli altri è scandaloso, non lo è da meno usarli, benché sia del tutto legittimo farlo.
Lo stesso dicasi per «la questione del salario», argomento già incontrato nel paragrafo precedente, e che qui il Papa affronta ancora in difesa dei lavoratori. Solo che di nuovo egli non mostra la minima intenzione di contestare questa forma di retribuzione, come se il salario fosse pagato dall'imprenditore non altrimenti che per il profitto che ne ottiene in cambio. Il Pontefice avverte che «il quantitativo della mercede non deve essere inferiore al sostentamento dell'operaio, frugale si intende, e di retti costumi». Ma con ciò egli si limita a reclamare un "giusto" salario, come se possa mai essere giusto che in quel modo «il padrone» che compra e paga il lavoratore lo fa solo per approfittarsi necessariamente di lui. Ancora oggi questa verità viene mascherata da espressioni come "datore di lavoro", per indicare l'imprenditore benefattore. Quando in realtà chi dà o offre lavoro all'apposito "mercato" è il lavoratore, mentre chi lo domanda o cerca è l'imprenditore; infatti il primo vende la "merce", cioè se stesso, appunto in cambio di un salario, laddove il secondo la compra in vista del profitto che ne trae. A parte questi dettagli però, qui il Papa riconosce parzialmente anche il significato del lavoro come la fondamentale attività attraverso cui gli uomini producono ciò di cui hanno bisogno per vivere, ma solo per poi relegare in secondo piano i lavoratori, quasi fossero un accessorio tra gli altri del meccanismo produttivo. Egli reclama infatti il necessario «diritto» di lavorare, prima ancora che il dovere. Solo con la precisazione che i mezzi di sussistenza ottenuti in cambio, «nella povera gente si riducono al salario del proprio lavoro». Espressione che ancora una volta mostra bene la deprecabile concezione liberale del Pontefice, che esalta il lavoro eppure al tempo stesso riduce i lavoratori a merce di scambio, «povera gente» costretta a svendersi per vivere. E la raccomandazione che il salario sia non inferiore al benché «frugale» sostentamento, che il contratto di lavoro sia equo e rispettato, che lo Stato sia vigilante, non solleva di un grammo il peso della dignità calpestata che opprime l'operaio.
L'ultima parte della Rerum novarum è dedicata alla funzione che possono svolgere le associazioni nella soluzione della questione sociale, argomento comunque anch'esso correlato all'azione dello Stato. Veramente il Papa non parla delle associazioni di categoria come le intendiamo oggi, né usa mai il termine sindacato, ma esordisce elogiando piuttosto le corporazioni medievali. Ciò che lo distingue infatti è che egli ancora una volta, nonostante la separazione esistente, non mira al conflitto, bensì alla «collaborazione» tra le parti sociali, da perseguire appunto con la costituzione di associazioni che non siano «di soli operai», quanto piuttosto «miste di operai e padroni». Per quanto stravagante e improbabile possa sembrare questo tipo di organizzazione che ha in mente, pure il Pontefice ne incoraggia la diffusione, perché convinto che «a dirimere la questione operaia possono contribuire molto i capitalisti e gli operai medesimi con istituzioni ordinate (…) ad avvicinare e unire le due classi tra loro». Siamo quindi alle solite, alla proclamazione della "pace" piuttosto che della lotta di classe, benché «operai e padroni» abbiano interessi diametralmente opposti.
Tuttavia occorre almeno riconoscere al Papa la sua insistenza sul diritto di associazione, che ai suoi tempi non era ancora affatto scontato. Peccato che poi lo abbia sostenuto con molte riserve, e cioè riservato solo alle associazioni cattoliche. A questo proposito egli comincia con il disquisire sulla nozione aristotelica della socialità come «naturale inclinazione» degli uomini, i quali appunto socializzano a causa della loro debolezza, consapevoli che l'unione fa la forza. Quindi nota che possono esservi diverse, più o meno ampie forme possibili di società, di cui la «società civile» è la più grande, la quale comprende a sua volta le associazioni intermedie e per finire le famiglie. Così egli giustamente dice: «Il fine della società civile è universale, perché è quello che riguarda il bene comune», quello cioè di tutta quanta la popolazione. Solo che subito dopo incorre nel solito equivoco di identificare tale realtà con lo Stato, come se l'interesse "pubblico" dei politici coincidesse con il benessere sociale dei cittadini. Così che ancora una volta, con la distinzione tra la società «pubblica» che cura l'interesse dello Stato politico, e le società «private» che perseguono gli interessi dei singoli individui, scompare la società civile e con essa la cura del bene comune di tutti, ciò che pure era stato correttamente definito all'inizio.
Ma, a parte la reiterata confusione concettuale, ciò che qui il Pontefice vuol dire è che lo Stato non deve interferire con le società private che si formano al suo interno, appunto perché quello di associazione è un «diritto naturale» degli uomini, che come tale non può essere calpestato dalle autorità politiche, ma va al contrario protetto. Attenzione però, perché possono anche darsi casi in cui le associazioni vanno invece represse: «Quando società particolari si prefiggono un fine apertamente contrario all'onestà, alla giustizia, alla sicurezza del consorzio civile, legittimamente vi si oppone lo Stato, o vietando che si formino o sciogliendole se sono formate». Il Papa non fa nomi, ma è chiaro che si riferisce ai noti nemici della Chiesa, le società segrete massoniche e i movimenti operai socialisti. Laddove i casi esemplari di associazionismo, quelli la cui autonomia è degna di essere tutelata, sono le comunità di natura religiosa, come monasteri, conventi, collegi e quant'altro. Al che è d'obbligo la polemica del Pontefice contro il moderno Stato liberale, il quale sembra comportarsi proprio in modo opposto a quello auspicato, violando da una parte le istituzioni cattoliche, sommariamente chiuse e confiscate, e permettendo dall'altra il proliferare di organizzazioni nemiche della Chiesa e dello Stato.
Tra cui appunto le associazioni operaie autonome, cioè non clericali né padronali, alla quali finalmente il Papa fa riferimento, sebbene solo velatamente esplicito: «Certe società diversissime, costituite specialmente di operai, vanno oggi moltiplicandosi sempre più. Di molte, tra queste, non è qui luogo di indagar l'origine, lo scopo, i procedimenti. È opinione comune però, confermata da molti indizi, che il più delle volte sono rette da capi occulti, con organizzazione contraria allo spirito cristiano e al bene pubblico; costoro con il monopolio delle industrie costringono chi rifiuta di accomunarsi a loro, e a pagar caro il rifiuto». Ecco l'«ingiusta e intollerabile oppressione» che i Socialisti eserciterebbero sopra gli «operai cattolici», ai quali di fronte a simili circostanze non rimane che una alternativa: «o iscriversi a società pericolose alla religione, o formarne di proprie». Di qui l'esortazione al proliferare delle organizzazioni cattoliche che prendano a cuore il movimento operaio, allo scopo di «regolare, secondo equità, le relazioni tra lavoratori e padroni». Cosa che, stando ai «precetti evangelici», significa mantenere «l'armonia nella vita civile». Parola d'ordine è la moderazione, da parte degli operai però, visto che un eccesso è consentito, e cioè «la più grande diversità di persone e di cose», proprio nel senso della più profonda differenza di classe e di proprietà, sulla quale tale "armoniosa civiltà" dovrebbe reggersi. Secondo un piano che prevede non solo la collaborazione dei credenti intellettuali e clericali, ma altresì il contributo dei «cattolici benestanti» e benefattori, i quali, «fatta causa comune coi lavoratori, non risparmiano spese per fondare e largamente diffondere associazioni che aiutino l'operaio». Qui veramente i casi sembrano essere due, o il nostro Leone vive in buona fede fuori dal mondo reale, oppure è talmente in malafede da non farsi scrupolo di ostentare la peggiore ipocrisia.
In ogni caso egli non si smentisce con quanto aggiunge, e cioè che le organizzazioni cattoliche, più che al miglioramento economico e sociale dei lavoratori, è al loro «perfezionamento religioso e morale» che devono puntare, poiché l'«anima» ha ben più valore del corpo, e quindi le sue esigenze "spirituali" vengono prima di tutto. Di qui la priorità dell'«istruzione religiosa» da impartire agli operai, in modo che ciascuno «sappia bene ciò che deve credere, sperare e fare per salvarsi; e sia ben premunito contro gli errori correnti e le seduzioni corruttrici». Infatti è proprio l'adesione alla fede salvifica, nonché la frequentazione dei riti cultuali, ciò che distingue il buon operaio cristiano da quello "cattivo" senza Dio. E il colmo è appunto che, mentre il lavoratore cattolico è tenuto a fare la pace con il proprio padrone "benefattore", al tempo stesso deve altresì stare alla larga dal suo collega socialista, la cui "seduzione corruttrice" potrebbe indurlo invece alla lotta. Non a caso il Papa insiste su quella sorta di idillio sociale che solo un inquadramento religioso dei rapporti umani può assicurare, tale per cui, piuttosto che confliggere tra loro, «i diritti e i doveri dei padroni armonizzino con i diritti e i doveri degli operai». Come se il fatto che i lavoratori costituiscano le «classi inferiori» della popolazione, non voglia dire che i loro diritti siano anch'essi inferiori. Ora, già sappiamo che la Chiesa ostenta una certa predilezione per gli "ultimi", purché se ne stiano al loro posto e ubbidiscano ai "primi". Ma lo smacco ingiurioso del Pontefice arriva al culmine quando, con una reminiscenza pseudo storica, fa un paragone pseudo edificante tra il lavorare e il fare l'elemosina: «Agli inizi della Chiesa i pagani stimavano disonore il vivere di elemosine o di lavoro, come facevano la maggior parte dei cristiani. Se non che, poveri e deboli, riuscirono a conciliarsi le simpatie dei ricchi e il patrocinio dei potenti». Dove da una parte il Papa conferma la sua concezione miserabile del lavoro, e dall'altra vorrebbe far credere essere stata l'alacre operosità dei primi poveri cristiani a far convertire i ricchi romani. Come se all'affermazione della nuova religione non abbia invece contribuito altro che il mèro calcolo politico degli Imperatori.
Alla fine un appello generale a tutte le parti in causa, affinché la questione operaia abbia soluzione. Gli «operai cristiani» sanno cosa fare, lavorare con fervore e remissivi, come facevano i loro «antenati» duemila anni fa, in modo da accattivarsi le simpatie dei potenti. Quanto agli «operai ai quali manca o la fede o la buona condotta secondo la fede», si convincano che «il vero e radicale rimedio non può venire che dalla religione», per cui si convertano e si iscrivano alle associazioni cattoliche. Ai «governi» tocca invece di fare buone leggi, mentre «i capitalisti e padroni abbiano sempre presenti i loro doveri». Infine la Chiesa, per la quale «tutte le classi della società» sono uguali e destinatarie dello stesso insegnamento di carità. Peccato solo che tale «regina delle virtù sociali» mal si adatta al clima  dell'economia liberale. Infatti, visto che la carità cristiana «non cerca il suo tornaconto», è «contro l'orgoglio e l'egoismo», e «sempre pronta a sacrificarsi per il prossimo», è evidente che si tratta di una qualità estranea agli uomini d’affari che conducono il gioco dei mercati.
Dieci anni dopo la Rerum novarum, Leone XIII torna sull'argomento della questione sociale con l'Enciclica Graves de communi re, appunto del 1901. Si tratta di un breve documento, che in sostanza non aggiunge nulla di nuovo, e anzi ne fa piuttosto una questione di nomi, ma tuttavia significativo per il fatto che qui compare per la prima volta l'espressione «democrazia cristiana». Il Papa per cominciare prende atto che «i falsi principi filosofici e morali» del Socialismo non sono tramontati, e anzi il progresso della produzione industriale sembra accrescere «il conflitto tra i ricchi e i proletari», tanto da far temere il rischio di una rivoluzione globale. Tutto ciò nonostante il suo insegnamento che al contrario mirava a mettere «in reciproco accordo le due classi sociali dei capitalisti e dei lavoratori», nonché a «togliere ogni contesa tra i vari ordini di cittadini», affinché fosse salva la «salute di tutte le classi sociali e principalmente dei diseredati dalla fortuna». Il Pontefice però si compiace che, dietro l'apparente fallimento, le sue parole non sono andate a vuoto, ma anzi hanno prodotto «frutti abbastanza copiosi», e cioè tutte le organizzazioni cattoliche che si occupano dei problemi del lavoro. Di qui il problema della denominazione dei vari istituti di questa «specie di previdenza popolare» patrocinata dalla Chiesa, per distinguerla dalle iniziative concorrenti dei socialisti. Per fortuna la definizione inizialmente proposta di «socialismo cristiano» è stata abbandonata, perché troppo compromettente, mentre il suggerimento di «azione popolare cristiana» era già molto meglio. Alla fine però la preferenza del Papa cade su quelle associazioni cattoliche che «si prendono il titolo di democrazia cristiana, dicendo democratici cristiani quelli che se ne occupano; per contrapporla alla democrazia sociale, propugnata dai socialisti».
Non però senza una precisazione sul significato da dare al termine democrazia, il quale non è proprio usuale nel vocabolario cattolico, e infatti «suona male a molti tra i buoni, perché vi veggon sotto un che di ambiguo e pericoloso». Non a torto, perché in effetti la parola democrazia vuol dire «portare al potere il popolo», con il pericolo che il «bene della plebe» venga perseguito a spese degli «interessi delle altre classi», e soprattutto che venga meno il dominio dell'autorità dello Stato e della Chiesa. Di qui la premura del Pontefice a specificare come tali rischi incombano sulla democrazia socialista, senza Dio, né proprietà privata, e per l'uguaglianza sociale; mentre la democrazia cristiana, con Dio, per la proprietà e per la disuguaglianza, certi rischi non li corre. Così egli può assicurare «non esservi tra la democrazia sociale e la cristiana nulla in comune, e correre tra loro tale differenza qual è tra la setta del socialismo e la professione del cristianesimo». Né la democrazia cristiana deve intendersi come un partito politico (cosa che accadrà nel 1942), poiché essa è sopra le parti, nonché indipendente dalle forme di governo in carica. Affinché sia chiaro che «mentre essa mette ogni impegno nel cercare il vantaggio delle classi più basse, non sembri trascurare le superiori, che pure non valgono meno alla conservazione e al perfezionamento della società». Essendo infatti uno solo il Dio, uguale per tutti, ecco perché l'iniziativa delle organizzazioni cristiane promuove «l'unione naturale della plebe con le altre classi». Infine, a scanso di ogni equivoco, è confermato per gli operai aderenti alle organizzazioni cattoliche l'obbligo intransigente di obbedire ad ogni forma di autorità.
Precisati i termini della questione, ecco in conclusione l'«unico fine» che siffatta democrazia cristiana deve perseguire: «ricondurre a condizioni meno dure quelli che campano del lavoro manuale (…). Tale vuol essere il programma, tale lo scopo di coloro che desiderano con animo veramente cristiano arrecare un opportuno sollievo alla plebe e salvarla dalla peste del socialismo». Costoro lasciano infatti intendere che la questione sociale si risolve con le sole rivendicazioni economiche, mentre si tratta di una questione «principalmente morale e religiosa». Perché, per quanto possano migliorare le condizioni degli operai, senza Dio essi non potranno tenere altro che una «condotta depravata» e vivere nella «deplorevole miseria». Così all'incombere dei Socialisti, considerati una vera minaccia per lo Stato, la religione e la proprietà, Papa Leone esorta i suoi a tenere lontani gli operai da simile pericolo, insegnando loro «che si guardino dalle rivolte e dai rivoltosi; che rispettino inviolabilmente i diritti altrui; che prestino volenterosi e col dovuto ossequio l'opera loro ai padroni; (…) che pratichino anzitutto la Religione, e ne traggano il più valido conforto nelle difficoltà della vita». Per l’ennesima volta si impone ai lavoratori di stare al loro posto, rispettando i preti di Dio, gli imprenditori di denaro e i politici di Stato, - proprio quelli che pure sono la causa della loro sorte funesta.



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