2.1 Un Papa liberale?
Pio IX si merita un capitolo a parte nella storia della Chiesa, se non altro per il pontificato più lungo di tutti i tempi, ma certamente anche per la turbolenza delle vicende italiane con cui la sua ultra trentennale carica, volente o nolente, ha dovuto misurarsi e finire per fare i conti. Eletto nel Giugno del 1846, a soli 56 anni, il nuovo Papa suscitò grandi entusiasmi di rinnovamento. Già era significativo il fatto che la sua candidatura era malvista dagli Austriaci, e che dal Conclave uscì vittorioso sul suo avversario reazionario. Poi in effetti già un mese dopo la nomina egli emanò un «Editto del perdono», proclamando l'amnistia per i reati politici, il permesso per i fuoriusciti di tornare, nonché la riabilitazione per tutti costoro agli incarichi pubblici. Seguì in Agosto l'assegnazione della Segreteria di Stato ad un certo Pasquale Gizzi, Cardinale di chiara fama liberale. Così che tutti si felicitavano con il nuovo Pontefice, Mazzini e Garibaldi compresi, e le manifestazioni di popolo erano talmente accese che più di una volta la Curia dovette emettere ordinanze che riportassero la calma. Insomma, era nato il mito del Papa liberale, sebbene durò poco.
Infatti già nel Novembre di quello stesso anno Pio IX pubblicava la sua prima Enciclica, Qui pluribus, che rappresentava una sorta di manifesto programmatico. Dove si evinceva appunto come molti concetti ivi espressi non erano affatto nuovi, poiché più o meno rintracciabili già nei suoi predecessori, e per di più con gli stessi toni cruenti. Ebbene in questo documento il Pontefice mostra tutta la sua apprensione per «il peso» che gli era toccato in sorte, reso ancora più grave dai «tempi difficilissimi» che si stavano attraversando. Ma senza indugiare più di tanto passava presto all'individuazione dei «fierissimi nemici», quegli «uomini congiunti fra loro in empia unione» che non miravano ad altro che rovesciare la Chiesa e, con essa, l'intera società. Costoro, i quali si spacciavano per filosofi, «con fallace e confuso argomento non cessano mai di magnificare la forza e l’eccellenza della ragione umana contro la fede santissima di Cristo, e audacemente blaterano che la medesima ripugna alla ragione umana». Alla quale empia stoltezza Pio IX replicava che anche la ragione proveniva da Dio, per cui all'irragionevolezza di un suo contrapporsi alla fede era molto più opportuno che le stesse sotto, in modo da farsi ammaestrare nel vero sapere, il quale consisteva nella «cognizione delle cose divine». Invece quegli uomini, confidando nell'autonomia della ragione dalla fede congiunta alla loro esaltazione del «progresso», pretendevano che anche la Chiesa dovesse progredire, come se fosse un'istituzione umana come le altre, ossia come se non fosse già perfetta fin dall'inizio e per sempre. Costoro in realtà, sotto le mentite spoglie del progresso nascondevano l'intenzione di sottomettere alla ragione umana non solo la fede di Dio, bensì anche l'«infallibile» giudizio e autorità del Papa che ne era il depositario sulla Terra. Senza avvedersi che «la ragione umana, conoscendo chiaramente (...) che Dio è l’autore della fede, non può sospingersi più oltre, ma (...) conviene che presti ossequio alla fede medesima, tenendo per cosa data da Dio tutto ciò che essa propone da credere e da fare». Questa di Pio IX era evidentemente la classica dottrina medievale della ragione come "ancella" della teologia, che non doveva avere altro oggetto che non fossero gli oggetti teologici stessi, con la fede ed il suo custode supremo che dettavano legge in ogni cosa. Una "sapienza" ai cui dettati doveva sottostare ogni altra forma di conoscenza possibile, fosse quella del mondo, della vita o degli uomini. Alla faccia del Papa innovatore e liberale!
Ma l'elenco delle «altre mostruosità di errori ed altre frodi» da smascherare era ancora lungo. A proposito di «quelle sette segrete che occultamente sorsero dalle tenebre», il nostro Autore raccomanda di seguire le istruzioni dei suoi predecessori. Per cominciare occorreva contrastare quelle «società Bibliche» protestanti che, «senza badare a spese» volgarizzavano, cioè traducevano il testo sacro per poi diffonderlo tra il volgo, e per di più sollecitandone il libero esame, con tutti gli «errori gravissimi» che ciò comportava. Ma ancora più grave e gravida di conseguenze nefaste era l'ormai nota dottrina che predicava «l’indifferenza della Religione», come se l'una valesse l'altra ai fini della "salvezza". Nient'altro che la pretesa ad una sorta di religione universale naturale, che, come aveva già notato Pio VIII, «ripugna allo stesso lume della ragione naturale». Seguivano altre due dottrine e usanze insidiose per la fede: «la turpe cospirazione contro il sacro celibato dei Chierici, (...) cedevoli agli allettamenti della voluttà», nonché «la perversa istituzione di ammaestrare nelle discipline filosofiche con le quali si corrompe l’incauta gioventù». Per finire la «sfrenata licenza di pensiero, di parole e di scritture», deprecabile libertà che con la proliferazione di «tanti volumi e libercoli» provvedeva alla divulgazione di tutte quelle «pestifere dottrine» in circolazione, le quali seducevano il Popolo ingenuo e offendevano la santità della religione.
A questo punto, diagnosticati i mali, seguiva l'indicazione della cura che i Vescovi erano tenuti a prestare. La parola d'ordine era che in pratica niente doveva cambiare, il che valeva a dire difendere a tutti i costi gli insegnamenti della religione e fare in modo che il gregge affidato a ciascun Vescovo rimanesse «stabile ed immobile nella fede». Occorreva poi ricordare che fuori della Chiesa di Roma non c'era salvezza e che il primo dovere di ogni credente era l'obbedienza verso il Papa, al quale, «come a fermissimo fondamento, tutto l’edificio della Nostra santissima Religione sta appoggiato». Bisognava poi che il «popolo fedele» fosse sempre messo in guardia dai pericoli cui era esposto, fossero dottrine e «libri pestiferi» di sette o società segrete; che insomma evitasse «con la massima cura tutte quelle cose che avversano l’integrità della fede, della Religione e dei costumi». E che sapesse infine quanto fosse altresì indispensabile l'obbedienza incondizionata ai poteri sovrani costituiti, se voleva evitare la dannazione, come già l'Apostolo Paolo aveva insegnato. Ma affinché il Popolo fosse ammaestrato a dovere in questo modo, era necessario che il Clero desse per primo il buon esempio, per cui seguiva una lunga serie di accorgimenti da adottare perché ciò fosse possibile. In conclusione il consueto appello ai detentori del potere politico, i «Principi, carissimi figli Nostri in Gesù Cristo», nella fiduciosa speranza che essi non sarebbero venuti meno al dovere di difendere la Chiesa, proprio come in perfetta reciprocità la Chiesa difendeva loro.
2.2 Il Quarantotto
Il 1848-'49 fu un altro biennio caldo, cruciale sia per l'Europa in generale che per l'Italia e lo Stato della Chiesa in particolare. In seguito agli eventi del '30-'31 il Continente si era andato dividendo in due blocchi, quello assolutistico di Austria, Germania e Russia, e quello liberale costituzionale di Francia e Inghilterra. Ma anche all'interno dei singoli Stati più avanzati emergeva il contrapporsi di nuovi interessi che dividevano le stesse opposizioni ai regimi assoluti in schieramenti diversi. Infatti, con i progressi dell'incipiente Rivoluzione industriale, alla borghesia liberale moderata, che mirava alla tutela dei suoi affari, andava a contrapporsi il nascente movimento operaio che reclamava i propri diritti. Alla questione semplicemente politica, in fondo puramente formale, subentrava quella economica e sociale, ben più sostanziale. Soppiantata ormai la vecchia aristocrazia terriera, prendeva piede lo scontro tra imprenditori capitalisti e lavoratori salariati, con la classe operaia che per la prima volta si presentava come una componente autonoma della società con proprie rivendicazioni. Non è un caso che il Manifesto del partito comunista compariva proprio in coincidenza con lo scoppio dei nuovi moti, ai quali quelli francesi in particolare fu determinante la partecipazione di larghi strati popolari, per la prima volta non più manovrati da altri, bensì con un proprio programma politico indipendente, e anzi in netto contrasto a quello dei ricchi uomini d'affari. Contro il moderatismo borghese, che si accontentava di una monarchia costituzionale, andava affermandosi il radicalismo democratico e repubblicano, antesignano del Socialismo vero e proprio. Per quanto tutto ciò riguardasse la punta più avanzata d'Europa, laddove in altri contesti, come quello italiano e tedesco, si trattava di movimenti ancora sostanzialmente a carattere politico, guidati da élites intellettuali che puntavano più che altro all'indipendenza e unità nazionale.
Questa volta toccò al Meridione italiano dare il via alle convulsioni rivoluzionarie, con le sollevazioni di Palermo e Napoli del Gennaio 1848, che portarono il Re borbonico a concedere la Costituzione l'11 Febbraio. Quindi fu la volta di Parigi, stremata dalla prima grande crisi economica che si protraeva da due anni, che con l'insurrezione del 22 Febbraio provocò la caduta di Luigi Filippo e la proclamazione della Seconda Repubblica. Dalla Francia la Rivoluzione dilagò in Austria e Germania: il 13 Marzo le rivolte di Vienna e Berlino ottenevano le Costituzioni concesse dai rispettivi Sovrani, con in particolare nel primo caso la fine del trentennale potere del Cancelliere Metternich costretto alla fuga. Cosa che in Italia provocò la rivolta contro il dominio austriaco, con la proclamazione della Repubblica di Venezia, il 17 Marzo, e il giorno successivo lo scoppio delle Cinque giornate di Milano, che porteranno alla fuga degli occupanti dalla città. Nel frattempo anche in altre parti d'Italia le Costituzioni furono concesse spontaneamente sull'ondata emotiva degli avvenimenti, senza colpo ferire. Come fecero il Granduca di Toscana (17 Febbraio), il Re Carlo Alberto in Piemonte (4 Marzo) e il Papa Pio IX a Roma (14 Marzo). Si trattava di documenti i quali in realtà ricalcavano più la Costituzione francese del 1814 che altro, e dunque concessioni fatte dall’alto, sebbene indubbiamente rappresentassero un'ulteriore notevole svolta nella politica italiana tradizionale.
In particolare il Papa apriva il suo Statuto, intitolato Nelle istituzioni, ritenendo maturato il tempo affinché anche il suo Popolo dovesse ricevere «il benefizio di una Rappresentanza non meramente consultiva, ma deliberativa», proprio come stava accadendo nel resto d'Europa. Nel caso specifico la novità consisteva nell'istituzione di «due Consigli di prodi e prudenti cittadini», che per la prima volta dovevano appunto avere il compito di deliberare sulle leggi dello Stato. Ma Pio IX metteva anche subito le mani avanti: «Nel Nostro sacro Principato (...) non solamente riserbiamo a Noi e ai Successori Nostri la suprema sanzione e la promulgazione di tutte le leggi che saranno dai predetti Consigli deliberate, (...) ma intendiamo altresì di mantenere intera l’autorità Nostra nelle cose che sono naturalmente congiunte con la religione e la morale cattolica», affinché «la libertà e i diritti della Chiesa» non corressero rischi. Tra le disposizioni generali del nuovo Statuto comparivano precetti squisitamente liberali, tra cui la garanzia della «libertà personale», che non poteva essere impedita al di fuori delle leggi; l'inviolabilità del «diritto di proprietà»; nonché l'abolizione della «censura governativa o politica per la stampa», mentre restava invece in vigore la «censura ecclesiastica». Le due per così dire Camere erano «l'alto Consiglio», i cui membri venivano «nominati a vita dal Sommo Pontefice», in numero illimitato; e il «Consiglio dei Deputati», i cui componenti erano «scelti dagli elettori, sulla base approssimativa di un deputato per ogni 50.000 anime». In più c'era il Senato, formato dal «Sacro Collegio dei Cardinali, elettori del Sommo Pontefice», nonché il Consiglio dei Ministri anch'essi di nomina papale. I membri dell'alto Consiglio dovevano aver compiuto i cinquant'anni, e, a parte altre qualità speciali, dovevano in generale essere «possidenti con una rendita di scudi 4.000 annui». Invece al Consiglio dei Deputati erano eleggibili coloro che avessero compiuto i trent'anni, in particolare «quei che nel censo sono iscritti possessori di un capitale di scudi tremila», compresi quei nuovi personaggi emergenti: «i capi di fabbriche o stabilimenti industriali»; mentre erano elettori «quelli che nel censo sono iscritti possessori di un capitale di scudi 500» e che avessero compiuto i venticinque anni. Sia per eleggibili che per elettori era però previsto un prerequisito indispensabile: «la professione della Religione Cattolica, la quale è condizione necessaria pel godimento dei diritti politici nello Stato». Ovviamente in tutti i casi e per ogni cosa l'ultima parola spettava al Papa Re. Era lui che decideva quando convocare e chiudere le sessioni dei due Consigli, e quando sciogliere l'Assemblea dei Deputati. Inoltre tutte le leggi, quand'anche discusse e approvate da entrambe le Camere, non avevano valore finché non erano sottoscritte dall'autorità suprema; e anche la politica estera era interamente nelle sue mani. Infine, in caso di morte del Papa andavano immediatamente sospese le attività di entrambi i Consigli, e durante il periodo della «Sede vacante» era il Senato dei Cardinali a svolgere le funzioni vicarie. Insomma, sebbene una concessione benemeritamente spontanea, questa di Pio IX, si trattava evidentemente di una Costituzione tutto sommato assai moderatamente liberale, dove non solo il regime parlamentare era ben lungi dall'essere realizzato, ma il principio della sovranità popolare non era nemmeno lontanamente adombrato. Per vedere questo e altro occorreva attendere la Costituzione della Repubblica romana dell'anno successivo.
Occorre infatti considerare che l'iniziativa costituzionale del Papa era stata più una breve parentesi che altro, dettata come fu e al tempo stesso spazzata via come sarà dal tumultuoso incalzare degli eventi. I fatti furono che il 23 Marzo, il giorno dopo la ritirata degli Austriaci da Milano in rivolta, con la sua consueta "audacia" l'opportunista Carlo Alberto dichiarava loro guerra, la prima dell'Indipendenza italiana; che con un simile personaggio alla guida, sulle cui fin troppo basse motivazioni sorvoliamo, non poteva che finire male. Ebbene in quella circostanza il Papa, anch'egli sensibile al generale entusiasmo sollevato dall'iniziativa piemontese, fu praticamente costretto ad inviare un proprio esercito in suo sostegno, come avevano fatto i Sovrani della Toscana e di Napoli. Senonché tutti e tre e lui per primo, per cause e motivi differenti, nel giro di pochi mesi ritirarono le loro forze, lasciando il tentennante Carlo Alberto praticamente da solo, con il solo appoggio dei patrioti volontari.
Pio IX spiegò le sue ragioni nella celebre Allocuzione del 29 Aprile. Solo che in quella occasione, invece di spiegarsi con gli sconcertati e indignati Italiani, si giustificava piuttosto con gli Austriaci, ben conscio che costoro erano i suoi più fedeli non solo seguaci ma anche difensori. Del resto era evidente l'imbarazzante situazione in cui egli si era andato a cacciare con la sua avventata iniziativa, nonché il conflitto di interessi che comportava il suo essere Capo di un Stato particolare e al tempo stesso della Chiesa universale. Nel suo discorso egli esordiva lamentando una generica «ingiuria» che stava circolando con insistenza soprattutto all'estero: «si divulga che il Sommo Pontefice (...) abbia eccitato i Popoli d’Italia a promuovere nuovi mutamenti nelle pubbliche cose», quasi che egli fosse un rivoluzionario. Particolarmente in Germania girava questa voce che gridava vendetta e reclamava la separazione dei Cattolici tedeschi da Roma. Contro le pretestuose calunnie di tali «denigratori» il Papa osservava come fin dai tempi di Pio VII fossero stati gli stessi Principi europei a sollecitare ripetutamente la Santa Sede affinché adottasse una conduzione dello Stato più consona ai tempi moderni, in particolare con «un metodo più spedito e più conforme ai desideri delle persone laiche», che superasse insomma quell'ordinamento anacronistico ancora basato sul privilegio. Ebbene, aggiungeva il Papa, non era stato forse il suo Pontificato quello che più di tutti aveva rinnovato le cose? E non era forse proprio perciò che egli era il più amato di tutti? Come si poteva dunque inferire da tale suo riformismo che egli fosse per questo anche solo sospettabile di sovversione? Lui che per di più, senza sosta, raccomandava i Popoli al dovere dell'obbedienza verso i Sovrani? Per dire insomma che i sospetti e le accuse nei suoi confronti proprio non stavano né in cielo né in Terra.
Ma eccolo che arrivava al sodo, alla spedizione militare inviata in appoggio a Carlo Alberto, il vero oggetto della sua per così dire arringa difensiva. Ebbene se era a quel gesto che si doveva il risentimento tedesco, esso era fuori luogo, semplicemente perché il Papa non aveva avuto modo di evitarlo: «non Ci fu possibile frenare l’ardore dei Nostri sudditi che vollero applaudire alle imprese compiute contro gli Austriaci nell’alta Italia, e vollero con gli altri popoli d’Italia far causa comune, infiammati anch’essi, come gli altri, dell’amore verso la propria Nazione. Tanto è vero che molti altri Principi d’Europa, di gran lunga a Noi superiori nella forza militare, non poterono neppur essi resistere alla commozione dei loro Popoli». Cui seguiva una postilla ad ulteriore discolpa: «Noi però ai Nostri Militi mandati ai confini dello Stato non volemmo che fosse ordinato altro che di difendere l’integrità e la sicurezza dei domini Pontifici». Non era dunque nei propositi del Papa di fare guerra all'Austria accanto agli altri Italiani, come alcuni avrebbero voluto far credere. Proprio per dissipare un simile sospetto, egli concludeva, «abbiamo ritenuto Nostro dovere dichiarare chiaramente e palesemente che ciò è del tutto contrario alle Nostre intenzioni, in quanto Noi, benché indegni, facciamo in terra le veci di Colui che è Autore della pace e amatore della carità, e per dovere del Nostro Supremo Apostolato Noi con eguale paterno affetto amiamo ed abbracciamo tutti i popoli e tutte le nazioni». A scanso di ulteriori equivoci smentiva poi a chiare lettere «coloro che vorrebbero il Romano Pontefice Presidente di una certa nuova Repubblica da farsi, tutti insieme, dai popoli d’Italia», ai quali ultimi raccomandava piuttosto per l'ennesima volta l'inderogabile «debito ossequio» che si doveva ai poteri costituiti. Per finire un ultimo particolare che spiegasse ancora meglio cos'era che distingueva il Papa da tutti gli altri Sovrani: egli poteva agire nelle sue funzioni per molti motivi possibili, ma certamente «non perché si dilatino i confini del Civile Principato», per cui l'ultima cosa di cui lo si poteva accusare era che si mettesse a fare la guerra «lusingato dall’ambizione di più largo temporale dominio». Pio IX evidentemente non poteva sapere a cosa sarebbe andato incontro di lì a poco, e però da questo documento una cosa è evidente, che non si preoccupò affatto di dover giustificare il suo gesto di fronte all'opinione pubblica italiana, forse ancora forte del gradimento di cui aveva goduto fino allora. Ma gli Italiani non persero tempo a tacciare il suo ritiro come un atto di tradimento, reso ancora più esplicito proprio con la pubblicazione di questo testo, che segnò il tramonto definitivo del mito assai breve di un Papa liberale.
2.3 La Repubblica romana del 1849
Nonostante il repentino cambio di strategia deciso da Pio IX, il comandante dell'esercito pontificio generale Durando decise clamorosamente di non obbedire all'ordine, attestandosi e combattendo anche valorosamente nella difesa di Vicenza da un attacco austriaco nel Maggio del 1848, sebbene costretto a capitolare il mese successivo. Sia perché le truppe napoletane che dovevano raggiungerlo in rinforzo avevano fatto anch'esse dietro fronte, e sia perché, nonostante i primi successi, Carlo Alberto si dimostrava inetto nel prendere l'iniziativa, permettendo all'esercito nemico di riposizionarsi e riprendere l'offensiva, proprio a partire da Vicenza. Sicché al Re sabaudo toccò la ritirata fino a Milano, dove l'esito incerto della battaglia lo indusse a chiedere una tregua. Così il 9 Agosto ottenne un armistizio di sei settimane, firmato dal generale di Salasco, mentre l'Austria rientrò in possesso dei territori italiani quale era stato sancito dal Congresso di Vienna, tranne la città di Venezia ancora in grado di resistere all'assedio. Tali eventi furono un duro colpo per i Liberali moderati, quelli favorevoli al costituzionalismo monarchico, già in crisi per il fatto che nel Regno delle due Sicilie fin da Maggio Ferdinando II di Borbone si stava riprendendo in mano la situazione con il pugno di ferro. Per i Repubblicani quelle sconfitte rappresentavano invece un'occasione di conferma alla bontà delle loro idee democratiche, nonché uno sprone a riprendere con ancora più vigore l'iniziativa politica rivoluzionaria. Come avvenne a Firenze, dove in Ottobre le agitazioni costrinsero il Granduca, anch'egli reo di voltafaccia nel conflitto austro-piemontese, a varare un Governo democratico che in capo a qualche mese lo obbligherà alla fuga. Ma soprattutto come avvenne a Roma.
Già a fine Luglio, in coincidenza alla rotta di Carlo Alberto a Custoza, gli Austriaci presero a penetrare nello Stato Pontificio. Tra un saccheggio e l'altro occuparono Ferrara, ma a Bologna provocarono un'insurrezione popolare tale da costringerli alla ritirata. In quell'occasione Pio IX protestò energicamente contro l'iniziativa austriaca, elogiando altresì la fedeltà dei suoi sudditi che avevano reagito, ma la situazione che si era creata a Bologna era talmente caotica che ai primi di Settembre l'ordine in città venne restaurato con una sanguinaria repressione delle truppe pontificie. Alla crisi politica che ne seguì il Papa varò un nuovo Governo, a capo del quale chiamò un certo Pellegrino Rossi, un conte francese che già era stato ambasciatore di Luigi Filippo presso la Santa Sede. Costui era una figura poliedrica, conservatore moderato al tempo stesso che patriota illuminato, e in effetti portò avanti tutta una serie di importanti riforme economiche e sociali. Però era anche fautore dell'autonomia dello Stato della Chiesa insieme al potere temporale del Papa, e quindi ostile a quel processo di unificazione nazionale messo in moto dalla guerra piemontese. Sta di fatto che, vuoi per l'ambivalenza del personaggio, che per la sua fermezza e intransigenza, il Rossi si attirò odio e antipatia da ogni parte. Finché il 15 Novembre subì un'aggressione, finendo ucciso con un taglio alla gola. All'efferato gesto seguirono reazioni discordanti, che andavano dallo sgomento del Papa all'entusiasmo dei democratici più radicali. I quali ultimi, profittando della situazione concitata, avanzarono la richiesta di un Governo democratico che si impegnasse nella guerra all'Austria. Al secco rifiuto del Papa montarono i tumulti popolari, e una folla minacciosa si radunò di fronte al Quirinale con tanto di cannone spianato. Sicché il Pontefice si vide costretto a cedere, incaricando il democratico Bartolomeo Galletti di formare il nuovo Governo; poi, due giorni dopo, pressato da un'analoga manifestazione intimidatoria, fu obbligato anche a dimettere e allontanare la sua Guardia svizzera dal Palazzo. C'è da precisare che in entrambe le circostanze egli agì con la preventiva convocazione del corpo diplomatico, affinché i Paesi europei fossero informati che quelle concessioni gli erano state estorte con la forza, e che egli le aveva fatte per evitare spargimenti di sangue. Finché dopo una settimana ancora, dichiaratosi ostaggio della violenza popolare, nonché estraneo a tutto ciò che stava accadendo, Pio IX pensò bene di darsi alla fuga. Il 24 Novembre lasciò di nascosto il Quirinale, travestito da semplice prete, dirigendosi a Sud, per l'indomani raggiungere Gaeta, appena oltre confine, ben accolto da Re Ferdinando che lo ospiterà per circa un anno e mezzo.
A Roma l'iniziativa passò così in mano al Governo democratico in carica ed alla convocata Camera dei Deputati. Il 3 Dicembre giunse una lettera del Papa, nella quale, ribaditi i motivi della sua fuga, nominava una «Commissione Governativa» provvisoria che assicurasse la guida dello Stato in sua vece. Ma da un lato i nominati rifiutarono in blocco l'incarico, mentre dall'altro la Camera dichiarava praticamente incostituzionale il documento in questione. Al tempo stesso in cui deliberava di inviare una delegazione a Gaeta, alla quale fu però impedito di passare il confine, perché il Papa non ne voleva sapere né di trattare e nemmeno di tornare a Roma in quelle circostanze. Sicché fu la stessa Camera che provvide alla nomina di una «Giunta di Stato» con la competenza del potere esecutivo vacante in assenza del Papa. Alla di cui ennesima protesta seguì un proclama con cui la Giunta annunciava la convocazione di nuove elezioni per un'Assemblea costituente che avrebbe riscritto le regole. Il 29 Dicembre la data del voto venne fissata per il 21 Gennaio 1849, con un sistema elettorale a suffragio universale, i cui elettori ed eleggibili fossero tutti i cittadini che avessero compiuti i venticinque anni, indipendentemente dal censo e dal sesso. Questo particolare non è un dettaglio trascurabile, perché era la prima volta nella Storia che si verificava. Veramente il suffragio universale era comparso anche nella Costituzione francese del 1793, la quale però non fu mai applicata, laddove la Rivoluzione parigina del Febbraio '48 lo introdusse, sì, ma solo maschile. Il Papa dal canto suo, saputa l'indizione delle elezioni, minacciò la scomunica per chiunque vi avesse partecipato. Il risultato del voto segnò la vittoria dei rivoluzionari, anche perché i reazionari moderati si erano astenuti, e tra gli eletti comparivano anche cittadini "stranieri", come Mazzini e Garibaldi.
La prima seduta della nuova Assemblea si ebbe il 5 Febbraio, che in pochi giorni a stragrande maggioranza votò la proclamazione della Repubblica, il cui Decreto istitutivo fondamentale fu pubblicato il 9 Febbraio. In quattro articoli vi si dichiarava la cessazione del potere temporale del Papa, al quale erano comunque forniti i mezzi necessari per l'esercizio del potere spirituale; nonché la forma repubblicana di uno Stato democratico opportunamente inserito nel più ampio contesto nazionale italiano. Tutti punti assai all'avanguardia, che saranno fedelmente ripresi nei Princìpi fondamentali della nuova Costituzione, promulgata il 3 Luglio 1849. La quale esprimeva a chiare lettere la sovranità popolare, l'uguaglianza che aboliva ogni sorta di titoli e privilegi, nonché la libertà religiosa, sebbene fossero ribadite le «guarentigie» per il Pontefice. Seguiva la lunga lista dei diritti costituzionali garantiti ai cittadini: l'inviolabilità della persona, della proprietà, del domicilio e della corrispondenza; la libertà di pensiero, di insegnamento e di associazione; l’abolizione della pena di morte, dell'arresto senza regolare mandato, della carcerazione per debiti e della censura. I doveri si riducevano invece nella partecipazione alla guardia nazionale e nella contribuzione alle spese dello Stato, ma non oltre la misura in cui le tasse erano imposte per legge. L'ordinamento politico prevedeva che il potere legislativo fosse affidato all'Assemblea dei Deputati, da rinnovare ogni tre anni con suffragio popolare universale, ed a cui poteva candidarsi chiunque avesse compiuto i venticinque anni di età. A sua volta l'Assemblea attribuiva il potere esecutivo nominando un Consolato composto da tre membri i quali a loro volta nominavano i Ministri. I rappresentanti del Popolo avevano altresì il compito di controllare e anche di mettere sotto accusa l'operato del Governo, per i membri del quale era istituito un apposito tribunale. Infine il potere giudiziario si costituiva con la nomina governativa dei giudici, però con la garanzia dell'autonomia e indipendenza della Magistratura. Inutile aggiungere come questa Costituzione romana del '49 rappresentava il livello più alto di democrazia che l'Europa di quei tempi era riuscita a raggiungere, un modello al quale in seguito nessun ordinamento progressista avrebbe potuto fare a meno di riferirsi.
Certo, non la pensava così il cardinale Antonelli, Segretario di Stato di Pio IX, che il 18 Febbraio scriveva ai Regnanti di mezza Europa chiedendo un loro intervento esplicitamente armato contro Roma. In questo documento l'alto prelato giudicava senza mezzi termini il Decreto istitutivo della Repubblica come «un atto che da ogni parte ribocca della più nera fellonia e della più abominevole empietà». Nella lettera non si faceva menzione del sostentamento statale che sarebbe stato comunque assicurato alla Santa Sede, ma solo si lamentava come «il patrimonio della Chiesa e la sovranità che vi è annessa» fossero stati espropriati con un colpo di mano dai cospiratori, togliendo da sotto i piedi del Re di Roma quella terra che era «indispensabile» a garantire un libero svolgimento delle sue funzioni di Papa. Ormai quindi, viste come si erano messe le cose, contro quell'«orda di settari» non c'era che un rimedio: l'«intervento armato» che li spazzasse via.
E l'intervento ci fu, da tutte le parti: Austriaci da Nord, Napoletani da Sud, e perfino gli Spagnoli inviarono un corpo di spedizione. Ma, ironia della sorte, fu la Francia, proprio l'unico Stato repubblicano d'Europa, a determinare la caduta della Repubblica romana. Una simile anomalia si spiega con il fatto che alla Presidenza della Seconda Repubblica francese era stato eletto Luigi Bonaparte, nipote di Napoleone, il quale aveva addirittura militato tra i rivoluzionari nei moti del '31 proprio a Roma. Eppure costui, degno in ciò dell'illustre avo, rappresentava ora gli interessi più reazionari e retrivi del Paese, che chiedevano una politica autoritaria e antipopolare. Così i fatti romani furono per lui un'improvvisa occasione d'oro per consolidare la sua posizione di fronte al proprio elettorato conservatore, il cui consenso sarebbe stato garantito appunto restaurando il dominio del Papa. Per non dire di come con tale azione l'ambizioso opportunista si poteva assicurare l'influenza francese in Italia. Sicché, nonostante la stessa Costituzione francese proibiva esplicitamente un'ingerenza del genere, e in più con i Francesi che si spacciavano ipocritamente come difensori del Popolo romano, l'esercito straniero giunse alle porte di Roma il 30 Aprile, confidando addirittura in un'accoglienza amichevole. Ma fu preso a cannonate e costretto ad una ritirata precipitosa verso Civitavecchia, da dove era sbarcato. Fu una giornata trionfale e memorabile, e non solo per i Romani ma per l'Italia intera, che vedeva in Roma l'ultimo baluardo di speranza per l'indipendenza nazionale, dopo la definitiva disfatta che nel frattempo anche Carlo Alberto aveva subìto il mese precedente. Ma Luigi Napoleone non perse tempo per la riscossa. Rinforzato il contingente francese, i combattimenti ripresero e proseguirono per tutto il mese di Giugno, finché l'eroica difesa della città venne meno e fu costretta alla resa. I Francesi entrarono a Roma il 5 Luglio 1849, mentre il Papa fece ritorno in città solo nell'Aprile dell'anno successivo. Sarebbero passati altri vent'anni prima che, con la breccia di Porta Pia, il vento della libertà soffiasse di nuovo sulla Città eterna. Per di più, quasi negli stessi giorni della capitolazione di Roma cadevano anche la Repubblica fiorentina e quella veneziana, così che l'Italia si ritrovò da capo a dover ricominciare da zero il cammino della redenzione e dell'indipendenza.
Intanto, mentre attendeva di fare ritorno a Roma Pio IX scriveva un'altra Lettera enciclica pubblicata dall'esilio napoletano l'8 Dicembre 1849, intitolata Noscitis et Nobiscum, che illustra bene il suo punto di vista interpretativo dei fatti accaduti. In questo documento il Pontefice, nonostante la recente "liberazione", esordiva mettendo in guardia dal pericolo che non era affatto scongiurato, lamentandosi di come ancora «con quanta malvagità (...) certi dichiarati nemici della verità, della giustizia e di ogni onestà (...) si studiano di propagare da per tutto tra i popoli della Cattolica Italia una sfrenata licenza di pensare, di favellare e di osare ogni cosa, e si sforzano di indebolire nella stessa Italia la Religione Cattolica, e di atterrarla, se fosse possibile mai, fino dalle fondamenta». Sebbene Roma e lo Stato Pontificio, «la mercede di Dio», fossero stati restituiti al legittimo proprietario, pure i «perversi nemici di Dio e degli uomini» erano sempre all'opera, pronti a tramare contro l'ordine ricostituito. Per questo era necessario combattere senza tregua «le guerre del Signore», affinché si prevenisse la minaccia di pericoli presenti e futuri cui la Chiesa poteva ancora andare incontro.
In difesa della supremazia della religione cattolica contro chi avrebbe voluto invece abolirla, seguiva un'esegesi della Storia tutta incentrata a mettere in evidenza «lo spirituale vantaggio» toccato all'Italia ed ai suoi abitanti per il solo fatto che qui avesse sede la Santa Sede. Una simile utilità «di così alto pregio» non era da attribuirsi a circostanze recenti, ma affondava le sue radici fino alle origini stesse della storia occidentale. Perché se la civiltà romana non era scomparsa insieme alla caduta dell'Impero, com'era sempre accaduto prima agli altri Stati dell'Antichità, lo si doveva solo all'insediamento della Chiesa, che aveva salvato quel patrimonio così ingente dalle distruzioni barbariche. Ora, non è qui il caso di rimuginare su tale discutibile filosofia della Storia di agostiniana memoria. Solo osservare che in quei frangenti la Chiesa aveva salvato piuttosto se stessa, essendo che alla caduta dell'Impero i Romani erano già convertiti alla nuova religione e il Cattolicesimo era già religione di Stato. E occorre riconoscere altresì che tutto ciò non era avvenuto tanto per sincera devozione dei Romani, quanto per un puro calcolo politico di Costantino e Teodosio. Pio IX preferisce invece insistere sull'«ispecialissimo favore di Dio» riservato all'Italia, affinché «giungesse ella nulladimeno, a preferenza di tutte le nazioni del mondo, a un grado così eccelso di gloria», tale che a Roma, alla dominazione materiale dell'Impero succedesse quella spirituale della Chiesa. Non solo, ma a questo «singolare privilegio» degli Italiani di ospitare la Santa Sede, si aggiungevano «altri moltissimi e soprammodo insigni vantaggi», consistenti nelle grandi e numerose opere che ne erano conseguite, come i monumenti, nonché le istituzioni educative, culturali e assistenziali. In conclusione, «questa Religione adunque tutta divina, a cui l’Italia va debitrice per tanti capi della sua salute, felicità e grandezza; questa Religione adunque si è quella che gridasi doversi bandire dall’Italia?». Com'era possibile, si chiedeva il Papa, una tale mancanza di riconoscenza? Come potevano esserci tanti «Italiani cotanto perversi e miseramente ingannati, che plaudendo alle scellerate dottrine degli empi non hanno ribrezzo di cospirare con loro all’estrema rovina dell’Italia»?
Pio IX aveva la risposta, e individuava in particolare due dottrine responsabili di tale «perfida macchinazione» volta a denigrare la santità del Cattolicesimo. La seconda si riferisce al Socialismo, e la esamineremo più avanti a suo tempo. La prima invece, che ormai conosciamo, è quella facente capo ai «conventicoli dei Protestanti» che andavano insegnando la follia di un libero esame delle Scritture. Quelle Società bibliche che nonostante le ripetute condanne continuavano a «spargere Sacre Bibbie traslate in lingua volgare, corrotte e con sacrilego ardimento pessimamente interpretate», che finivano in pasto ai fedeli sprovveduti facili a farsi influenzare. Il rimedio al diffondersi di una tale «peste dei cattivi libri» era che i fedeli venissero «diligentemente ammaestrati intorno ai santissimi dogmi e ai precetti» della vera religione, in modo che potessero sapere a chi andare dietro e chi invece rifuggire. In particolare era necessario insistere affinché i credenti avessero «impresso e scolpito profondamente nell’animo quel dogma della santissima nostra Religione, che versa intorno la necessità della Cattolica Fede per giungere a salvamento». Poi naturalmente era indispensabile altresì la preghiera insistente e l'assidua frequentazione dei vari Sacramenti. Infine l'ultimo accorgimento, ma primo per importanza, era di insinuare nei fedeli la devozione e l'obbedienza che devono alla suprema e «infallibile» autorità del Papa: «il conservare e difendere la comunione e l’ossequio dei popoli verso il Romano Pontefice è il mezzo più breve e a così dire compendioso per conservarli costanti nella professione della cattolica Verità». Insomma la linea di Pio IX era chiara: mantenere ferma la posizione riconquistata senza arretrare di un passo, come se la Repubblica romana fosse stata solo un brutto sogno.
2.4 Il Regno d'Italia
La seconda guerra d'Indipendenza del '59-'60 segnerà per lo Stato Pontificio l'inizio della fine definitiva. Il decennio successivo all'ennesima restaurazione del '49, di relativa calma nonostante vari tumulti subito soffocati al Nord e al Sud, era servito a preparare le condizioni affinché l'unificazione della Penisola andasse finalmente in porto. In questo periodo c'era stata infatti un'evoluzione insieme politica ed economica del Paese, rappresentata nel modo più emblematico dalla figura del Conte di Cavour. Costui rappresentava infatti per l'Italia ciò che già Luigi Filippo aveva significato per la Francia, ossia un compromesso tra l'Ancien régime da una parte e le rivendicazioni popolari dall'altra, nella salvaguardia degli interessi pertinenti alla borghesia commerciale e industriale, il cui emergere portava con sé la nascita di un'altra nuova categoria sociale da tenere a freno, la classe operaia.
Ora, nel 1850 l'Italia era ancora un Paese sostanzialmente molto arretrato, come capacità produttiva al penultimo posto in Europa dopo la Spagna, e tale resterà nei decenni a seguire. E sebbene soprattutto nel Centro Nord esistesse un certo sviluppo delle attività economiche, ancora non si poteva certo parlare di Rivoluzione industriale, anche per le barriere doganali che dividevano i vari Stati preunitari, le quali costituivano un ostacolo insormontabile al libero scambio tra di essi. Al Sud però, benché ancora soggiogato alla vecchia aristocrazia feudale, emergeva un caso unico e degno di nota: Napoli, che vide la costruzione della prima ferrovia italiana già nel 1839. Ma fu senz'altro il Regno di Sardegna quello più all'avanguardia in tutta la Penisola, non a caso l'unico regime costituzionale rimasto in piedi, che consentiva così ai settori economici di intervenire nelle scelte politiche. Qui fiorì in particolare l'industria metalmeccanica, con la produzione di navi e ferrovie, ma soprattutto grazie alle ingenti commesse militari dello Stato. Inoltre anche il settore agricolo ebbe un notevole sviluppo, con le grandi aziende risicole del vercellese condotte secondo i nuovi criteri capitalistici, con gli imprenditori che investono, cioè anticipano denaro, appropriandosi dell’intero ciclo produttivo, in vista di un profitto finale.
Il Piemonte e la Liguria erano la prova che per il progresso economico erano indispensabili due cose soprattutto: i diritti costituzionali di libertà per i cittadini e l'indipendenza politica dello Stato. Proprio i punti cardini su cui si incentrerà il programma liberale del Cavour, per un risorgimento non solo politico, ma anche e soprattutto economico dell'Italia. S'intende che la libertà civile di cui si fece promotore il politico piemontese era quella di mercato e d'impresa, a favore degli intraprendenti uomini d’affari, mostrandosi egli infatti assai più cauto e prudente nella concessione di diritti più estesi a tutta la popolazione. Nemmeno è un caso che, benché di estrazione nobile, invece che vivere di rendita Cavour fu un uomo assai attivo e poliedrico, prestato alla gestione di imprese e alla speculazione finanziaria, prima che alla politica. E seppure gli eventi del '30-'31 lo videro fervente sostenitore della causa rivoluzionaria, i suoi bollenti spiriti giovanili vennero presto meno, lasciando spazio appunto a quel moderato liberalismo politico che fosse al servizio di uno sfrenato liberismo economico. Divenne insomma il perfetto esponente di quell'emergente ricca borghesia della quale egli stesso era un esponente di spicco, collocandosi al centro dello schieramento politico, avverso sia alla Destra reazionaria che alla Sinistra rivoluzionaria. Paladino insomma della Monarchia costituzionale sabauda, giusto in mezzo agli opposti estremismi, tra il vecchio assolutismo regio e il recente repubblicanesimo democratico.
Né era un caso che la sua "discesa in campo" avvenne proprio in seguito ai disordini del '48, motivato dalla convinzione che solo dedicandosi alla politica attiva avrebbe potuto difendere gli interessi suoi e di quelli come lui, naturalmente come se fossero quelli universali del Paese intero. Fu eletto subito Deputato, e subito mise in mostra quelle brillanti qualità oratorie che lo avrebbero portato ad una fulminea carriera politica. La prima occasione per distinguersi l'ebbe nel Marzo del '50, nel corso del dibattito parlamentare sulla proposta di un disegno di legge che mirava proprio all'abolizione dei privilegi del clero. Ebbene il suo discorso a favore del provvedimento fu talmente caloroso ed efficace da conquistarsi la guida del gruppo liberale. Nell'Ottobre dello stesso anno ottenne la nomina di Ministro, e due anni più tardi quella di Capo del Governo con l'inedito appoggio della Sinistra moderata. In politica interna varò tutta una serie di misure infrastrutturali finalizzate al progresso delle attività economiche. Mise mano alla costruzione di una rete di canali per la circolazione dell'acqua, di strade e ferrovie per la circolazione delle merci, e di linee telegrafiche per la circolazione delle informazioni; fino alla fondazione di una Banca Nazionale e delle Borse di Torino e Genova per la circolazione del denaro. Fu invece ancora nella politica ecclesiastica che incontrò il primo intoppo. Nel '55 presentò infatti un disegno di legge per la soppressione dei conventi che non svolgevano alcuna funzione sociale, di istruzione o sanità che fosse, e che vivevano dunque solo sulla rendita parassitaria delle loro proprietà, in modo inutile e anzi dannoso per la collettività. Ma il fatto fu che non solo la Destra parlamentare insorse contro un simile provvedimento, bensì anche il Re. Tanto bene costui proprio in quegli stessi giorni nel giro di un mese aveva perso la madre, la moglie e un fratello, lutti che la Chiesa indicava come segni premonitori della collera divina. Sicché, al sostegno che il superstizioso Vittorio Emanuele II andava fornendo all'ala più reazionaria del partito clericale, Cavour non ci pensò su due volte e rassegnò le dimissioni, sebbene fosse forte della maggioranza parlamentare e dell'appoggio di vasti settori dell'opinione pubblica. La crisi durò però solo pochi giorni, tra Aprile e Maggio. Al Sovrano bastarono poche consultazioni per capire che non aveva altra scelta se non quella di riaffidare l'incarico al Conte. Il quale ebbe così mano libera nell'attuazione della sua legge, che finì per sopprimere più di trecento conventi.
Ma com'è noto furono le relazioni internazionali il capolavoro politico di Cavour, che con spregiudicato acume riuscì a tessere la trama di alleanze indispensabile al conseguimento dell'unione e indipendenza italiana. Nonostante il tumultuoso avvicendarsi degli eventi egli fu sempre in grado di cavalcarli volgendoli a favore di quella causa finale, perseguita con pazienza e determinazione, e a dire il vero senza nemmeno farsi tanti scrupoli. La sua prima mossa la fece nel '55, con la partecipazione apparentemente insensata alla guerra di Crimea, a fianco dell'esercito anglo-francese contro quello russo. Che nonostante la vittoria non gli fruttò un bel niente, se non di ottenere al Congresso di Parigi del '56 la convocazione di una seduta appositamente dedicata alla questione italiana, dove lo Statista in sostanza mise in guardia gli alleati che si trattava di una situazione esplosiva, pronta a deflagrare in sommosse rivoluzionarie che avrebbero potuto estendersi anche in Europa. Seguirono nello stesso anno gli accordi segreti di Plombières con Napoleone III. Costui era quel Luigi Bonaparte che era stato eletto Presidente della Seconda Repubblica francese, quello che aveva posto fine alla Repubblica romana, quello stesso che poi con un colpo di Stato si era fatto proclamare nuovo Imperatore. Ebbene attraverso quel patto stipulato con il Piemonte è evidente che un personaggio simile era certamente più interessato all'influenza francese in Italia che non alla causa italiana di per sé. Infatti l'accordo prevedeva un riordinamento politico della Penisola basato su una Confederazione di quattro Stati: un Regno del Nord ai Savoia; uno dell'Italia centrale e uno delle Due Sicilie in mano agli amici e parenti dell'Imperatore francese; nonché uno Stato della Chiesa ridotto a poco più della città di Roma, e però con al Papa la presidenza della Confederazione. Infine si stabiliva che in cambio dell'aiuto prestato Napoleone III avrebbe ottenuto dal Piemonte la Savoia e la Contea di Nizza.
A quel punto Cavour non doveva altro che farsi dichiarare guerra dall'Austria, perché solo in tal caso la Francia avrebbe potuto intervenire. A tale scopo nel '59 egli intraprese una minacciosa politica di riarmo e di schieramento di truppe ai confini, fino all'intimazione di smobilitare da parte di Vienna, al cui rifiuto seguì a fine Aprile l'auspicata e anche un po' avventata dichiarazione di guerra. Mentre al Nord l'offensiva franco-piemontese avanzava con successo, anche con il contributo dei Cacciatori delle Alpi guidati da Garibaldi, al Centro si sollevavano e liberavano contemporaneamente il Granducato di Toscana, i Ducati di Parma e Modena, nonché le città pontificie di Bologna e Ferrara. Ma proprio quando le cose sembravano volgere verso una vittoriosa conclusione, all'improvviso Napoleone III, fatti i calcoli del suo tornaconto politico, propose una tregua agli Austriaci, che si concluse con l'armistizio di Villafranca in Luglio, e senza che Cavour ne fosse preventivamente informato. Il nuovo accordo stabiliva la cessione della Lombardia alla Francia, che a sua volta l'avrebbe trasferita al Piemonte, nonché il ristabilimento dei poteri costituiti nel Centro Italia. In più trovò singolarmente conferma quell'ipotesi già formulata a Plombières sulla formazione di una Confederazione degli Stati italiani, compreso il Veneto rimasto in mano austriaca, sotto la presidenza del Pontefice romano. Cavour da parte sua era furibondo, e alla decisione di Vittorio Emanuele II di sottoscrivere l'accordo contro il suo parere, rassegnò di nuovo le dimissioni. Le popolazioni dell'Italia centrale però, guidate dagli esponenti della borghesia liberale, non ne volevano più sapere dei vecchi poteri, ormai considerati decaduti per sempre, e reclamavano invece l'annessione al Regno sabaudo. Tant'è che il Trattato di pace di Zurigo, firmato nel Novembre del '59, sancì solamente il passaggio di mano della Lombardia, lasciando in sospeso le decisioni sull'assetto degli altri territori. Fu così che due mesi dopo tornò in sella Cavour, il quale evidentemente non più indignato, tornò a interloquire e trovare l'accordo con Napoleone III: l'annessione della Toscana e dell'Emilia Romagna al Regno di Sardegna in cambio di Nizza e della Savoia alla Francia. Soluzione sancita a pieni voti dai plebisciti che si tennero in Marzo, cui Pio IX reagì alla fine di quello stesso mese con una scomunica generalizzata, talmente estesa da risultare praticamente inefficace.
La questione meridionale seguì a ruota, con la rivolta di Palermo scoppiata ai primi di Aprile del 1860. Solo che in questo caso le fila della sommossa non erano in mano alla borghesia liberale, bensì al movimento popolare di ispirazione mazziniana, che contro il dominio borbonico chiedeva l'instaurazione di una Repubblica. Così come la stessa spedizione dei Mille guidata da Garibaldi creava non pochi problemi a Cavour, ostile com'era ad un'impresa che sembrava pendere per una soluzione democratica della vicenda. Sta di fatto che dallo sbarco a Marsala (11 Maggio) all'ingresso vittorioso a Napoli (7 Settembre) il generale patriota aveva compiuto qualcosa di incredibile, che nessuno avrebbe potuto immaginare: partito con un pugno di uomini era riuscito a sbaragliare una Monarchia secolare forte di centomila soldati. E i più trasecolati erano proprio il Re sabaudo ed il suo Primo Ministro, timorosi più che mai della piega che tali eventi potevano prendere. Sicché, dopo essere stati a guardare, un po' come già Carlo Alberto aveva fatto in occasione delle Cinque giornate di Milano, decisero di intervenire. Non senza il preventivo consenso francese, Vittorio Emanuele marciò alla testa del suo esercito verso Napoli, allo scopo di impedire l'ulteriore avanzata di Garibaldi. Fu proprio in questa occasione che i Piemontesi invasero il rimanente Stato pontificio, sconfiggendo le truppe papaline tra il 18 e il 29 Settembre, e occupando di fatto le Marche e l'Umbria. Fino al celebre incontro di Teano del 26 Ottobre, con Garibaldi che rassegnava ogni cosa nelle mani del Re sabaudo, per poi ritirarsi a Caprera. E con i soliti plebisciti che nel Meridione e nelle Regioni centrali ratificavano l'annessione dei nuovi territori al Piemonte. Il 18 Febbraio 1861 si inaugurò la prima legislatura del nuovo Parlamento torinese, eletto a suffragio censitario da meno del tre per cento della popolazione, la cui prima legge, promulgata il 17 Marzo, fu la proclamazione del Regno d'Italia e il conferimento del titolo di Re a Vittorio Emanuele II.
Giusto il giorno dopo quest'ultima data, Pio IX pubblicava la Iamdum cernimus, un'Enciclica tutta incentrata sull'inconciliabiltà tra la verità della Chiesa e gli errori del mondo moderno, che per certi versi anticipava quella che vedremo sarà l'impostazione del celebre Sillabo. In questo caso il Papa si rivolgeva a quei «taluni», non meglio specificati, i quali «chiedono che il Romano Pontefice si riconcilii e si rappacifichi con il Progresso, con il Liberalismo, come dicono, e con l’odierno incivilimento», chiedendosi in particolare come questo fosse possibile, visti «i tristissimi fatti che sono sotto gli occhi di tutti». Postulato infatti che «una sola è in tutta la terra la vera e santa Religione», cioè la sua, e considerati gli attacchi che contro di essa aveva condotto la «civiltà odierna», Pio IX proprio non capiva come potesse esserci accordo tra le parti. Data la situazione, per lui non era proprio possibile conciliarsi con la modernità, o almeno non «senza gravissimo fallo della coscienza e senza massimo scandalo per tutti i buoni»; per cui l'unica cosa che gli restava da fare era di lamentarsi e protestare per i numerosi misfatti che il presunto progresso compiva contro la tradizione. Di fronte a provvedimenti come la libertà di religione e di stampa, i più significativi di cui questa «cosiffatta civiltà» si serviva per attentare alle antiche e sacrosante prerogative della Chiesa, il Pontefice non poteva piegarsi, non restandogli così altra scelta che erigere un muro di ostilità. Inoltre bisognava anche mettersi daccordo sul significato che si dava alle parole, perché ad esempio secondo il Papa era proprio la Santa Sede che «fu sempre patrona e fautrice della vera civiltà», come dimostrava la Storia, laddove era proprio nella misura in cui si contrapponeva alla religione che la modernità mostrava ciò che effettivamente era, ossia espressione di bell'e buona inciviltà. Chiariti in questo modo i termini della questione, ne conseguiva da sé che, «volendosi definire con il nome di civiltà un sistema fabbricato apposta per indebolire e forse anche per distruggere la Chiesa di Cristo, certamente non potranno mai questa Santa Sede e il Romano Pontefice adattarsi a questa civiltà». Perché un simile gesto sarebbe stato come rinunciare alla santità della fede e nientemeno che scendere a patti col "Diavolo", cosa che il Capo della Chiesa certo non si poteva permettere.
Finalmente da questo piano piuttosto generico il Papa scendeva nei dettagli più specifici e concreti della vicenda, a partire da Roma e il potere politico su di essa. Come poteva egli riconciliarsi con la civiltà moderna, quando per causa sua l'Italia si trovava nel «pericolo di perdere il suo massimo splendore e la gloria di cui rifulge da diciannove secoli, per il possesso che ha del centro e della sede della verità cattolica»? Non poteva in nessun modo, senza venir meno al suo dovere di difendere e salvare quel patrimonio che non aveva prezzo. Pio IX ricordava anche lo Statuto che aveva concesso nel '48, e come ciò nonostante di lì a poco era stato costretto a fuggire da Roma a causa della «sfrenata licenza» che aveva preso piede in città. Precisando che responsabili di quella rivolta furono «gli autori e i capi (...), non il popolo», personaggi che in realtà «non volevano riforme, ma piena ribellione e intera rottura col Principe legittimo» di Roma. Che poi non fosse solo il «civile Principato» del Papa ad essere sotto attacco, ma l'intera Chiesa, lo dimostrava la vicenda, di cui ci occuperemo più avanti, delle sedi vescovili private dei loro titolari ed espropriate dei loro beni: «quante diocesi in Italia sono, per frapposti impedimenti, orbate dei loro Vescovi, con il plauso dei patroni della moderna civiltà che lasciano tanti popoli cristiani senza pastori e che s’impadroniscono dei loro beni per convertirli anche a mali usi! Quanti Vescovi in esilio!». Per non dire infine dei territori sottratti allo Stato Pontificio, dei quali si pretenderebbe che il Papa facesse libera e formale cessione; come se egli potesse sancire una sorta di controsenso morale e giuridico, tale per cui «la cosa ingiustamente e violentemente rubata» potesse «tranquillamente ed onestamente possedersi dall’iniquo aggressore». In conclusione, non senza una punta di ironia, Pio IX faceva osservare la singolare circostanza per cui i «perturbatori della società civile», autori di tutti quei misfatti, erano quegli stessi che poi gli chiedevano di far pace. Costoro, «dopo avere così insultato la Religione, che ipocritamente invitano ad accordarsi con l’odierna civiltà, non dubitano di convincere anche Noi, con uguale ipocrisia, a riconciliarci con l’Italia». Ma non l'avrebbero spuntata, perché la resistenza del Pontefice era confortata dal sostegno dei popoli che avevano bisogno di lui e di quella sua Cattedra, indispensabile «luce del mondo, la quale, come maestra di verità e nunzia di salute, sempre insegnò e fino alla fine dei secoli non cesserà mai d’insegnare le leggi dell’eterna giustizia». Per cui non si illudano, quei «sovvertitori», perché quella pace che avrebbero ipocritamente voluta non sarebbe stato il Papa a concederla: «essendo così le cose, prima di porre fine al Nostro discorso, dichiariamo innanzi a Dio ed agli uomini, in modo chiaro e solenne, non esservi affatto ragione alcuna per cui Noi dobbiamo riconciliarci con chicchessia». Restava tuttavia uno spiraglio aperto alla soluzione del conflitto: a condizione che i responsabili di tanti deprecabili atti si fossero ravveduti e convertiti al Papa, «in modo che tutti gli erranti tornino al suo unico ovile», egli sarebbe stato pronto a concedere il perdono e la benedizione.
Nel frattempo, all'appello del nuovo Stato italiano, a parte Roma, mancava ormai giusto il Veneto, la cui conquista si ebbe con la terza guerra di Indipendenza. Conquista si fa per dire, visto che il conflitto fu per l'Italia un vero disastro. L'occasione si presentò con l'iniziativa di un certo Ottone di Bismark, una sorta di Cavour tedesco, sebbene di estrema destra e assai più autoritario. Costui, giunto a capo del Governo prussiano a partire dai primi anni '60, mise mano al processo di unificazione degli Stati germanici attorno al Sovrano Guglielmo I. Progetto la cui realizzazione comportava fatalmente la guerra con l'Austria, combattuta nell'estate del 1866. Cui partecipò appunto anche l'Italia, ovviamente a fianco della Prussia, e proprio in cambio del Veneto qualora si fosse vinto. Ma quella italiana fu una disfatta totale, sia per terra che per mare, con l'unica eccezione del solito Garibaldi con i suoi volontari. La cui avanzata vittoriosa fu anzi fermata proprio dall'alto comando militare italiano, appena saputo, senza essere stato preavvertito, dell'armistizio concordato tra l'Austria che capitolava e la Prussia. Così, nonostante la condotta indecorosa tenuta e il trattamento umiliante subìto, anche l’ultima Regione finì annessa al Regno d'Italia, sebbene attraverso la sua cessione indiretta dall'Austria a Napoleone III, proprio com'era già avvenuto per la Lombardia.
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