3.1 Da Cavour alla Convenzione di Settembre
Con la proclamazione del Regno d'Italia, decretata dal Parlamento il 17 Marzo 1861, a Pio IX non restava che la città di Roma, ancora presidiata da un contingente francese, insieme ad una striscia costiera che, penetrando l'entroterra per 30-40 kilometri, andava da Viterbo a Frosinone. E mentre da una parte il Papa già in un discorso del giorno successivo quella fatidica data deplorava quanto era accaduto e scomunicava i responsabili, dall'altra l'unanime parola d'ordine degli Italiani fu «Roma capitale», considerata la priorità cui anche la conquista del Veneto doveva cedere il passo. Priorità che venne anch'essa sancita formalmente da un'apposita seduta parlamentare del 27 Marzo. Non è dunque un caso che già Cavour nel breve periodo di vita rimastogli dedicò tutto il suo impegno alla soluzione di questo problema. Ma i suoi interventi nel tentativo di convincere il Papa a rinunciare al potere temporale ridotto ormai all'osso, con la rassicurazione che ciò non solo non avrebbe intaccata, bensì avrebbe piuttosto rafforzata la sua libertà, caddero nel vuoto. La separazione tra Stato e Chiesa era ormai sancita, solo che non per mutuo accordo tra le parti, bensì per l'ostile rivalsa della Santa Sede, la cui irremovibile intransigenza si acuirà ancora di più con gli avvenimenti successivi. Da subito Pio IX si mostrò deciso a mantenere fino all'ultimo quel po' di potere sovrano che gli era rimasto, nel vano tentativo di trincerarsi dietro le solite posizioni retrive allo scopo di riguadagnare spazi ormai perduti per sempre. Così, al diritto che il nascente Stato italiano reclamava su Roma, si contrapponeva quello del vecchio Stato ecclesiastico che voleva conservare alla città il carattere santo e sacro di centro della cristianità. Senza che si intravedesse una possibilità di mediazione, nonostante ormai anche settori intellettuali e influenti della stessa Chiesa spingessero al compromesso con il regime liberale, per una riconciliazione tra le parti.
Cavour prese diverse iniziative, ma, data la situazione, il suo progetto di costituire una «libera Chiesa in libero Stato» era destinato a fallire. Già nel Gennaio del '61, appena prima ancora che il Regno d'Italia fosse proclamato ufficialmente, egli prese segretamente contatti con alcuni esponenti più progressisti della Santa Sede per illustrare il suo piano di per così dire liberalizzazione della religione cattolica, con le cospicue concessioni che avrebbe fatto in cambio della rinuncia al potere temporale. E ad un certo punto sembrò che anche il Papa fosse disposto ad accettare, senonché, senza che si sappia per quale motivo, improvvisamente le trattative saltarono e non se ne fece più niente. C'è da aggiungere che le difficoltà di Cavour erano complicate dal fatto che quella romana non era una semplice questione nazionale tra lo Stato italiano e il residuo Stato pontificio, bensì un contrasto che coinvolgeva tutti i Paesi cattolici europei, i cui estesi ambienti clericali erano generalmente schierati dalla parte del Papa. Ovviamente più di tutti era invischiato nella vicenda Napoleone III, la cui guarnigione militare continuava a presidiare la Città eterna allo scopo di difenderla. Per lui si trattava di un impaccio dal quale si sarebbe sottratto volentieri, ma non poteva farlo proprio a causa delle fortissime pressioni dell'opinione pubblica francese ed europea, ancora fortemente influenzata dalla Chiesa romana. A più riprese egli cercò il modo di ritirare le sue truppe senza suscitare l'ira di mezzo mondo, ma invano, se non alla fine della sua parabola politica, quando fu ormai costretto a farlo. E il primo di questi tentativi lo architettò proprio con Cavour, nell'Aprile del '61, mediante una proposta tutto sommato ragionevole: l'Imperatore francese avrebbe abbandonato Roma se il Governo italiano si fosse impegnato a non invaderla. Con la segreta speranza che poi sarebbe stato lo stesso popolo romano a sollevarsi contro il Papa, per una soluzione non più militare bensì plebiscitaria che avrebbe sancito la fine del suo potere temporale. Sembrava una soluzione accettabile, per quanto potesse lasciare intravedere che a quel punto sarebbe stata l'Italia a proteggere lo Stato pontificio, in attesa che implodesse da solo; eppure Cavour era pronto a firmare l'accordo, a condizione che Napoleone III avesse riconosciuto ufficialmente il nuovo Regno sabaudo. Ma anche questa volta tutto andò all'aria. Lo statista piemontese morì quasi improvvisamente poco dopo, il 6 Giugno 1861, munito dei conforti religiosi che un frate compiacente gli somministrò; gesto che, tanto per dire del clima che c'era, costerà a costui l'inquisizione e la sospensione dalle funzioni per aver disobbedito alle direttive del Papa, il quale aveva scomunicato Cavour fin dal '55, e lo avrebbe evidentemente voluto mandare all'inferno!
Bettino Ricasoli, uomo politico toscano succeduto a Cavour, era anch'egli impaziente di riunire Roma all'Italia, benché fosse un cattolico assai più fervente del suo predecessore, eppure scandalizzato dalla condotta reazionaria tenuta dalla Santa Sede. Ma la sua politica fu la stessa di Cavour, così come restarono sostanzialmente immutate le posizioni di Napoleone III e del Papa, per cui anche con lui non si arrivò a nulla di fatto. Benché la posizione della Curia romana si aggravasse ancora di più per l'appoggio e la protezione che dava ai sedicenti “briganti” filoborbonici che imperversavano e cospiravano nel Meridione. A un certo punto sembrava che l'unica soluzione possibile per tutti fosse confidare nell'imminente morte naturale dell'ormai vecchio Papa. Veramente l'Imperatore francese fece un'ulteriore proposta: avrebbe ritirato le sue truppe da Roma a condizione che l'Italia avesse riconosciuto quanto rimaneva dello Stato pontificio, al quale avrebbe dovuto confederarsi. Ma anche questa soluzione non ebbe alcun seguito a causa dell'ostinato rifiuto del Pontefice.
C'è da precisare che Ricasoli era un uomo raro, perché onesto e sincero, incapace di scendere a facili compromessi, per cui non era ben visto né da Vittorio Emanuele né da Napoleone III. Anzi, il Re italiano cominciò presto a complottare segretamente contro di lui, nonostante il Ministro godesse di un forte appoggio parlamentare. A tale scopo si servì di un certo Urbano Rattazzi, avvocato piemontese prestato alla politica, più volte Deputato e Ministro, nonché Presidente della Camera. Ebbene costui era un uomo di pochi scrupoli, che con disinvoltura passò dall'iniziale schieramento della Sinistra a quello della Destra, e che coinvolse nell'intrigo commissionatogli da Vittorio Emenuele lo stesso Imperatore francese e persino Garibaldi. Il Generale, che venne contattato a Caprera, si lasciò facilmente convincere della necessità di un cambio di Governo, affinché gli fosse consentito di ritornare all'azione, e la sua opinione era preziosa per il largo seguito che aveva. Sta di fatto che Ricasoli, pur resosi conto della congiura non reagì, e però cercò di tenere duro, consapevole che tali manovre mettevano a rischio l'intero Paese. Ma durò poco, e dopo appena dieci mesi di Governo si trovò costretto a rassegnare le dimissioni, prontamente accolte dal Re, il quale assegnò proprio a Rattazzi l'incarico di formare il nuovo Ministero, nel Marzo '62. Al che Garibaldi si fece subito sotto, convinto che la guerra di liberazione nazionale fosse ormai imminente. Nel tour che fece in Piemonte e Lombardia gli fu tributata ovunque un'accoglienza entusiastica, tale da offuscare persino il prestigio del Re, che infatti cominciò a preoccuparsi. Quando poi il Generale si stabilì in Trentino, sebbene con il pretesto di un periodo di cura, anche Rattazzi saltò sulla sedia, timoroso che l'eroe stesse preparando un'invasione del Veneto, scatenando una guerra con l'Austria cui l'Italia non era preparata. Sicché in Maggio il Governo decise un preventivo e goffo colpo di mano, facendo arrestare un centinaio di volontari garibaldini. A Brescia, dove finirono carcerati, si tentò subito di liberarli, ma le guardie fecero fuoco e ci scappò il morto. L'episodio suscitò l'indignazione di tutti i democratici italiani, Garibaldi in testa, il quale finì per tornarsene a Caprera.
Non restò però a lungo con le mani in mano, e anzi dopo pochi giorni, del tutto improvvisamente, prese di nuovo l'iniziativa. Sbarcato e accolto trionfalmente in Sicilia nel Giugno del '62, al grido di «o Roma o morte» raccolse un esercito di volontari, deciso a condurlo verso la liberazione della Città eterna. Il Governo italiano, preso alla sprovvista, non sapeva inizialmente come reagire, se assecondare o meno l'azione. Ma ben presto, timoroso della reazione francese, tacciò l'eroe di ribellione ed inviò un contingente militare a contrastare la sua marcia su Roma. Lo scontro avvenne a fine Agosto sulle montagne calabresi dell'Aspromonte, ma si trattò in realtà di una scaramuccia durata pochi minuti. Garibaldi aveva infatti ordinato ai suoi di non sparare, e tuttavia rimase ferito, colpito da una pallottola al malleolo. Arresosi, venne arrestato e imprigionato per circa un mese. Solo in Ottobre, in seguito alle accese proteste della popolazione commossa e indignata, si decise per la sua amnistia, che gli consentì di ritirarsi ancora una volta a Caprera. Pochi giorni dopo, proprio a causa dell'increscioso episodio, Rattazzi si vide costretto a dimettersi.
Al Governo venne chiamato un certo Carlo Farini, che però restò in carica solo poche settimane, passando il testimone ad uno dei suoi Ministri, Marco Minghetti. Costui era stato un acceso papista romagnolo, poi convertito alla causa dell'unità italiana in seguito alla conoscenza che fece di Cavour. Il suo Ministero si distingue per il fatto che sotto di esso vide la luce il primo e unico documento ufficiale relativo alla questione romana. Il negoziato con l'Italia fu accettato da Napoleone III, sempre più stretto tra le opposte esigenze liberali e clericali, nonché preoccupato di non disattendere nessuno. Questa volta dopo tre mesi di discussioni si arrivò ad una Convenzione, sottoscritta dalle parti nel Settembre '64, la quale tutto sommato non presentava grandi novità. La Francia avrebbe ritirato le proprie truppe da Roma entro due anni, in cambio dell'impegno italiano di garantire l'incolumità del territorio pontificio da attacchi esterni. Per quanto paradossale possa sembrare, in questo modo lo Stato italiano praticamente si impegnava a sostituire quello francese nella difesa del dominio papale su Roma. E nemmeno era finita qui, perché in più i contraenti stipularono un protocollo secondo cui la capitale del Regno si sarebbe trasferita da Torino a Firenze entro sei mesi, per dare al mondo il rassicurante segnale che alla pretesa su Roma l'Italia aveva ormai definitivamente rinunciato. Una simile sconcertante decisione si doveva al fatto che il nuovo Governo simpatizzava con la corrente antipiemontese che stava montando in Parlamento, espressione di una sorta di meschina gelosia per il primato storico e politico che appunto il Piemonte aveva avuto nella causa italiana. E quale modo migliore per diminuirne il prestigio, che portar via la capitale da Torino? Ma, nonostante le rassicurazioni che si trattasse in realtà di una soluzione provvisoria, che Firenze era solo una tappa verso Roma, e che Torino non era comunque una sede sicura per la sua troppa vicinanza al confine dello Stato, il provvedimento non passò liscio. In Parlamento si aprì una spaccatura all'interno dello schieramento della Destra, con un folto numero di Deputati piemontesi che si costituì in gruppo di opposizione permanente all'esecuzione della Convenzione. Anche il Paese reagì con manifestazioni di protesta, culminate a Torino con una sollevazione popolare soffocata nel sangue, cui seguirono le dimissioni del Governo. Il nuovo Primo Ministro designato fu il piemontese generale La Marmora, vecchio amico di Cavour che si era distinto nelle guerre del '55 e del '59, il quale condizionò l'accettazione dell'incarico proprio alla ratifica della Convenzione, che infatti venne approvata dalla Camera nel Novembre del '64. Subito iniziò il complesso e costoso trasferimento della capitale, che si completò nel Giugno '65, mentre nel Dicembre '66 gli ultimi soldati francesi lasciavano Roma.
3.2 Il Sillabo
Ad infuocare ancora di più l'incandescente situazione di quel 1864 fu Pio IX, che in Dicembre fece udire la propria voce attraverso una nuova Enciclica, Quanta cura, con toni tali da togliere di mezzo anche la minima possibilità di conciliazione che era rimasta. Con questo storico documento la laicità dello Stato, il principio fondativo del nuovo Regno sancito da Cavour, venne spazzato via senza mezzi termini, considerato quasi come fosse un viatico per la fine del mondo. Il Papa esordiva ricordando come egli avesse ricevuto dall'alto «l’incarico di pascere gli agnelli e le pecore», di nutrire cioè ed istruire «il gregge», nonché di «rimuoverlo dai pascoli velenosi» che si andavano coltivando. Il che, tradotto, voleva dire prestare la massima attenzione al diffondersi di quegli «errori» che potessero contaminare il cibo e l'educazione dello spirito dei fedeli, donde estirparli per tempo. Egli aggiungeva che non aveva perso tempo nell'assolvere tale delicato compito, e che già in numerosi documenti aveva condannato «i principali errori della tristissima età nostra», esortando tutti affinché «avessero in sommo abominio l’infezione di una peste così crudele e la fuggissero». Ma l'opera ammonitrice e dissuasiva non era completata, il pericolo ancora incombeva, per cui si rendeva necessario un nuovo intervento. In particolare era la stessa autorità della Chiesa ad essere messa in discussione dalle false dottrine, e con essa l'intero ordinamento civile e sociale degli uomini. Idee come quella di libertà o di sovranità popolare erano affronti intollerabili all'ordine costituito sancito da Dio: «Tali false e perverse opinioni tanto più sono da detestare, in quanto mirano in special modo a far sì che (...) sia tolta di mezzo quella mutua società e concordia fra il Sacerdozio e l’Impero, che sempre riuscirono fauste e salutari alle cose sia sacre, sia civili». Gli impudenti innovatori contestavano invece il diritto divino del potere, qualunque fosse, e quel che era peggio manovravano affinché il potere ecclesiastico finisse esautorato da quello civile, il quale solo si arrogava autonomamente il diritto di dettare legge ed esigere obbedienza. Così, di fronte a «tanta perversità di depravate opinioni», che mandava all'aria «il dogma cattolico della piena potestà del Romano Pontefice», non restava che controbattere colpo su colpo.
Di qui il celebre documento allegato alla Quanta cura, quello che suscitò l'attenzione e l'indignazione maggiore dell'opinione pubblica. Si trattava del famoso Sillabo, parola che significa "elenco", e di questo infatti si trattava, una lista di ottanta proposizioni nelle quali erano compendiati tutti gli errori della modernità. Frasi il cui contenuto la Chiesa condannava come contrario alla dottrina cattolica ufficiale, e da cui i fedeli dovevano perciò tenersi alla larga. L'elenco è diviso per argomenti in dieci sezioni, e ogni proposizione per così dire blasfema è senza commento, solo seguita dall'indicazione dei documenti pontifici precedenti dove era già stata condannata. Qui passeremo in esame giusto quei concetti direttamente attinenti alla Questione romana, che vanno dalla quinta sezione in poi, e che comprendono comunque oltre il sessanta per cento del totale delle proposizioni incriminate. Molte delle quali, sebbene le conosciamo già in linea di principio, si riferiscono ora ai recenti fatti di cronaca. Si comincia con una lunga lista di errori riguardanti i diritti della Chiesa, allorché si pretende di limitarli attraverso l'ingerenza politica. Come quando si sostiene che lo Stato deve supervisionare ed autorizzare l'esercizio del potere ecclesiastico, oppure negare la proclamazione di un'unica religione ufficiale, lasciando libero spazio ad ogni credo. O ancora come quando si ritiene che lo Stato debba negare alla Chiesa il potere temporale, compreso l'uso della forza, il diritto di proprietà e di tribunali appositi, nonché l'esenzione dal servizio militare per il clero. Segue la sesta sezione, sugli errori derivanti dal fraintendimento dei rapporti tra Stato e Chiesa. Innanzitutto nel considerare lo Stato come un ente supremo e autonomo, quale «origine e fonte di tutti i diritti». Che non solo non deve rendere conto a nessuno, ma a cui ogni altro potere deve soggiacere in caso di conflitto. Dalla quale concezione seguono i provvedimenti concreti più nocivi, come l'estromissione della Chiesa dall'istruzione pubblica, la nomina e la destituzione dei Vescovi da parte dell'autorità civile, fino alla chiusura ed espropriazione delle «famiglie religiose» monacali e conventuali. Tutti errori riassunti nelle seguenti due proposizioni: «I Re e i Principi (...) sono superiori alla Chiesa»; e: «È da separarsi la Chiesa dallo Stato, e lo Stato dalla Chiesa». La settima sezione tratta degli errori in materia «morale», che però è in realtà più propriamente giuridica. Ebbene in questo caso lo sbaglio consiste nel considerare le leggi umane indipendenti da quelle divine, e cioè ecclesiastiche. In questo modo scadendo in una sorta di gretto materialismo giuridico, per cui ogni diritto, forza e autorità, non avrebbe altro che una legittimazione appunto materiale. Altro errore che conosciamo bene: «Il negare obbedienza, anzi il ribellarsi ai Principi legittimi». Dopo l'ottava sezione dedicata al matrimonio segue la nona, sul potere temporale, costituita da sole due proposizioni. La prima, di chi erroneamente sostiene che all'interno stesso della Chiesa si disputerebbe sull'opportunità di tale istituzione sacrosanta; la seconda, simile, di chi ritiene che l'abolizione di tale potere sarebbe di giovamento per la Chiesa. Infine la decima sezione verte sugli errori riguardanti il liberalismo. Tutto sommato assai breve, consistente di quattro proposizioni in tutto, tre delle quali relative all'abolizione della religione di Stato e alla conseguente libertà religiosa, altrimenti definita «peste dell’indifferentismo». L'ultima proposizione è singolarmente, ma forse non a caso, quella che meglio illustra lo spirito dell'intero documento. Ebbene in questo caso incorre nell'errore chi ritiene che «Il Romano Pontefice può e deve riconciliarsi e venire a composizione col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà».
Proprio la soluzione invocata da tutte le parti è chiaramente rifiutata da Pio IX, il quale non sembra pensare ad altro che rinforzare la trincea eretta tra se stesso e il resto del mondo, con un atteggiamento che più di rottura di così si muore. La reazione a un documento tanto reazionario, pubblicato per di più in un momento tanto travagliato, non si fece attendere. La condanna fu pressoché unanime a livello europeo, e in Italia si manifestò nell'aperta ostilità degli ambienti liberali e democratici, con un risentimento anticlericale mai visto prima. Gli stessi credenti, a parte i più conservatori, rimasero sconcertati a una tale rigida intransigenza del Papa, la cui ostinata chiusura ad ogni minima istanza di cambiamento sembrava ormai rasentare la follia. Nell'esasperato mantenimento della sua anacronistica posizione, nell'insistente rivendicazione di diritti e privilegi sorpassati, egli rifiutava testardamente il progresso storico che c'era stato, quasi che la Rivoluzione francese e il Risorgimento italiano fossero incidenti di percorso trascurabili. Ma la Storia non si poteva cancellare, e nemmeno riscrivere. Rifiutarla e negarla in quel modo non poteva significare altro che prolungare il più possibile l'agonia di un moribondo.
3.3 La legislazione ecclesiastica
Fu solo nell'estate del 1866 che il Parlamento italiano condusse finalmente in porto un provvedimento legislativo in materia ecclesiastica. Fino ad allora solo il Piemonte sabaudo aveva operato in tal senso, a cominciare dall'estate del 1848 con la soppressione dell'ordine dei Gesuiti insieme all'incameramento dei loro collegi convertiti in caserme. Fu poi la volta delle due leggi Siccardi nel '50 sull'abolizione dei privilegi del clero, quelle che diedero a Cavour, il quale le aveva calorosamente appoggiate, l'occasione di decollare politicamente in Parlamento. In particolare con quei provvedimenti venne meno l'autonomia dei tribunali ecclesiastici, che garantivano agli esponenti del clero un trattamento giudiziario a parte; inoltre fu abolito il diritto di asilo e dunque di impunità anche per i criminali comuni che si rifugiavano nei luoghi sacri; infine fu abolita altresì la "manomorta", ossia l'esenzione fiscale per le proprietà immobiliari ecclesiastiche, il cui acquisto richiedeva anzi d'ora in avanti l'autorizzazione dello Stato. Nella tappa successiva di questo percorso toccò alla Legge sui conventi promulgata nel '55 dal Governo Cavour, che come abbiamo visto decretava la soppressione nel Regno Sardo di tutti gli ordini religiosi privi di effettiva utilità sociale, insieme all'espropriazione dei beni e allo sfratto degli occupanti, ma con l'istituzione di una Cassa ecclesiastica che avrebbe provveduto al loro sostentamento. Fu un provvedimento assai ostacolato dal partito clericale, che tra l'altro sancì la rottura definitiva tra la Monarchia sabauda e la Corte pontificia, sebbene alla fine riguardò soltanto la metà circa del totale dei monasteri piemontesi.
Una legislazione simile si estese poi negli anni '60-'61 ai territori marchigiani, umbri e napoletani. Invece in Toscana, Emilia, Lombardia e Sicilia non vi era ancora stato alcun provvedimento del genere, sicché si era creata un'anomala disparità di trattamento in regioni appartenenti ormai ad un medesimo Stato, cui era urgente porre rimedio. La soluzione del problema era unanimemente individuata nell'estensione generalizzata dell'abolizione dei conventi, i quali non solo disponevano di cospicue rendite parassitarie, ma dove tra l'altro si cospirava alle spalle del nuovo Regno. Solo che, se tutti erano daccordo sulle misure da adottare, le opinioni divergevano sui modi in cui realizzarle. I più radicali premevano per una chiusura totale e indiscriminata, mentre i moderati erano più propensi a salvaguardare quegli istituti che svolgevano funzioni utili alla società, come l'istruzione o la beneficenza, di cui costoro ritenevano non si potesse fare a meno. Inoltre occorreva decidere su come amministrare quei fondi ricavati dalla vendita dei beni ecclesiastici, se affidarli alla gestione diretta dello Stato, come chiedevano gli estremisti, oppure darli in gestione allo stesso clero e alle sue organizzazioni laicali, come proponevano i moderati. Per questi ultimi infatti le proprietà della Chiesa erano come ogni altra una cosa sacra, che quindi non si poteva impunemente sopprimere, ma tutt'al più redistribuire, magari migliorando le condizioni di grave indigenza in cui versava il basso clero. In occasione del dibattito molto acceso che ne seguì, il responsabile di Governo La Marmora si schierò dalla parte dei radicali, presentando un progetto di legge che prevedeva la chiusura di tutti i monasteri senza eccezione, nonostante assicurasse la sorte di frati e monache con provvidenze abitative e pensionistiche. Ma incontrò una forte opposizione parlamentare, preoccupata anche dalle conseguenze che simile provvedimento avrebbe avuto nei già compromessi rapporti con la Santa Sede, per cui riteneva più opportuno selezionare gli istituti da abolire, e dare in mano alle commissioni parrocchiali la gestione dei fondi ricavati dalla loro vendita. Sta di fatto che alla fine il compromesso non fu raggiunto, né si riuscì ad approvare alcuna legge.
La Marmora rinunciò allora al suo progetto, volgendosi al tentativo di risolvere un altro sensibile problema, quello delle sedi vescovili vacanti, cui si è già fatto cenno parlando della Iamdum cernimus. Era successo che, man mano le nuove province venivano annesse al nuovo Regno d'Italia, fu decisa l'espulsione di quei Vescovi apertamente ostili allo Stato e che complottavano contro di esso. Solo che i Vescovi estromessi non erano stati sostituiti, sicché si arrivò ad una situazione in cui circa la metà delle Diocesi italiane erano rimaste prive del loro titolare. Ora, a parte lo scandalo delle enormi rendite episcopali che contrastavano così apertamente con la miserabile situazione dei preti parrocchiali, su cui tutti convenivano occorresse porre fine; il problema erano le condizioni cui i Vescovi dovevano sottostare se volevano essere reinsediati nell'esercizio delle loro funzioni. Essi erano infatti tenuti a chiedere ed ottenere l'exequatur, ossia la preventiva approvazione del Re alle nomine; nonché il placet, una sorta di censura statale che consentisse o meno al clero il permesso di pubblicare i propri documenti; infine i Vescovi, per poter accedere alla loro sede, dovevano anche prestare giuramento di fedeltà alle leggi dello Stato. Si trattava di misure che in Francia erano in vigore fin dall'epoca napoleonica, e che anche in Piemonte erano praticate da tempo senza problemi. Ma che il Papa si rifiutava invece di accettare per le ex provincie pontificie e nel napoletano, poiché questo avrebbe significato riconoscere l'autorità del nuovo Re d'Italia. La sua intransigenza era stata irremovibile, nonostante nel frattempo vedesse che varie sedi vescovili vacanti, solitamente palazzi di pregio, finivano trasformati in scuole o in tribunali statali. Finché nel '65 sembrò aprirsi uno spiraglio sulla vicenda, e appunto a La Marmora si presentò l'occasione di condurre una trattativa con la Santa Sede. Che però, nonostante le concessioni che era pronto a fare, e per quanto sembrò giunto a un passo dall'accordo, finì con un ennesimo nulla di fatto.
Fu solo con il secondo Governo Ricasoli che si arrivò al varo di una Legge italiana in materia ecclesiastica. Il provvedimento, datato il 7 Luglio 1866, sanciva la fine del riconoscimento di «ente morale» che lo Stato aveva fino ad allora attribuito a tutti gli ordini, le corporazioni, e le congregazioni di tipo religioso ancora esistenti sul territorio nazionale, insieme all'abolizione della loro capacità patrimoniale. A parte pochi i pochi istituti che svolgevano funzioni sociali e le proprietà di pertinenza alle parrocchie, tutti i beni ecclesiastici degli enti soppressi passavano al demanio dello Stato, il quale avrebbe assegnato terreni e fabbricati ai Comuni e alle Province affinché ne facessero un uso di utilità pubblica. La Legge prevedeva altresì l'istituzione di un fondo per il culto posto sotto il controllo del Parlamento, costituito dal cinque per cento delle rendite ricavate dai beni confiscati, da devolvere principalmente al sostentamento del clero più povero.
Nonostante tali misure indubbiamente radicali, Ricasoli rimaneva però pur sempre un devoto e sincero uomo di fede, il quale soffriva sinceramente per lo strappo che lacerava i rapporti tra Stato e Chiesa, tanto che trovare un modo per ricucirlo era la sua segreta ambizione più grande. Egli era ben consapevole di quanto il suo proposito fosse arduo, per non dire disperato, con un tipo come Pio IX col quale non sembrava esserci il verso di scendere a patti, e tuttavia il suo desiderio di pacificazione era più forte di ogni avversità. Intanto aveva dato disposizione che l'ormai decisa secolarizzazione delle proprietà ecclesiastiche avvenisse con calma e gradualità, nel modo meno traumatico possibile; quindi rimise mano alla questione delle sedi vacanti, già affrontata senza successo dal suo predecessore, cominciando con il consentire ad alcuni Vescovi esiliati di tornare al loro posto senza condizioni. Tale politica conciliante sortì i suoi frutti, suscitando simpatia negli ambienti ecclesiastici più avanzati, tanto che lo stesso Papa finì per pronunciarsi favorevole ad una ripresa dei negoziati per dirimere la delicata questione, donde provvedere finalmente al problema delle Diocesi ancora prive del loro titolare. Ricasoli si dimostrò pronto a tutto, pur di raggiungere un compromesso, dichiarandosi disponibile a rinunciare al placet e al giuramento di fedeltà, nonché a rendere l'exequatur poco più di una semplice formalità. Ma ciò nonostante la trattativa si arenò di nuovo, per il rifiuto ostinato della Curia romana di riconoscere Vittorio Emanuele quale nuovo Re delle province sottratte allo Stato pontificio. Né fu possibile giungere ad una soluzione almeno temporanea della nomina dei Vescovi, visto che la Chiesa rifiutava i Prelati contrari al potere temporale e voleva invece soltanto quelli ostili al Governo.
Finché, estenuato da settimane di infruttuose consultazioni, il Primo Ministro tentò il tutto per tutto, giocando la carta di un progetto di legge concordataria, presentato in Parlamento nel Gennaio del '67. Il quale prevedeva l'abolizione di ogni intervento statale in materia ecclesiastica, al tempo stesso in cui il Cattolicesimo con tale sua ritrovata autonomia cessava di essere religione di Stato. Inoltre proponeva che la vendita dei beni appartenuti agli istituti religiosi soppressi fosse sottratta all'amministrazione dello Stato per essere affidata a quella dei Vescovi. Ma, purtroppo per Ricasoli, la sua fu veramente una mossa azzardata, unanimemente disapprovata non solo dalla Camera, bensì perfino dai Vescovi, evidentemente non ancora soddisfatti di quanto veniva loro offerto. Lo stesso Consiglio dei Ministri era sconcertato dal fatto che il disegno di legge non gli era stato nemmeno sottoposto prima della presentazione, mentre l'opposizione liberale e democratica non usò eufemismi per tacciare di tradimento quella proposta legislativa. Ricasoli, ormai in caduta libera, fece in tempo a darsi l'ultimo colpo di zappa sui piedi, proibendo i dibattiti pubblici sullo scottante argomento nel Veneto, dove le manifestazioni contrarie erano più accese. Sfiduciato dal Parlamento l'11 Febbraio '67, invece di dimettersi optò per la convocazione di nuove elezioni, riottenendo l'incarico, ma solo per essere costretto alle dimissioni definitive in Aprile. La sua indubbia buona fede era un puro idealismo religioso, che non poteva bastare a realizzare un progetto che contrastava così apertamente con la ragion pratica del realismo politico.
3.4 La disfatta di Mentana e il Concilio Vaticano I
A Ricasoli, proprio come già nel '62, successe di nuovo il Ministero Rattazzi, nonostante la sua ormai conclamata cattiva fama. Probabilmente, nella situazione caotica che c'era, l'ambiguo Re pensò che un uomo ambiguo al Governo fosse la soluzione migliore. Ma il protagonista fu per l'ennesima volta Garibaldi, il quale dopo la guerra del '66 si era ritirato a Caprera, e che era tornato per partecipare attivamente alle nuove elezioni politiche, appoggiando i candidati della Sinistra ed esercitando la sua influenza per spingere alla soluzione della questione romana a tutti i costi. Però c'erano gli accordi della Convenzione di Settembre da rispettare, con la minaccia della Francia che sarebbe intervenuta in caso contrario. Non sembrava esserci alcuno spazio di manovra, se non un'insurrezione dello stesso Popolo romano contro il Papa, magari seguita da un'annessione plebiscitaria di Roma al Regno d'Italia, cui neanche Napoleone III avrebbe più potuto avere niente da obiettare. Come al solito, mentre il Governo, il Re e il Parlamento si attardavano in considerazioni del genere, l'unico a mordere il freno, impaziente di passare all'azione, era appunto l'Eroe dei Due Mondi, che per la terza volta si apprestava a marciare su Roma, sebbene ancora una volta senza riuscire a conquistarla. Forte dell'unico successo italiano nell'ultima guerra contro l'Austria, nonché con il mandato dei comitati rivoluzionari italiani, egli ebbe la libertà di organizzare un nuovo esercito di volontari, se non proprio appoggiato perlomeno indisturbato dal Governo che come sempre temporeggiava.
Già nel Giugno '67 una prima e piuttosto improvvisata spedizione si mise in movimento, ma venne fermata dall'esercito italiano prima che potesse raggiungere il confine pontificio. Rattazzi temeva non solo la reazione francese, ma anche che un possibile successo di Garibaldi avrebbe offuscato il suo già precario prestigio personale. E nemmeno quando si venne a sapere che una delle legioni del Papa, invece che di volontari era costituita per buona parte da soldati francesi, in aperta violazione della Convenzione, il Primo Ministro cambiò atteggiamento. Egli continuava a barcamenarsi tra Garibaldi e Napoleone, senza però osare opporsi apertamente a nessuno dei due. Finché, quando dalla Toscana dove si trovava, il 23 Settembre Garibaldi diede l'ordine alle sue truppe di raccogliersi ai confini dello Stato pontificio per un nuovo tentativo di invasione, Rattazzi lo fece arrestare il giorno dopo, prima che potesse raggiungere i suoi al fronte. Dopo tre giorni di carcere ad Alessandria fu trasferito a Caprera, sorvegliato nientemeno che da navi da guerra che gli impedissero di muoversi. Ma tutto ciò, insieme all'ordine di sospendere ogni operazione, non servì a fermare un meccanismo ormai già in moto. Ai primi di Ottobre alcune truppe garibaldine, sebbene piuttosto allo sbando, penetrarono nello Stato Pontificio, occupando le prime porzioni di territorio e ottenendo i primi successi sulle guarnigioni papali. L'11 Ottobre interveniva Napoleone III con una minacciosa protesta a Vittorio Emanuele, qualora non fosse intervenuto in difesa del Papa. Tre giorni dopo Garibaldi riusciva a fuggire da Caprera, comparendo a Firenze il 22. Quello stesso giorno scoppiava la sollevazione della popolazione romana, ma del tutto invano, perché una serie di contrattempi impedì l'arrivo delle armi necessarie. Invece l'arrivo di Garibaldi sul fronte di guerra consentì l'assalto alla cittadina fortificata di Monterotondo, espugnata il 26. Il giorno dopo un proclama del Re deplorava quanto stava accadendo, tanto per mettere le mani avanti, con il pretesto del rischio che una simile azione faceva correre all'intero Paese. Ma questa iniziativa non impedì alle truppe francesi di sbarcare a Civitavecchia e raggiungere Roma il 30 Ottobre, mossa cui Vittorio Emanuele reagì lo stesso giorno, ordinando al proprio esercito di penetrare anch'esso nei territori pontifici, con la speranza di avviare trattative diplomatiche pacifiche con l'Imperatore.
Il duplice colpo di scena del contemporaneo intervento italiano e francese sparigliò le carte da giocare. Garibaldi, che nel frattempo si era posizionato alle porte di Roma, fu costretto dall'arrivo dei Francesi a ripiegare su Monterotondo. Da dove però il 3 Novembre, consapevole di non poter resistere all'estrema superiorità delle forze nemiche, decise di trasferirsi a Tivoli, una località giudicata più sicura. Intercettati lungo la strada dalle truppe pontificie, i garibaldini si asseragliarono nel paesino di Mentana difendendosi con valore, ma la loro eroica resistenza non poté nulla all'arrivo dei rinforzi francesi, muniti per di più di nuovi, micidiali fucili a ripetizione. In mezza giornata di combattimenti la catastrofe era consumata. A Garibaldi toccò di nuovo l'arresto, circa venti giorni di carcere e l'ennesimo esilio a Caprera. Vittorio Emanuele da parte sua evacuò prontamente i territori pontifici, in attesa di nuovi eventi più favorevoli; mentre le truppe francesi, pur lasciando Roma, si attestarono a Civitavecchia.
Insomma, sembrava che l'unico ad aver guadagnato qualcosa fosse stato il Papa, che nonostante i gravi pericoli corsi continuava a rimanere al suo posto. Con l'Enciclica Aeterni Patris del Giugno 1868 egli convocava a Roma un Concilio generale di tutti i Vescovi del mondo cattolico, il ventesimo della storia, e però tre secoli dopo che l'ultima assise del genere si tenne a Trento. Era un'idea che ormai da alcuni anni gli frullava per la testa, e nonostante alcuni collaboratori lo sconsigliarono, ritenendola una scelta inopportuna dati i tempi burrascosi, alla fine si decise di attuarla. Ecco le parole, eloquenti come sempre, con cui il Pontefice, nel presentare la sua iniziativa conciliare, riassumeva la situazione e gli avvenimenti dell'ultimo periodo: «Ora è a tutti noto e manifesto da quale orribile tempesta sia presentemente sbattuta la Chiesa e da quali e quanti mali la stessa società civile sia afflitta. Infatti, la Chiesa Cattolica, la salutare dottrina, la veneranda potestà e l’autorità suprema di questa Apostolica Sede sono combattute e conculcate dai fierissimi nemici di Dio e degli uomini; tutte le cose sante sono disprezzate; i beni ecclesiastici vengono dilapidati, ed i Vescovi e gli uomini ragguardevolissimi per sentimenti cattolici sono vessati in mille modi; le famiglie religiose sono disperse; i libri empii di ogni genere ed i pestiferi giornali e le perniciosissime sette di ogni forma sono dappertutto diffusi; l’educazione della misera gioventù quasi dappertutto viene sottratta al clero e, quel che è peggio, in molti luoghi è affidata a maestri dell’iniquità e dell’errore. Quindi (...) dappertutto vengono propagati l’empietà, la corruzione dei costumi, la sfrenata licenza, il veleno delle prave opinioni di ogni genere e di tutti i vizi e di tutte le scelleratezze, la violazione delle umane e delle divine leggi: sicché non solo la santissima nostra Religione, ma anche l’umana società è in modo miserando sconvolta e tribolata». Al solito il Pontefice accomunava la sorte della Chiesa a quella della società nel suo complesso, come se al venir meno delle prerogative ecclesiastiche sarebbe seguito fatalmente il crollo dell'intero mondo umano. Infatti non a caso egli si rivolgeva in particolar modo all'altro pilastro dell'antico ordine, i «supremi Principi e Governanti dei popoli», ai quali ricordava per l'ennesima volta come fosse appunto la religione quella che costituiva «il più stabile fondamento degli Imperi e dei Regni».
Ebbene questo Concilio Vaticano I, come fu denominato, ebbe una lunga preparazione ma una breve durata, interrotto come fu dagli avvenimenti che vedremo. La sessione di apertura si tenne l'8 Dicembre 1869 nella Basilica di San Pietro gremita di quasi ottocento Vescovi provenienti da tutta Europa, ma anche dall'Oriente e dall'America Latina. La scelta di quella data non era evidentemente casuale, poiché si trattava dello stesso giorno in cui fu proclamato il dogma della “Immacolata Concezione” (1854) e in cui fu pubblicato il Sillabo (1864). I lavori riuscirono a definire ed approvare solo due delle cinquanta Costituzioni dogmatiche previste, una delle quali, intitolata Pastor Aeternus, fu quella che fece più discutere. Si trattava infatti di stabilire il primato del Papa, nonché la sua infallibilità all'interno della Chiesa, che in pratica voleva dire la sua prerogativa di emanare princìpi dottrinali indipendentemente dalla previa discussione e approvazione dei Vescovi. Proprio quanto era accaduto nel '54, una cosa mai vista che un dogma fosse emanato da un Papa senza che un Concilio l'avesse prima ratificato. Ma questo era anche un problema che, per gli inevitabili risvolti politici che implicava e per i tempi che si attraversavano, attirava l'attenzione e il sospetto dei Governi, nonché dell'opinione pubblica. Veramente nella fase preparatoria dei lavori questo specifico argomento non era all'ordine del giorno, ma finì per imporsi quasi subito sotto la spinta dei Gesuiti e dei Cattolici ultra ortodossi. Nonostante le perplessità che il tema sollevava tra gli stessi Padri conciliari, non tanto perché essi contestassero quel primato, quanto per l'inopportunità di definirlo con una solenne formula dogmatica, cosa che a nessuno era mai venuto in mente di fare prima, e il doverlo fare specialmente dopo le feroci critiche che già il Sillabo aveva sollevato, sembrava quantomeno inopportuno.
Tuttavia sta di fatto che il documento fu approvato il 18 Luglio 1870 dal voto pressoché unanime dei presenti, con una piccola minoranza che aveva preferito non partecipare piuttosto che votare contro. Il testo, in cui è comunque Pio IX a parlare in prima persona, iniziava con un'affermazione perentoria: «Il Pastore eterno (...) volle che nella sua Chiesa i Pastori e i Dottori fossero presenti fino alla fine dei secoli». E affinché questo escatologico proposito divino fosse assicurato, Dio stesso sancì il «sacro Primato Apostolico» di Pietro sugli altri seguaci di Gesù. Il quale primato, viste le obiezioni che da più parti sembravano contraddirlo, era appunto ciò che si doveva confermare e certificare una volta per tutte. Seguiva la citazione dei passi evangelici nei quali Gesù si rivolge a Pietro, in particolare quello in cui lo definisce «pietra» e gli consegna «le chiavi» per legare e sciogliere come in Terra così «nei cieli». Per dimostrare quanto fosse lo stesso testo sacro ad istituire la «forma di governo» della Chiesa, testo dal quale senza ombra di dubbio si evince come Gesù «abbia investito il solo Pietro del vero e proprio primato di giurisdizione che lo antepone agli altri Apostoli», e non altri. Quindi, nei confronti di chi non riconosceva tale nomina divina di Pietro a unico «Principe degli Apostoli e capo visibile di tutta la Chiesa», non restava che un provvedimento da prendere: «sia anatema». Condanna che nel documento verrà reiterata altre tre volte, praticamente per ogni argomento trattato, a chiunque avrebbe osato opporvisi. Seguiva una semplice deduzione sillogistica: se Pietro era quello che abbiamo visto essere, premessa maggiore, e se i Pontefici romani erano i suoi successori, premessa minore, se ne concludeva che costoro detenevano il medesimo primato del primo. Il che legittimava il Papa a ritenersi «il capo di tutta la Chiesa, il padre e il maestro di tutti i cristiani», colui al quale spettava di diritto «il pieno potere di guidare, reggere e governare la Chiesa universale». Colui di fronte al quale, senza nessuna eccezione, tutti erano «vincolati dall'obbligo della subordinazione gerarchica e della vera obbedienza». Stabilito il principio in linea generale, Pio IX scendeva anche nel dettaglio per così dire di cronaca, lamentando quei provvedimenti come l'exequatur e il placet, condannati come un'indebita ingerenza del «potere civile» negli affari della Chiesa, che di fatto limitavano la libertà di espressione e di comunicazione del Pontefice, «capo» e «supremo giudice» dei fedeli.
Per finire la questione più delicata, quella relativa alla definizione dogmatica della presunta infallibilità del Papa nell'esercizio delle sue funzioni. Ebbene, la premessa era che «nello stesso Primato Apostolico posseduto dal Romano Pontefice (...) è contenuto anche il supremo potere di magistero», ossia la facoltà di stabilire cosa fosse vero, e quindi cosa si dovesse insegnare o condannare. Perché il Papa non era solo il capo e il padre, bensì anche il supremo maestro della Chiesa, depositario e vigile custode della sua dottrina immutabile. E proprio perché questo suo «supremo ufficio» veniva messo sempre più in discussione, egli aveva ritenuto doveroso mettere le cose in chiaro con le seguenti conclusive parole: «Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, (...) con l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani (...), gode di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa. Se qualcuno quindi avrà la presunzione di opporsi a questa Nostra definizione, Dio non voglia!: sia anatema».
3.5 Fine dello Stato Pontificio e Guarentigie
Come detto, il documento conciliare sul primato e l'infallibilità del Papa fu varato il 18 Luglio 1870. Proprio il giorno succesivo, guarda il caso della Storia, la Francia dichiarava guerra alla Prussia, che si sarebbe conclusa il 2 Settembre con la disfatta francese di Sédan insieme alla fine del regime di Napoleone III. Questi avvenimenti interruppero i lavori del Concilio, che venne sospeso e rinviato a data da destinarsi, ma che poi in realtà non sarebbe più stato convocato. Tali eventi internazionali segnarono infatti la fine definitiva dello Stato della Chiesa e del potere temporale dei Papi, poiché ora, con Napoleone caduto prigioniero dei Prussiani e la proclamazione dell'ennesima Repubblica in Francia, la Convenzione di Settembre non aveva più alcun valore. Così il 5 Settembre 1870 il Parlamento italiano deliberò l'occupazione di Roma, decidendosi altresì per due preventivi provvedimenti: un'informativa ai Governi europei per assicurarli che al Papa non sarebbe stato fatto alcun male; e una missione diplomatica presso la Santa Sede, affinché il Papa si arrendesse donde evitare un inutile spargimento di sangue, insieme alla garanzia della totale indipendenza all'esercizio delle sue funzioni spirituali. Lo stesso Re gli faceva arrivare una lettera dove, con la solita ipocrisia, gli comunicava che l'invio delle sue truppe aveva lo scopo difensivo di impedire il pericolo di una probabile rivoluzione, e dunque la sua azione militare mirava più a proteggere il Papa che altro. Il quale ultimo da parte sua, testardo come sempre rifiutava ogni tipo di accordo, e ostentava anzi una del tutto irrealistica sicurezza che la minacciata invasione non ci sarebbe mai stata. Invece nella notte dell'11 l'esercito italiano varcò i confini dello Stato romano avanzando indisturbato, con il generale Cadorna che rassicurava le popolazioni sul fatto che la sua era una missione di pace. Giunto alle porte di Roma egli attese qualche giorno nel vano tentativo di convincere il Papa ad arrendersi, finché il 20 Settembre sferrò l'attacco da cinque fronti diversi, che durò poche ore. L'enorme disparità delle forze in campo non lasciava speranza alle truppe papaline, e già alle dieci del mattino i militari italiani penetravano in città dalla breccia di Porta Pia. A Pio IX venne concesso di ritirarsi insieme ai suoi all'interno delle Mura leonine, l'antica cinta che circondava il Colle Vaticano e la Basilica di San Pietro, ultimo rifugio da dove egli praticamente non uscirà più. Il 2 ottobre ci fu il plebiscito pressoché unanime di annessione, e una settimana dopo a Firenze ci fu la cerimonia di cessione e accettazione del nuovo territorio al Regno d'Italia. In quell'occasione Vittorio Emanuele pronunciò un discorso nel quale tra l'altro diceva: «Io, come Re e come cattolico, nel proclamare l'unità d'Italia, rimango fermo nel proposito di assicurare la libertà della Chiesa e l'indipendenza del Sovrano Pontefice».
Il 1° Novembre Pio IX emanava l'Enciclica Respicienties, nella quale forniva un resoconto dal suo punto di vista degli avvenimenti accaduti, insieme al giudizio su di essi e alle contromisure adottate. Parlava dell'«audace cospirazione» con cui il Governo italiano aveva rovesciato quel «Principato civile» che Dio stesso aveva affidato al Papa, nonché della «sacrilega invasione» armata compiuta «contro ogni diritto». Quindi faceva un elenco di quattordici documenti in cui, già a partire dal 1850, aveva condannato tutti quei provvedimenti ingiuriosi che erano stati adottati contro la Chiesa, attraverso i quali il suo «diritto naturale divino» era stato sistematicamente calpestato. Seguiva un resoconto storico su quanto era accaduto, a partire dai fatti del '59-'60, quando lo Stato Pontificio perse buona parte dei suoi territori, a proposito dei quali il Papa aveva giusto un'osservazione da fare, un'obiezione concernente quasi più un vizio di forma che altro: «si finse un plebiscito e con questo inganno le Nostre province furono strappate al Nostro paterno dominio». Per non dire della «sfacciata ipocrisia» con cui si spacciavano quei gesti sacrileghi come atti necessari ad un pretestuoso ripristino dell'ordine sociale e morale. Ma il Pontefice rassicurava i suoi che nonostante le gravissime circostanze egli non era mai venuto meno ai suoi doveri, magari scendendo a compromessi o addiritura «concludendo una infame conciliazione con gli usurpatori»; piuttosto egli aveva sempre censurato, condannato e per quanto gli era stato possibile anche punito i colpevoli, responsabili in un modo o nell'altro di quei comportamenti sediziosi. Fu poi la volta della «violenta tempesta dell’anno 1867», che, manovrata dal Governo italiano, aveva scatenato quelle garibaldine «coorti di sciagurati ardenti di delittuoso furore» in ogni sorta di «atroce crudeltà» contro i Romani, e che per fortuna con l'aiuto di Dio e della «nobile Nazione Francese» si era riusciti a fermare. Fino al tracollo della stessa Francia, di cui l'Italia approfittò «immediatamente» per attaccare Roma. A proposito di quest'ultimo evento Pio IX faceva riferimento a quella lettera da noi citata che Vittorio Emanuele gli inviò per giustificare il suo intervento, per accusare apertamente il Re dissimulatore che, «con lungo e subdolo giro di parole e di pensieri», diceva una cosa per farne in realtà esattamente un'altra.
Poi la descrizione della fine, avvenuta prima ancora che la risposta del Papa alla missiva reale avesse potuto giungere a destinazione: «sorse quel funesto giorno che fu il 20 Settembre scorso; giorno nel quale vedemmo questa Città, sede principale degli Apostoli, centro della Religione Cattolica e rifugio di molte genti, assediata da molte migliaia di armati; e mentre si faceva breccia nelle sue mura e si spargeva il terrore con continuo getto di proiettili, fummo addolorati di vederla espugnata per comando di colui che poco prima tanto nobilmente aveva dichiarato di essere animato da affetto filiale per Noi e da fedele sentimento religioso». Da quel giorno fatidico il Pontefice confessava di vivere in un mondo rovesciato, nel quale una «sfrenata insolente libertà» di opinione e di stampa aveva calpestato e soppiantato «la libertà, l’immunità, le proprietà e i diritti della Chiesa di Dio». Egli si dichiarava prigioniero in quella situazione, smentendo quella presunta «piena libertà che con la menzogna si fa credere al mondo che Ci è stata lasciata per esercitare il Nostro Apostolico Ministero». Infine ribadiva un concetto già espresso in precedenza: «per abbellire la sacrilega spoliazione che abbiamo sofferta con ogni disprezzo del diritto naturale e umano, si escogitò quell’apparato e quella finzione di plebiscito usata nelle province strappate a Noi». La conclusione, come c'era da aspettarsi, era una condanna senza appello, che non lasciava alcun margine di manovra possibile: «con la massima solennità dichiariamo (...) che qualunque usurpazione, compiuta sia ora che prima, è ingiusta, violenta, vana e nulla e che tutte le azioni dei ribelli e degli invasori, sia quelle compiute finora, sia quelle che eventualmente si compiranno in futuro per consolidare tale usurpazione, fin da ora sono da Noi condannate, annullate, cassate e abrogate». Né, data la situazione che si era creata, ci si poteva aspettare che il Papa, se non proprio ad arrendersi, fosse disposto a una qualche apertura: «non acconsentiamo e non acconsentiremo mai a nessuna conciliazione che distrugga o diminuisca in qualche modo i diritti Nostri, e quindi di Dio e della Santa Sede». L'unica concessione che faceva era quella della «scomunica maggiore» per tutti coloro che in un modo o nell'altro avevano contribuito al processo dell'unificazione nazionale italiana, insieme però alla possibilità che tutti costoro avevano di ravvedersi, se volevano riparare all'«eterno danno» che avevano procurato a se stessi prima di tutto. Insomma secondo il Papa non era lui, bensì gli Italiani che avrebbero dovuto fare un passo indietro, perché alla fine la posta in gioco non era tanto la questione politica del potere temporale su Roma, quanto quella religiosa della salvezza eterna delle anime.
Ma nonostante la fermezza nella sua posizione di rifiuto, fu allo stesso Pio IX che toccò di restare al palo, chiuso nei suoi palazzi ad osservare come nel Luglio 1871 il Governo italiano e la Corte sabauda si insediavano a Roma. Quando però già in Maggio il Parlamento, dopo lunghe e accese discussioni, aveva approvato la Legge delle Guarentigie, parola che significa garanzie, quelle appunto che lo Stato riconosceva alla Santa Sede. Il testo era diviso in due parti, la prima delle quali stabiliva le prerogative di cui il Papa avrebbe goduto nella nuova situazione che si era venuta a creare. In pratica egli veniva considerato come un Re, la cui persona era «sacra e inviolabile», degna degli «onori sovrani», che quindi non si poteva offendere senza incorrere in reato. Per quanto riguardava le provvigioni finanziarie la Legge assegnava alla Chiesa romana una rendita annuale di 3.225.000 Lire, cifra pari a circa 15 milioni di Euro attuali, con la quale far fronte a tutte le spese necessarie. Tale somma, che andava iscritta a bilancio nel «Gran Libro del debito pubblico», doveva intendersi «perpetua ed inalienabile», da pagarsi anche nei periodi di sede vacante tra un Papa e l'altro, nonché irriducibile ed «esente da ogni specie di tassa». Alla dotazione monetaria si aggiungevano i palazzi Vaticano e Lateranense, nonché la villa di Castel Gandolfo, da considerare come beni «inalienabili, esenti da ogni tassa o peso e da espropriazioni», e dove al Pontefice era anche consentito di mantenere una sua propria guardia armata. Seguiva una serie di articoli che sancivano una sorte di extraterritorialità di questi possedimenti, nei quali la forza pubblica italiana, che pure doveva vigilare sulla sicurezza delle assemblee ecclesiastiche, non poteva entrare senza permesso. Era altresì garantita l'immunità diplomatica per i rappresentanti pontifici, liberi di andare in missione e tornare a Roma in tutta protezione e senza alcun controllo. Infine si assegnava al Papa un servizio postelegrafonico a carico dello Stato, comprensivo della copertura di tutte le spese correnti e anche questo esentasse. La seconda parte della Legge regolava invece i rapporti tra Stato e Chiesa. Per prima cosa erano aboliti l'exequatur ed il placet del Re in ogni affare interno della Chiesa, ad eccezione di quanto riguardava la proprietà e la destinazione dei beni ecclesiastici situati fuori Roma che erano ancora da definire. Infine alla Santa Sede era accordata la facoltà di esercitare la giustizia nel suo ambito, purché non violasse la giurisdizione dello Stato, e però senza contare sul suo per così dire braccio secolare per l'esecuzione delle sentenze.
Il 15 Maggio 1871, appena due giorni dopo l'approvazione della Legge, arrivava la risposta del Pontefice con l'Enciclica Ubi nos, tanto rapida quanto, nemmeno a dirlo, ferma al solito muro contro muro. Quelle «inconsistenti immunità» e quei «privilegi volgarmente detti guarentigie» non erano altro che un'operazione di facciata del Governo italiano, preoccupato solo di «stendere un velo sulle sue nefaste imprese», donde accattivarsi il consenso dei Cattolici e dell'opinione pubblica internazionale. Ma, «sebbene i Fedeli (...) siano lontani dal farsi ingannare da quei raggiri che si nascondono sotto il nome di garanzie», pure il Papa riteneva necessario doversi esprimere in merito, allo scopo di denunciarne «la malizia e la frode». Il punto era che, una volta spogliato il Papa del potere temporale, non c'erano «garanzie malamente fabbricate» che tenessero, perché in tal caso era la stessa libertà della Chiesa ad essere compromessa, invece che protetta come si pretendeva di far credere. Insomma, l'espediente delle guarentigie di Stato non avrebbero mai potuto, se non unilateralmente, sostituire quel «Principato civile» che Dio stesso aveva assegnato ai Papi, per cui accettarlo sarebbe stata una «conciliazione forzata» cui Pio IX non aveva alcuna intenzione di piegarsi. Ma ecco il motivo recondito che spiegava il rifiuto di simile compromesso: «ad ognuno deve risultare chiaro che necessariamente, qualora il Romano Pontefice fosse soggetto al potere di un altro Principe, né fosse dotato di più ampio e supremo potere nell’ordine politico, non potrebbe per ciò che riguarda la sua persona e gli atti del ministero Apostolico, sottrarsi all’arbitrio del Principe dominante». Insomma, che la suprema autorità religiosa si dovesse esercitare su concessione politica, ossia che il Papa di Roma dovesse dipendere dal Re d'Italia, era una circostanza del tutto inaudita e inaccettabile, che rovesciava i tradizionali rapporti di potere. Laddove si ricorda che tutti quanti i «Principi della terra», Vittorio Emanuele compreso, «sono figli, non padroni della Chiesa», per cui sono tenuti piuttosto a obbedirle che non a comandare.
La conclusione di Pio IX parla da sé: «come è Nostro dovere, Noi siamo costretti a confermare nuovamente e a dichiarare con insistenza (...) che il potere temporale della Santa Sede è stato concesso al Romano Pontefice per singolare volontà della Divina Provvidenza e che esso è necessario affinché lo stesso Pontefice Romano, mai soggetto a nessun Principe o a un Potere civile, possa esercitare la suprema potestà di pascere e governare in piena libertà tutto il gregge del Signore con l’autorità conferitagli dallo stesso Cristo Signore su tutta la Chiesa. (...) Provveda Iddio perché i Principi della terra che hanno particolare interesse ad evitare che il caso di usurpazione di cui siamo vittime diventi regola a danno di ogni ordine e potere, si uniscano in un perfetto accordo di animi e di volontà e, placate le discordie, sedate le turbolenze delle ribellioni, disperse le esiziali opinioni delle sette, svolgano un’opera comune affinché siano restituiti a questa Santa Sede i suoi diritti, e con essi la piena libertà al Capo visibile della Chiesa e la desiderata pace al consorzio civile».
Com'è facile vedere siamo di fronte all'esattamente uguale concezione che già nel 1791, ottant’anni prima, abbiamo visto sostenuta da Pio VI, quando contestava i provvedimenti del Governo rivoluzionario francese. Qui Pio IX, per l'ennesima volta e dopo che nel frattempo era successo di tutto, ancora pretendeva che fossero gli altri a fare un passo indietro, in modo che affinché si potesse andare avanti tutto dovesse tornare come prima. Ma era evidentemente una pretesa vana, che il Papa avanzava da una posizione ormai insostenibile, e dunque destinata a cadere nel vuoto, sebbene egli la rivendicò fino alla fine. Posizione aggravata ancor più dal tocco finale, quel cosiddetto non expedit da lui proclamato a più riprese a partire dal 1874. Si tratta di un'espressione che vuol dire "non conviene", con la quale in teoria si sconsigliava, ma in pratica si vietava la partecipazione del clero e dei credenti italiani alle elezioni, nonché alla vita politica del Paese, cosa che avrebbe significato il riconoscimento dello Stato e la legittimazione delle sue leggi. Questo tanto per assestare il colpo di grazia ad ogni possibilità di risolvere l'ostilità dei rapporti esistenti tra la Chiesa e le istituzioni civili. Pio IX morì il 7 Febbraio 1878, un mese dopo Vittorio Emanuele II, ma non è che con la sua dipartita venne meno quel clima di aperto conflitto che egli aveva contribuito a creare. Dovevano succedergli altri quattro Pontefici e ci volevano i Fascisti perché si arrivasse alla conciliazione tra le parti, occorsa nel 1929 con la sottoscrizione dei Patti Lateranensi, che finalmente ponevano fine alla Questione romana. E bisognerà attendere il 20 Settembre 2010 perché un alto Prelato della Chiesa intervenga per la prima volta alla manifestazione di commemorazione dei fatti di Porta Pia.
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