Se a Pio IX toccò l'appellativo, sebbene presto smentito, di "Papa liberale", il suo successore venne invece definito "Papa dei lavoratori", o anche "Papa sociale", proprio per il contributo inedito che diede alla questione operaia, ma nonostante fosse comunque indubbiamente non solo un antiliberale, ma altresì un antisocialista convinto. Vincenzo Pecci, proveniente da una nobile famiglia di campagna, fece una rapida carriera ecclesiastica, e però fu eletto al Soglio di Pietro alla tarda età di 68 anni, il 20 Febbraio 1878, dopo un fulmineo Conclave durato appena due giorni. Vista l'anzianità e la salute piuttosto malferma, è comune l'opinione che si pensò a lui come ad un Pontefice di transizione, che facesse giusto in tempo a far decantare una situazione ancora burrascosa per la Chiesa. Invece il nuovo eletto dimostrò una straordinaria longevità, tale che, vivendo fino alla ragguardevole età di 93 anni, gli fece conseguire il secondo posto nella graduatoria dei Pontificati più lunghi della Storia. Si racconta l'aneddoto di un Cardinale che osservò come con quel Papa, più che un Santo Padre, fosse stato eletto un Padreterno. È unanime il giudizio che Leone XIII si distinse per essere stato un uomo colto, ferrato negli studi filosofici, nonché promotore della ricerca storica e scientifica; il che, specialmente se confrontato con l'intransigenza di Pio IX, denota quanto fosse un carattere più aperto, disponibile alla discussione, conciliante e cordiale nei rapporti. Un giudizio che è però relativamente vero, visto che, nonostante le innovazioni introdotte, il nuovo Papa fu di fatto altrettanto reazionario del suo predecessore.
Lo fu sul piano filosofico innanzitutto, perché la sedicente vivacità che impresse nel campo degli studi fu in realtà una restaurazione dell'opera di Tommaso d'Aquino, il celebre teologo medievale che a dire il vero non fece altro che adattare l'antica e pagana filosofia aristotelica alla dottrina cattolica. Peccato che nell'Enciclica Aeterni patris dedicata all'argomento, cui avremo occasione di fare cenno, Papa Leone non solo definisce il tomismo la vetta insuperabile della «vera scienza», tanto da indicarla come materia di insegnamento obbligatoria, ma omette di citare anche solo una volta il nome di Aristotele. Questo è però tutto sommato un dettaglio trascurabile, se confrontato all'altro pensatore con cui il Pontefice si vide costretto a fare i conti, Giordano Bruno. Il quale, guarda caso anch'egli frate domenicano come Tommaso, e benché scomparso da tre secoli, gli creò non pochi problemi.
Ebbene cos'è successo, che nel 1876, in coincidenza con la salita al Governo italiano della cosiddetta Sinistra storica, di ispirazione liberal democratica, un comitato studentesco avanzò la proposta di erigere a Roma un monumento in memoria del filosofo che in quella città fu bruciato vivo dall'Inquisizione nel 1600, e per questo divenuto simbolo del libero pensiero. L'iniziativa ebbe tanto successo da raccogliere consensi internazionali da parte di molti nomi illustri della cultura, ma incontrò d'altra parte la ferma opposizione della Chiesa. Il braccio di ferro si prolungò per ben oltre dieci anni, segnato anche da manifestazioni represse con la forza, finché il Governo di Crispi non diede parere favorevole e il Comune di Roma concesse lo spazio in piazza Campo dei Fiori. La statua commemorativa fu realizzata da un certo Ettore Ferrari, artista massone, anticlericale di estrema sinistra, e il monumento fu inaugurato il 9 Giugno 1889, giorno di Pentecoste, davanti a una folla di decine di migliaia di persone in festa, che sfilando in corteo inneggiava al filosofo tragicamente scomparso, e presso le mura vaticane inveiva contro il Papa. L'episodio, con tutti i dettagli chiaramente provocatori, fu un dramma per la Chiesa, e lo stesso oratore della celebrazione, un certo Giovanni Bovio, disse che sarebbe stato ancora più doloroso della stessa perdita di Roma.
Quindi da una parte è comprensibile la reazione del Pontefice, ma non per questo giustificabile, poiché egli non si mosse di un millimetro dalle sue posizioni retrive. Già in un discorso precedente un paio di settimane la manifestazione ebbe a dire tra l'altro che «si è giunti al punto che in questa stessa città, quasi al Nostro cospetto, è consentito all'empietà di sfidare la religione di Gesù Cristo con rilevanti e sistematiche ingiurie, decretando a un apostata del cattolicesimo gli onori dovuti alla virtù, e ciò non senza un'insolente ostentazione». Il Papa minacciò pure che avrebbe lasciato Roma nel caso si fosse attuato l'infausto proposito, ma poi non lo fece, e il giorno fatidico si dice che lo trascorse digiuno e in preghiera. Mentre il 30 Giugno pubblicò l'Enciclica Quod nuper, dando la sua versione dell'«esecrabile avvenimento». Ovviamente gli brucia la decisione che un giorno così importante per la fede sia stato scelto per commemorare un uomo che rappresenta «lo spirito di rivolta contro la Chiesa». Ma ecco che il risentimento si tramuta subito in sfrontata calunnia, con l'accusa a Bruno di essere non solo un eretico, ma anche scienziato fallito, scrittore modesto e che ha condotto una vita immorale. Sia detto per inciso, ma il filosofo nolano, benché in effetti non sia stato uno scienziato, pure ha sostenuto Copernico prima di Galilei, ma soprattutto per primo ha dichiarato l'infinità dell'Universo, una verità che ha trovato conferma scientifica solo nel Novecento. Quanto alla moralità del comportamento, ci vuole giusto la faccia tosta di un prete per pretendere di dare lezioni a uno che ha preferito affrontare una morte orribile pur di mantenere fede alle proprie idee, qualunque esse fossero. Laddove in questo suo breve documento il Papa non ha altro di meglio che proseguire con le sue invettive contro il «perfido» filosofo, sommariamente giudicato come «un uomo scellerato e perduto», il cui pubblico tributo non può che sembrargli un affronto intollerabile. Espressioni come «ignominioso oltraggio», o «sacrilego misfatto», usate per definire la commemorazione di Bruno, denotano non solo l'indignazione del Pontefice, profondamente offeso, ma proprio l'odio che riesce a provare chi si fa portatore di una "verità eterna", nel momento in cui essa viene messa a rischio da qualcuno che la pensa diversamente. E che non si tratti di un fatto personale, ma proprio istituzionale, lo denota il seguito di questa vicenda. Infatti, da quando fu eretto il monumento, ogni anno il 17 Febbraio, giorno dell'esecuzione del filosofo, si teneva presso il monumento una cerimonia pubblica in ricordo dell'evento. Finché all'avvento del Fascismo, con cui non a caso la Santa Sede venne a patti per la prima volta, essa chiese come condizione per il Concordato la rimozione della statua, cosa cui perfino Mussolini si rifiutò, limitandosi a proibire la celebrazione della ricorrenza. Né fino a oggi è mai stata pronunciata dalla gerarchia cattolica una parola di scuse o di riabilitazione nei confronti del pensatore di Nola.
Quanto alla vicenda biografica di Papa Leone non c'è un granché da dire. Fu vescovo di Perugia per trent'anni, durante i quali si distinse per il fatto che fece costruire più di cinquanta chiese. Ma soprattutto fu testimone della strage del 1859, compiuta dall'esercito pontificio contro i rivoltosi che volevano liberare la città dal dominio di Roma. Evento di cui l'allora cardinale non ebbe responsabilità dirette, se non che fu lui a indire e presiedere i funerali in pompa magna dei soldati del Papa caduti negli scontri, beffardamente proclamati "eroi del Signore". Ma come si sa la vittoria fu breve, e l'anno dopo le truppe piemontesi conquistavano definitivamente la città e la Regione al nuovo Stato. Questo Papa fu peraltro anche il primo a non detenere il potere temporale, per quanto questo non gli impedì di esserne ugualmente un acceso sostenitore, come vedremo dalla rivendicazione che ne fa fin dalla sua prima Enciclica. E inoltre, benché invano, manovrò politicamente in tutta Europa, contando sulla possibilità che quel potere gli venisse restaurato con l'aiuto di qualche potenza estera.
Tuttavia al di là di questi dati la cosa più conveniente per capire un personaggio così importante è accedere ai documenti che lo riguardano e lo chiamano direttamente in causa. Leone XIII fu uno scrittore prolifico che detiene il record di oltre ottanta Lettere encicliche, delle quali ovviamente passeremo in rassegna solo quelle poche più attinenti al nostro scopo, e per questo già la prima è degna di nota. Si tratta della Inscrutabili Dei Consilio, pubblicata nel giorno di Pasqua due mesi dopo l'avvenuta elezione. Già l'esordio rivela quanto in realtà, nonostante le aspettative di progresso suscitate, i toni del nuovo Pontefice siano pressoché gli stessi cui siamo abituati. Egli non vede infatti altro che «il triste spettacolo dei mali che da ogni parte affliggono il genere umano», ai quali tutti è da attribuire una sola causa, la solita, e cioè il disprezzo degli uomini per la «santa ed augustissima autorità della Chiesa, che in nome di Dio presiede al genere umano, ed è garante e sostegno di ogni legittimo potere». In realtà quel «cumulo funesto di mali» di cui il Pontefice sta parlando consiste di tutti quei provvedimenti attuati dalla legislazione ecclesiastica del recente Stato italiano, primo fra tutti «l'usurpazione del civile Principato». Poiché l'abolizione del potere temporale, che la Chiesa è stata costretta a subire per forza, ha pregiudicato non solo la proprietà dei suoi beni ma anche e soprattutto la libertà della sua azione pastorale per «l'eterna salute dei popoli». Ma il nostro Leone non vuole che i suoi si deprimano per la «lacrimevole condizione» in cui versa la Chiesa di quei «tempi calamitosi», e cerca anzi di tirarli su ricordando loro quanto essa sia stata nei secoli artefice della «vera civiltà» occidentale. Con una punta di rimpianto per «quei fortunatissimi tempi nei quali la Chiesa era venerata come madre» e obbedita come un padre, invece che calpestata senza ritegno. Egli incoraggia cosìi Vescovi a confortarsi nel sapere di essere dalla parte giusta, che senza o contro le dottrine e le leggi ecclesiastiche non c'è civilizzazione che tenga, ma solo vilipendio per l'autorità, sfrenata libertà e infine sovvertimento di ogni ordine sociale.
Qui il Papa aggiunge un pensiero che era già stato espresso da Pio IX, sui privilegi che la religione cattolica ha significato in particolare per l'Italia, che nella Storia avrebbe primeggiato sulle altre Nazioni proprio grazie all'iniziativa dei Pontefici che vi risiedevano. Fu la loro opera di evangelizzazione a far sì che in questo Paese i Barbari non avessero la meglio, salvaguardando la vera fede dalle superstizioni che costoro si portavano appresso. Si capisce dunque come «solo per astio e per indegna calunnia, al fine d'ingannare le moltitudini, si poté a voce e per iscritto insinuare che la Sede Apostolica sia un ostacolo alla civiltà dei popoli e alla felicità dell'Italia». Smascherato l'inganno, ristabilita la "verità", il Papa passa a rivendicare quanto gli è dovuto, ossia il maltolto potere temporale: visto come stanno le cose, egli dice, «non cesseremo mai di esigere che (...) Ci sia restituita la posizione nella quale la Sapienza divina da gran tempo aveva collocato i Pontefici Romani», posizione dalla quale solo un abuso senza precedenti poteva averli rimossi. Ma non è tanto per una mèra brama di dominio che viene fatta una simile richiesta, quanto per motivi ben più alti e più urgenti: «perché non solo il Principato è necessario alla tutela e alla conservazione della piena libertà del potere spirituale, ma anche perché risulta evidente che quando si tratta del Dominio temporale della Sede Apostolica, si tratta altresì del bene e della salvezza di tutta l'umana famiglia». È quindi anzi, prima che un diritto, un dovere per il Papa avanzare quella pretesa, perché il mancato riconoscimento di una sacrosanta prerogativa della Chiesa sarebbe dannoso per il mondo intero.
Alla fine, rievocata e confermata la posizione che su questa materia aveva già espresso «Pio IX di santa memoria», nonché rivolto il solito appello di aiuto «ai Principi e ai supremi Reggitori dei popoli», il Pontefice può concludere con una nota di fiducia e ottimismo: «abbiamo ferma speranza che (...) l'umanità, ammaestrata da tanti mali e da tante sciagure, finalmente verrà a chiedere salute e felicità alla Chiesa, e all'infallibile magistero della Cattedra Apostolica».
Con la sua seconda Enciclica, Quod Apostolici Muneris del 28 Dicembre 1878, Leone XIII affronta per la prima volta il tema sociale, facendolo però con un linguaggio che in realtà non si distanzia di un passo da quello del suo predecessore. Egli parla infatti di una «setta» da cui stare in guardia, che però stranamente accomuna «coloro che con nomi diversi e quasi barbari si chiamano Socialisti, Comunisti e Nichilisti». Non si capisce infatti cosa c'entrino i Nichilisti, a meno che non si voglia attribuire a tale termine il significato piuttosto ristretto di coloro che negano Dio. Ma, a parte ciò, la "setta" in questione si segnala senza mezzi termini come una «micidiale pestilenza che serpeggia per le intime viscere della società e la riduce all'estremo pericolo di rovina». Ecco il modo in cui fin dalla prima battuta si esprime il "Papa sociale" per antonomasia, il quale, piuttosto che anche soltanto simpatizzare con quelle organizzazioni che sole sono schierate dalla parte dei lavoratori, si scaglia con veemenza contro di esse.
Ma il motivo di tale sconcertante e diciamolo pure contraddittorio atteggiamento è subito chiaro: quei Socialisti e Comunisti svolgerebbero una funzione in realtà antisociale, poiché il loro scopo non sarebbe altro che «scuotere le fondamenta dello stesso consorzio civile». Proposito cordialmente detestato, essendo che, come ormai sappiamo, per i Papi l'ordine costituito è sacro e intoccabile. Quindi già si intravede la politica di Leone: a parole prestare attenzione alla causa degli operai, prendersi cura dei loro interessi; però di fatto senza cambiare una virgola di quell'organizzazione sociale che li ha ridotti nelle condizioni in cui si trovano. Egli infatti non manca di ricordare come nel mondo umano ci siano «poteri superiori (...) che da Dio ricevono il diritto di comandare», poteri forti rispetto ai quali invece i Socialisti con inaudita sfrontatezza «ricusano l'obbedienza e predicano la perfetta uguaglianza di tutti». Insomma il Papa, di fronte al conflitto sociale che pure a quei tempi cominciava ad essere evidente anche nell'arretrata Italia, con una buona dose di ipocrisia tipica dei liberali liberisti, intendeva risolvere la questione con la pace, invece che con la lotta tra le parti. "Pace" che poi, economicamente parlando, voleva dire tra chi comanda con il massimo profitto possibile, e chi invece obbedisce con il minimo salario possibile. Perché di questo si tratta, essendo che con il modo capitalistico in cui sono organizzati il lavoro e la società, il conflitto di interessi tra le parti è oggettivo, reale, e non ideologico come subdolamente si vorrebbe far credere ancora oggi.
Senza però anticipare troppo considerazioni che saranno ampiamente svolte in seguito, proseguiamo nell'esame del presente documento, che segna tutto sommato appena l'esordio del nostro Pontefice su questa materia. Troviamo così la polemica nei confronti dei Socialisti e Comunisti che pretendono di abolire «il diritto di proprietà stabilito per legge di natura», diritto sulla cui "natura" abbiamo già detto relativamente a quanto sostenuto anche da Pio IX. In più su questo argomento Papa Leone aggiunge un'osservazione degna di nota: quello scellerato proposito non ha altro scopo che assecondare la «cupidigia dei beni terreni» da cui sono presi i Socialisti, i quali con le loro «mostruose opinioni», dietro l'apparenza di riforme sociali «si adoperano per rubare e mettere in comune quanto fu acquisito o a titolo di legittima eredità, o con l'opera del senno e della mano, o con la frugalità della vita». Sicché i Socialisti sarebbero loro gli avidi e i ladri, quasi che con le loro idee rivoluzionarie puntassero a che siano i lavoratori proletari ad arricchirsi alle spalle degli altri. Inoltre, sui modi legittimi di appropriazione il Papa trascura proprio quello attraverso il quale i nuovi proprietari benestanti si arricchiscono, vale a dire l'uso capitale che costoro fanno del denaro, quel particolare oggetto messo a disposizione e in circolazione dalle banche. A quanto pare il Papa non ha idea del meccanismo imprenditoriale, quell'imprendere consistente nel mettere denaro allo scopo di prenderne il più possibile più di quanto non ne sia stato messo; o perlomeno se ne guarda bene dal rivelare come per gli uomini d'affari il denaro rappresenta il principio e il fine di ogni cosa, proprio com'è Dio per gli uomini di fede; laddove i lavoratori sono ridotti dagli imprenditori a un semplice mezzo come un altro nelle loro mani, utili solo al perseguimento del loro scopo di lucro. Leone invece, proprio come già Pio, più che i presupposti, delle rivendicazioni socialiste riesce a vedere solo il rischio delle conseguenze per la stabilità dell'ordine sociale, il fatto che con simili idee «si è accumulato tanto odio della plebe sediziosa contro la veneranda maestà e l'impero dei Re».
Ma un'obiezione ancora più grave che il nostro Papa muove al movimento socialista e alle sue «velenose dottrine» riguarda le ripercussioni che esso provoca sul piano della fede religiosa, essendo la sua una vera e propria guerra sempre crescente, che «ha per scopo d'aprire la porta a quelle idee e, per dir più propriamente, ai deliri della ragione abbandonata a se stessa, eliminata ogni rivelazione e rovesciato ogni ordine soprannaturale». Qui traspare il riferimento alla concezione materialistica dell'uomo e della società, calunniosamente detta nichilistica dal punto di vista della Chiesa, che appunto prevede e propone un mondo senza Dio. Secondo il Pontefice si tratta di un'«empietà nuova», che però esprime in realtà l'ispirazione democratica del potere politico, tale per cui, come egli stesso dice, «l'autorità pubblica non riceve da Dio né il principio, né la maestà, né la forza di comandare, ma piuttosto dalla massa popolare». Il che suonava ai suoi orecchi come uno scandalo intollerabile, se non altro perché, anche se non lo dice, in tal caso la sua funzione di legittimare il potere non serviva più a niente. La sua osservazione è invece un'altra, che con l'uscita di scena di Dio e di chi per lui «non deve recare meraviglia che gli uomini della plebe, stanchi della casa misera e dell'officina, anelino a lanciarsi sui palazzi e sulle fortune dei più ricchi». Lasciando intendere un'altra volta come i poveri siano mossi alla ribellione più per cupidigia che altro, e che essi mirano solo a saccheggiare i ricchi, senza un'ombra di rispetto e di giustizia.
Il Papa si raccomanda con i suoi Vescovi che vigilino sul «gregge del Signore» affinché non sia insidiato dalle idee socialiste, e che badino all'«eterna salute dei fedeli»; non si capisce se rendendosi conto o meno che costoro sono quegli stessi lavoratori indigenti cui anche il Socialismo si rivolge. Una cosa è certa, che contro una simile «peste» una sola cura sembra possibile: l'opera salvifica della Chiesa. La quale «insegna dottrine e dà precetti che largamente provvedono al benessere e al quieto vivere della società, e per i quali l'infausto germe del Socialismo è divelto dalle radici».
A scanso di equivoci, visto che i Socialisti nella loro malafede fanno un uso distorto anche dello stesso Vangelo, Papa Leone ci tiene a precisare la differenza. Spiegando come mentre costoro «non smettono di blaterare che tutti gli uomini sono per natura uguali fra loro», invece «secondo gl'insegnamenti del Vangelo tutti gli uomini sono uguali in quanto (...) chiamati alla medesima altissima dignità di figliuoli di Dio». Si capisce così come dalla concezione ecclesiastica dell'uguaglianza venga meno ogni ragione di conflitto sociale, tanto più se essa specifica come tale equità vale in realtà per il giorno della "fine del mondo", mentre sulla Terra «l'ineguaglianza di diritti e di potestà proviene dall'Autore medesimo della natura». Ecco come attraverso la classica, idealistica concezione dualistica del mondo, questo qui e un altro “in cielo" chissà dove, è fin troppo facile risolvere il problema della lotta sociale, semplicemente negandolo alla radice. Perché in questo modo con un semplice giro di parole risulta alla fine che imprenditori e lavoratori, proprio come Principi e sudditi, «secondo la dottrina e i precetti della Chiesa cattolica, sono così legati attraverso scambievoli doveri e diritti, che ne resta temperata la passione sfrenata del comandare, e diviene facile, costante e nobilissima la ragione dell'ubbidienza». Il principio più sconcertante è però quello secondo cui si deve a Dio stesso, e non agli uomini, la divisione della società in classi, come insiste il Papa nel passo seguente: «Colui che creò e governa ogni cosa, nella sua provvida sapienza dispose che (...) nella società civile fossero vari ordini distinti per dignità, per diritti e per potere, onde la comunità, a somiglianza della Chiesa, rendesse l'immagine di un corpo che ha molte membra, le une più nobili delle altre, ma insieme scambievolmente necessarie e sollecite del bene comune». Per cui, stando così le cose, guai ai Socialisti che pretendono di rovesciare quel gerarchico ordinamento sociale sancito dallo stesso Dio, perché opporsi ai poteri costituiti in questo mondo, qualunque essi siano, equivale solo a procurarsi una «condanna» eterna nell'altro mondo. E se anche gli uomini di potere dovessero abusare delle loro prerogative, pure «la dottrina della Chiesa Cattolica non consente ai privati d'insorgere» in nessun caso; piuttosto la soluzione ai problemi dei sottoposti vessati che la Chiesa consente è una sola: essa «vuole che si raggiunga il rimedio coi meriti della pazienza cristiana e con insistenti preghiere al Signore».
Per dimostrare l'efficacia di una simile concezione dei rapporti sociali, il nostro Pontefice ricorre al paragone della società civile con quella domestica, il cui scopo comune a entrambe è quello di provvedere alla propria conservazione. Ebbene la famiglia, - che da un lato sarebbe istituita dal Dio soprannaturale, e però al tempo stesso «retta secondo l'esigenza del diritto naturale», come se il piano divino coincidesse con quello dalla Natura - si fonda sulle relazioni tra gli uomini e le donne, «i genitori e i figli», nonché «i padroni e i servi», proprio secondo quello stesso «salutare» ordinamento gerarchico su cui si basa la società nel suo complesso. Il riferimento è alla dottrina per così dire proporzionale dell'Apostolo Paolo, il quale ha disposto che «come Cristo è il capo della Chiesa, così il marito è il capo della sposa; e come la Chiesa si tiene soggetta a Cristo (...), così conviene che le spose siano soggette ai loro mariti». Cui Leone aggiunge che come il potere dei padri si esercita sui figli, così quello dei padroni sui servi, essendo che «nei genitori e nei padroni si trasfonde l'autorità del Padre e del Padrone celeste». Ovviamente a una condizione, che come il Padre Padrone celeste anche i padri e i padroni terrestri amino i loro sottoposti qualora siano opportunamente obbedienti. Se questa bella concezione fosse osservata da tutti, dice il Papa, nemmeno esisterebbero tutti i problemi sociali che ci sono.
Invece i Socialisti, con la loro messa in discussione del Sacramento matrimoniale, mandano all'aria ogni cosa, perché in tal modo contribuiscono ad allentare i legami che vincolano la famiglia a restare unita, e peggio ancora da simile atteggiamento «ne consegue che venga pure ad indebolirsi in straordinaria maniera l'autorità dei padri sopra i figli, e la riverenza dei figli verso i genitori». Cosa deprecabile soprattutto perché tale affievolirsi del senso di autorità fa presto ad estendersi dal nucleo familiare al tessuto sociale, finendo per incrinare la stabilità del rapporto di comando e obbedienza che deve esserci tra i Sovrani e i loro sudditi.
Il nostro Papa propone poi una riflessione sulla concezione ecclesiastica del diritto di proprietà, sul quale insisterà a più riprese. Ancora una volta a tale proposito egli dice di rifarsi alla «sapienza cattolica, costruita sui precetti della legge naturale e divina», e ancora una volta occorre sottolineare l'ambiguità dell'espressione, perché un conto è la legge naturale della Natura, oggetto della scienza, o anche la legge sociale degli uomini, oggetto del diritto; mentre un altro è la legge divina di Dio, oggetto della religione. E confondere questi piani come fossero gli stessi è un vero e proprio affronto sia alla logica formale che alla verità sostanziale delle cose. Chiarito il punto arriviamo all'insegnamento della Chiesa «intorno al diritto di proprietà e alla divisione dei beni, che sono fatti per le necessità ed i comodi della vita», linguaggio che questa volta ricorda molto più J. Locke e A. Smith che non Paolo di Tarso. Ebbene, essendo al riguardo la posizione del Pontefice talmente chiara e lineare, vale la pena di citare per esteso il brano che segue: «mentre i Socialisti rappresentano il diritto di proprietà come un ritrovato umano contrario alla naturale eguaglianza degli uomini, ed anelando alla comunanza dei beni ritengono non doversi sopportare di buon animo la povertà, e potersi impunemente violare i beni e i diritti dei più ricchi; la Chiesa molto più saggiamente ed utilmente anche nel possesso dei beni riconosce disuguaglianza tra gli uomini, naturalmente diversi per forze fisiche ed attitudine d'ingegno, e vuole intatto ed inviolabile per tutti il diritto di proprietà e di possesso che dalla stessa natura deriva». Il discorso sembra filare liscio, se non fosse per l'ambiguità del concetto di uguaglianza che esso propone. Perché è fin troppo ovvio che gli uomini non sono tutti naturalmente uguali, date le evidenti diversità che presentano sia nell'aspetto che nelle attitudini e capacità. E infatti non è per niente un'impossibile «naturale eguaglianza» che i Socialisti rivendicano, quanto piuttosto un'uguaglianza sociale, ossia un'uguaglianza dei diritti, ma sul serio però, e non solo sulla carta, proprio quella in mancanza della quale esistono le differenze tra ricchi e poveri. E la disuguaglianza sociale, proprio come la sua fine, non sono né la Natura né Dio a stabilirla, bensì gli uomini. Quanto poi al fatto che la ricchezza dipenda e sia legittimata dall'«ingegno» umano è una balla anche questa, perché gli uomini d'affari non hanno bisogno di sapere altro che il loro scopo di lucro, cioè usano la loro intelligenza solo per fare denaro, mentre tutto l'ingegno che pure occorre all'andamento delle imprese, essi lo comprano da altri uomini, proprio come fanno con tutto il resto.
Papa Leone invece non bada affatto a certi particolari, e piuttosto confonde le cose semplificandole. Non a caso egli cerca e trova conferma alla sua posizione ricorrendo alle Sacre Scritture, con argomenti che abbiamo già incontrato in Pio IX. Innanzitutto ricordando come Dio proibisce non solo il furto, ma anche il semplice desiderio della roba altrui, come se ancora una volta quella ispirata dai Socialisti non fosse, invece che una semplice ruberia, l'abolizione di una certa proprietà privata, quella dei mezzi di produzione e dei prodotti del lavoro in particolare; e come se sempre nella Storia, a partire dalle civiltà più antiche, l'appropriazione privata delle ricchezze sociali non sia stata un vero proprio furto legalizzato.
Inoltre ribadendo l'alta missione dei poveri, che nel loro personificare Gesù sulla Terra danno occasione ai ricchi di fare la beneficenza, in modo che costoro abbiano l'opportunità di guadagnarsi, oltre alle ricchezze terrene, anche un posto in "Paradiso". Meta finale che per il loro ruolo i poveri hanno assicurata, mentre i ricchi rischiano grosso se appunto non assolvono al loro dovere filantropico. Il che non si capisce proprio come ciò possa essere consolante per i poveri, che si ritrovano ad essere tali per fungere da mezzo di salvezza per i ricchi, mentre il definirli addirittura "beati" per la loro condizione suona davvero come un'insopportabile ingiuria. Ovviamente non la pensa così il nostro Papa, il quale anzi si compiace della soluzione che la «sapienza cattolica» ha architettato: «chi non vede come questa sia la più bella maniera di comporre l'antichissimo dissidio tra i poveri ed i ricchi?». Ora i casi sono due, o costui è un estremo ingenuo, oppure una sconcertante, cinica faccia tosta, tipica degli economisti liberali. Egli infatti non solo insinua che «l'antichissimo dissidio» si possa risolvere con le belle parole, ma parla quasi come se esso fosse di fatto risolto in quel modo; quasi che il conflitto sociale alimentato proprio dai "progressi" della civiltà industriale e dell'economia di mercato fosse componibile grazie solo alla ricetta evangelica prescritta dal Pontefice. Il quale tuttavia da parte sua, tanto per stare ancora più sicuro, rivolge il solito appello ai Principi, affinché nel nome della pacifica e ordinata convivenza civile lo affianchino nella lotta contro il comune, «implacabile nemico»; a tale scopo ricordando loro come «le ragioni della religione e dell'impero sono così strettamente congiunte che di quanto viene quella a scadere, di altrettanto diminuiscono l'ossequio dei sudditi e la maestà del comando».
Infine, dopo aver esortato i Vescovi a vigilare, un'ultima osservazione degna di nota: «siccome i seguaci del Socialismo principalmente vengono cercati fra gli artigiani e gli operai, i quali, avendo per avventura preso in uggia il lavoro, si lasciano assai facilmente pigliare all'esca delle promesse di ricchezze e di beni, così torna opportuno di favorire le società artigiane ed operaie che, poste sotto la tutela della Religione, avvezzino tutti i loro soci a considerarsi contenti della loro sorte, a sopportare la fatica e a condurre sempre una vita quieta e tranquilla». Dove, a parte l'ennesima infamante accusa che gli operai aderirebbero al Socialismo per la poca voglia di lavorare e per la brama di arricchirsi, è importante il favore concesso alla formazione delle organizzazioni dei lavoratori, a quei tempi ancora pressoché fuori legge; un passo indubbiamente significativo, per quanto tali associazioni dovessero essere di formazione cattolica ed espressamente antisocialiste.
Da ultimo il documento che interessa la presente trattazione, sebbene non proprio direttamente, è l'Enciclica Diuturnum Illud, scritta nel 1881. Qui infatti il tema centrale è la dottrina cattolica del potere, una filosofia politica che già abbiamo incontrato e che sarà ripresa ancora da questo Papa, il quale conferma la concezione antidemocratica portata avanti dalla Chiesa. Il problema di partenza è che «oggi le passioni popolari rifiutano più audacemente che mai qualsiasi autorità di comando», i sudditi non vogliono insomma più obbedire, il che mette in pericolo, insieme all'incolumità dei Principi, l'intera società, compresa la stessa «salute dei popoli». Quindi si rende doveroso per la Chiesa riaffermare i suoi princìpi di moderazione, affinché «tanto quelli che obbediscono quanto quelli che comandano» riescano a ritrovare e «mantenere fra loro quel naturale accordo, quasi un'armonia di volontà» indispensabile all'andamento pacifico e ordinato del mondo umano. Ancora una volta è una legge naturale e al tempo stesso divina che impone ai Popoli di obbedire e ai Capi di Stato comandare. E «la verità cattolica» su questa materia parla chiaro: «in qualunque società e comunità umana è necessario che alcuni comandino», perché senza un capo alla guida le società umane sarebbero come le membra di un corpo senza testa: non starebbero in piedi.
Si tratta dunque di capire e precisare quale sia la natura del potere politico, sia per garantirne l'efficace esercizio e sia prima ancora per contrastare coloro che lo vorrebbero abbattere. A tale scopo il nostro Papa prende di petto i filosofi contrattualisti del Seicento insieme ai Democratici dell'Ottocento, i quali in effetti asserivano tutti quanti una stessa cosa, e cioè che «ogni potere viene dal popolo». Di conseguenza i suoi detentori si vedevano ridotti a semplici rappresentanti della volontà popolare, cioè una sorta di titolari secondari del potere, per cui come venivano nominati così potevano legittimamente essere revocati. Cosa inaudita e impensabile per il Pontefice, il quale controbatte: «Da costoro dissentono i cattolici, i quali fanno derivare da Dio il diritto di comandare come da naturale e necessario principio». Sempre confondendo diritto divino e diritto naturale, come se fossero la stessa cosa, oppure come se il Diritto non fosse un affare di Stato, mentre in Natura non esistono affatto diritti, ma solo doveri.
Però questa volta egli si mostra disposto a fare una concessione in più, ossia che «in talune circostanze» sia anche possibile l'elezione popolare del Capo di Stato; tuttavia con la precisazione che in tal caso «si designa il principe, ma non si conferiscono i diritti del principato: non si dà l'imperio, ma si stabilisce da chi deve essere amministrato», appunto a riconfermare che il potere alla fine, qualsiasi sia la forma di Governo che si sceglie, è sempre Dio ad attribuirlo, e quindi la Chiesa a sancirlo. Ovviamente sempre in un regime monarchico, e giammai repubblicano.
Segue una lunga lista di citazioni tratte dalla Bibbia, dai Vangeli e dai Padri della Chiesa, a dimostrazione di quanto sia esatto l'insegnamento secondo cui «la potestà di comandare» non proviene da altri che da Dio; e anzi di come non si possa pensare «alcuna altra dottrina che sia più conveniente alla ragione e più consentanea alla salute dei principi e dei popoli». Quindi l'attribuzione soprannaturale del potere si rivela un'idea non solo naturale e salutare, ma anche razionale, perché fa vedere come la distanza tra la Terra e il "cielo" non sia poi così grande. Il Papa "dimostra" infatti che questa soluzione sarebbe paradossalmente valida anche senza Dio. Così, egli spiega, che l'uomo sia un essere sociale, e che proprio a tale scopo sia dotato del linguaggio, è un dato di fatto che può attestare anche «la sola ragione» col suo «lume naturale»; insomma lo si capisce anche senza bisogno che sia Dio a dirlo, anche senza sapere che in realtà è lui ad imporlo. Allo stesso modo com'è ovvio che la società per poter sussistere ha bisogno di un capo che regoli i rapporti tra gli individui. La conclusione di questo contorsionismo logico sarebbe quindi che «Dio volle che nella civile società vi fossero coloro che comandassero alla moltitudine», perché anche senza tale volontà divina gli uomini sarebbero arrivati da soli alla stessa decisione. Dopo di che il precetto di Dio consente in più di raggiungere la perfezione su questa materia, con il suo imporre non solo la regola dell'obbedienza per i sudditi, bensì anche un uso adeguato del potere da parte dei Re, che non fosse cioè indiscriminato, ma conforme alla volontà stessa di Dio che quel potere appunto trasmette. E come questa concezione aurea vale per il rapporto tra i Sovrani e i loro popoli, così si adatta perfettamente tra i genitori e i loro figli; nonché, aggiungiamo noi, tra i padroni e i loro servi, tra gli imprenditori e i loro lavoratori. Perché proprio qui sta infatti il bello, che «i diversi generi di potestà hanno tra loro mirabili somiglianze, in quanto qualsivoglia forma di comando e di autorità trae origine dall'unico e stesso autore e signore che è Dio».
Per non dire del vantaggio che tale concezione comporta, evidente non appena la si confronta con gli inconvenienti di quella contrattualista e democratica. I filosofi seicenteschi in particolare sostenevano che il potere politico avesse avuto origine appunto da un contratto tra gli uomini, i quali avrebbero così deciso di comune accordo la nascita dello Stato; e ipotizzavano ciò per dimostrare come, invece che dalla forza dei più forti, «la società civile sia nata dal libero consenso degli uomini». Dottrina cui il Papa ha gioco facile nell'obiettare che «il patto di cui si parla è manifestamente fantastico e fittizio», perché in effetti di questo si tratta, di una pura elucubrazione teorica. Ma che il principio democratico non regge per spiegare le origini delle istituzioni politiche, non vuol dire affatto che esso non valga niente in ogni caso. Laddove il nostro Leone crede proprio questo, che l'aver confutato la teoria contrattualista voglia dire aver dimostrato una volta per tutte e per sempre l'impossibilità di un regime democratico, insieme alla sua minacciosa pretesa che siano gli uomini ad attribuire il potere. Dunque molto meglio la tradizionale monarchia, egli conclude, che assicura la forza e la stabilità del potere politico; però a una condizione, «soltanto se si comprenderà che esso deriva dall'augusto e santissimo fonte che è Dio». Solo così «la potestà dei reggitori civili, essendo quasi una comunicazione della potestà divina, acquista di continuo, per questo stesso motivo, una dignità maggiore della umana». Dignità tale per cui a un simile potere anche per i sudditi sarà più facile soggiacere e obbedire, senza che abbiano la tentazione di ribellarsi; «persuasi, come debbono essere, che chi resiste alla potestà politica, resiste alla volontà divina; che chi rifiuta onore ai principi, lo rifiuta a Dio stesso».
Veramente è anche previsto un caso, uno solo, in cui agli uomini è concesso di rifiutare legittimamente l'obbedienza: «qualora cioè si pretenda da essi qualche cosa che ripugni apertamente al diritto naturale e divino, in quanto ogni volta in cui si vìola la legge di natura e la volontà di Dio è ugualmente iniquo tanto comandare ciò, quanto eseguirlo». In questo caso l'esempio è quello degli antichi martiri cristiani, i quali piuttosto che obbedire all'ordine di rinnegare la loro fede, «placidamente ed allegramente si portavano al cavalletto del carnefice» preferendo sacrificare la vita stessa. Un esempio dunque alquanto datato, che non trova alcun riscontro nell'epoca contemporanea, il cui principio però è chiaro: prima che agli uomini occorre obbedire a Dio. Solo che a tali condizioni vien da chiedersi quando mai i sudditi potrebbero legittimamente disobbedire ai loro Principi, visto che costoro detengono il potere grazie a Dio, e visto che ad essi è obbligatorio obbedire sempre per volere di Dio. Papa Leone da parte sua lascia cadere la delicata questione, invece di chiarirla, evidentemente perché, a parte la semplice enunciazione di principio, egli sembra escludere che possano darsi ribellioni e rivoluzioni legittime. Appunto a meno che i Popoli non fossero stati sottoposti a persecuzione religiosa, cosa assai improbabile visto che a quei tempi i Re erano tutti assai devoti. Il Pontefice preferisce infatti dare consigli alle parti, affinché l'ordine sociale sia al contrario salvaguardato in ogni modo. A tal fine egli esorta i Principi «consacrati» a comportarsi proprio come Dio, nell'esercizio del potere, con la stessa «paterna severità» ma anche con la stessa «carità»; i sudditi invece semplicemente obbediscano, giusto confortati dal sapere che «innanzi al giudizio di Dio non esiste né lo schiavo, né il libero, e che il Signore è uno solo per tutti». Solo in questo modo, con ciascuno che stia al suo posto come Dio comanda, e con l'opera mediatrice della Chiesa, allora la società potrà tornare a prosperare come ha fatto per tanti secoli in passato.
Laddove «le dottrine inventate dai moderni circa la potestà politica recano già grandi calamità agli uomini, ed è da temere che apportino per l'avvenire mali estremi. Infatti, il non volere che il diritto di comandare derivi da Dio, altro non è che volere strappare dal potere politico il migliore splendore e privarlo delle sue forze maggiori. Quando poi lo fanno dipendere dall'arbitrio della moltitudine, asseriscono in primo luogo una fallace opinione, e in secondo luogo pongono il principato su un fondamento troppo leggero ed instabile. Conseguentemente, le passioni popolari, aizzate e stimolate da siffatte opinioni, insorgeranno più audacemente, e con grande rovina per la cosa pubblica trascenderanno in ciechi tumulti ed aperte sedizioni». Fatta tale eloquente precisazione, il Papa intravede giustamente nella «cosiddetta Riforma» protestante la genesi di quelle pericolose idee moderne contro i poteri costituiti, proseguite nella «falsa filosofia» illuminista con «quel diritto che chiamano nuovo, la sovranità popolare»; per arrivare infine alle «pesti che sono il Comunismo, il Socialismo, il Nichilismo, orrendi mali e quasi sterminio della società civile». E quel che è peggio, egli lamenta, è che i Principi non sono in grado di far fronte a tali e tanti pericoli, se non con una cieca e feroce repressione. Ma con una politica rivolta unicamente a incutere timore nei sudditi non si va da nessuna parte, mentre «è necessario trovare una più alta ed efficace ragione di obbedire».
Di qui, a chiudere il cerchio, ancora una volta l'urgenza della religione, dell'opera di mediazione dell'istituzione ecclesiastica che sola può dare alla società umana una ragione superiore di convivenza civile. Perché la Chiesa da parte sua «non può certamente essere né sospetta ai principi, né invisa ai popoli», sebbene alla fine, come al solito, si rivolga principalmente ai primi piuttosto che agli altri. Essa infatti «invita i principi a seguire la giustizia, e a non deviare giammai dal dovere, ma nello stesso tempo rafforza, e con molti mezzi aiuta, la loro autorità». Di nuovo si ripropone la medievale "concordia" tra il Trono e l'Altare come condizione indispensabile al funzionamento del mondo umano, laddove ai sudditi è riservata la solita concezione astratta di uguaglianza, condita dall'immancabile dose di "maternalismo": «Per ciò che riguarda i popoli, la Chiesa è nata per la salute di tutti gli uomini: essa li amò sempre come una madre».
Nessun commento:
Posta un commento