Chiariti i punti cruciali della questione, per quanto possibile in questa sede, torniamo alla posizione di Leone XIII, e diciamo pure alle sue intollerabili enormità. Egli ha riconosciuto l'esistenza di classi sociali divise e separate, eppure legate a doppio filo, ma siccome la lotta non è assolutamente consentita, occorre trovare la via per superare i motivi di conflitto tra le due differenti categorie di uomini. A tale scopo, egli dice, «l'insegnamento cristiano, di cui è interprete e custode la Chiesa, è potentissimo a conciliare e mettere in accordo fra loro i ricchi e i proletari». Si presagisce quindi una soluzione religiosa del problema, cioè tale da lasciare inalterate le divisioni economiche che sono la vera radice dei mali sociali. Non è un caso infatti che, curiosamente, il Pontefice non parla di diritti, bensì degli obblighi che entrambe le parti in causa sono tenute a rispettare.
Così agli operai tocca di lavorare «fedelmente» per conto dei loro «padroni», rispettandone la proprietà e la persona, senza scioperare, né tantomeno farsi venire in testa idee socialiste. Un po' più variegati sono invece «i doveri dei capitalisti e dei padroni», i quali sono tenuti in primo luogo a rispettare nei loro sottoposti «la dignità della persona umana». È degno di nota che nel presente contesto questo concetto non è riferito alla dottrina catechista, secondo cui l'uomo è degno di essere tale per il suo essere "creatura" di Dio, nozione che comunque verrà fuori più avanti. Qui invece la dignità umana è riferita al lavoratore che con la sua opera «nobilita» se stesso. Ma non nel senso autentico del lavoro inteso come attività essenziale dell'uomo in quanto tale, bensì nel senso tradizionale del poveraccio costretto a lavorare per un altro, riuscendo così a "guadagnare" di che vivere. In più però il nostro Leone osserva un'altra cosa importante, ossia quanto sia degradante per l'uomo approfittare dei propri simili: «Quello che veramente è indegno dell'uomo è di abusarne come di cosa a scopo di guadagno, né stimarlo più di quello che valgono i suoi nervi e le sue forze». Il che è assai vero, solo che egli sembra riferirsi solo all'imprenditore, come se il suo comportamento fosse un'abiezione più che altro personale, cioè di carattere morale, e non invece degradante anche e anzi soprattutto per il lavoratore che lo subisce. Inoltre egli lascia intendere che trattare gli altri come «cosa», cioè come merci, sia l'eccezione invece che la regola dell'economia liberale, come se essa non si fondasse proprio sul "mercato del lavoro", dove si comprano e vendono appunto uomini. Laddove, benché lo si faccia in tutta libertà e legittimità, ciò non toglie che tanto vendere se stessi quanto comprare gli altri è ugualmente indegno dell'essere umano come tale.
Tale ambiguità del Pontefice denota che egli non ha la minima idea di cambiare la situazione, ma mira anzi a mantenere le cose come stanno, preoccupandosi giusto di raccomandare ai «padroni» di non approfittare più di tanto dei lavoratori, e a questi ultimi. Lo dimostra quest'altro obbligo che egli impone agli imprenditori: «Principalissimo poi tra i loro doveri è dare a ciascuno la giusta mercede». Ora, già il termine che usa è rivelatore, essendo evidente il suo nesso etimologico con merce, mercenario e perfino meretrice; inoltre anche l'espressione essere alla mercede di qualcuno non significa altro che essere in suo potere. Tuttavia, a parte i formalismi linguistici, qui il Papa parla chiaramente di un "giusto" salario, che però è un concetto contraddittorio almeno quanto quello di "giusto" profitto. Infatti, come il lavoro sta al capitale, così il salario sta al profitto, poiché si tratta delle due facce di una stessa medaglia, di cui il salario è però il rovescio, mentre il profitto è il diritto.
E si badi che questi sono termini coniati dagli stessi Liberali, i quali, proprio come anche il nostro Papa, sembrano non avvedersi che approfittare degli altri è sempre stato e sempre sarà un comportamento comunque ingiusto. Così come lo è quello del moderno imprenditore, il quale ottiene il suo profitto dando in cambio un salario. Perché secondo una logica di questo tipo, e indipendentemente dall'ammontare della somma retribuita, il salario che si dà sarà comunque sempre il minimo possibile, e invece il profitto che si persegue il massimo possibile. Non c'è un giusto mezzo, per il semplice fatto che simili rapporti umani contrastano di per sé con il senso anche più elementare di giustizia. Laddove, nel reclamare un "giusto" salario per i lavoratori, ancora una volta Leone XIII se la cava con un generico appello dal tono moralista: «si ricordino i capitalisti e i padroni che le umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo». Quando invece è proprio questa la regola dei rapporti sociali liberali, ed è perfettamente legale che gli imprenditori traggano profitto dal bisogno che hanno gli uomini di lavorare per vivere.
Sta di fatto che, con il suo discutibile criterio di giustizia, il Papa ritiene di aver risolto il grosso del problema. Se la paga è onesta, e inoltre agli operai è concesso di frequentare la messa domenicale, allora i «padroni» fanno il loro dovere, per cui non c'è motivo che debba esistere il conflitto di classe. Egli però non si mostra ancora del tutto soddisfatto, e sente di poter fare ancora qualcosa, perché, come dice, «la Chiesa (…) mira più in alto, cioè a ravvicinare il più possibile le due classi, e a renderle amiche». Ora un simile cieco ottimismo sarebbe di per sé grottesco, se non fosse per le argomentazioni a dir poco beffarde che lo supportano.
Ecco infatti che il Pontefice se ne esce con il suo piatto forte, quell'«altra vita» futura in confronto alla quale la presente non è che un effimero accidente: «la vera vita dell'uomo è quella del mondo avvenire», celeste invece che terrena, eterna invece che temporale, felice invece che dolorosa. Un'attesa che riguarda indifferentemente tutti gli uomini, dato che, si posseggano o meno i beni terreni, questo «all'eterna felicità non importa nulla». E tuttavia la conseguenza di questa "rivelazione" ha risvolti diversi a seconda che su questa Terra si sia ricchi o poveri. A questi ultimi tocca infatti semplicemente di rassegnarsi alla loro sorte, ma di consolarsi del fatto che Gesù stesso è stato un uomo sofferente, il quale così, «non solo con l'esempio, ma con la sua grazia e con la speranza del premio proposto, ci ha reso più facile il patire». Mentre i ricchi hanno invece da stare assai meno tranquilli, poiché essi, «i fortunati del secolo», sono quelli che rischiano di più la "fortuna eterna". Infatti, se la povertà è per così dire salutare ai fini della "salvezza", la ricchezza può essere nociva, e anzi «i ricchi debbono tremare, pensando alle minacce straordinariamente severe di Gesù Cristo».
Tuttavia si tratta appunto di minacce, e non di una condanna senza appello dei ricchi. Appunto perché al tempo stesso, lo stato di ricchezza o povertà di un uomo, il Pontefice lo considera un dettaglio in fondo trascurabile, così come evidentemente si deduce esserlo altresì il modo in cui uno si è arricchito. Ciò che conta è piuttosto l'«uso» che l'uomo fa delle proprie sostanze: «il buono o cattivo uso di quei beni, questo è ciò che sommamente importa», ovviamente ai fini della "salvezza" del possidente, perché per il povero tale problema non si pone. A scanso di equivoci, sia chiaro che questo discorso non c'entra niente con la dottrina marxista circa il doppio uso che è possibile fare del denaro, di cui abbiamo parlato. Qui si tratta piuttosto del pensiero di Tommaso d'Aquino, il prete filosofo medievale che il Papa cita espressamente, e sul quale vale la pena soffermarsi un attimo.
Com'è noto Leone XIII, con la Aeterni patris del 1789, ha riportato in auge l'epoca d'oro del pensiero unico cattolico, sostenendo chiaramente che «sopra tutti i Dottori Scolastici emerge come duce e maestro San Tommaso d'Aquino». Del quale raccomanda quindi lo studio a tutti quanti, ma soprattutto ai giovani, perché con lui la «vera scienza» avrebbe raggiunto vette ormai insuperabili dalla conoscenza umana già nel XIII secolo. Il Papa non ricorda che l'operazione dell'«Angelico Dottore» è stata quella di tradurre in termini cristiani la filosofia pagana di Aristotele, vissuto nel III secolo prima della nostra Era. Né sembra badare al fatto che la "scienza" di cui parla è quella di Dio, la teologia appunto, controversa disciplina il cui oggetto di conoscenza è per definizione inconoscibile. Non a caso l'opera principale dell'Aquinate si intitola Somma teologica, e non filosofica, né storica o scientifica.
Tuttavia in questo libro monumentale trovano spazio anche alcune, sebbene assai marginali osservazioni di natura economica. Sono nella parte che tratta della giustizia, una delle «virtù cardinali» del Catechismo, ma la cui teoria tomista è derivata di peso dall'Etica nicomachea di Aristotele, e precisamente dal quinto Libro. Così l'osservazione secondo cui la giustizia si distingue dalle altre virtù per il fatto che essa non riguarda l'individuo in se stesso, nella propria interiorità, bensì nella sua relazione con gli altri. Oppure che il motto della giustizia recita di "dare a ciascuno il suo", espressione che rivela quanto questa virtù abbia a che fare con una certa uguaglianza nei rapporti umani. Inoltre aristotelica è ancora la distinzione tra «giustizia distributiva» e «giustizia commutativa». Dove la prima è quella dello Stato che ripartisce i beni comuni alla popolazione, però non in modo uguale, bensì in proporzione al contributo (Tommaso dice l'importanza o superiorità) di ciascuno. Mentre quella commutativa è la giustizia che riguarda i rapporti economici veri e propri, la quale regola l'equità degli scambi di beni privati che i singoli cittadini intrattengono tra loro.
Ed è proprio a quest'ultimo proposito che il pensatore medievale devia dalla lezione di Aristotele, con la sua dottrina del per così dire valore d'uso della ricchezza. Veramente anche il filosofo greco aveva esposto una propria teoria del valore, che distingueva tra uso e scambio dei beni, e che fu poi ripresa dagli economisti classici da Smith a Marx, sebbene con implicazioni diverse. Invece l'Aquinate propone una distinzione diversa, e proprio in risposta alla domanda se la proprietà privata sia naturale per l'uomo. Risposta ovviamente affermativa, che esordisce con la seguente osservazione: «Le cose esterne si possono considerare sotto due aspetti. Primo, nella loro natura (…). Secondo, nell'uso che di esse si può fare» (Somma teologica, II-II, Quest. 66, Artic. 1). E cosa vuol dire con ciò, che la "natura" delle cose è pertinente esclusivamente a Dio, per cui l'uomo non se ne può appropriare. Mentre attraverso l'uso che ne fa egli può legittimamente entrarne in possesso. Insomma, Dio ha il dominio assoluto su tutte le cose, e però grazie a lui anche gli uomini, nella misura in cui se ne servono.
Ma il contorsionismo logico non finisce qui, perché l'Articolo successivo della stessa Questione aggiunge la ciliegina sulla torta. Infatti, sempre per legittimare la proprietà privata, il teologo aggiunge un'altra distinzione: «Due sono le facoltà dell'uomo rispetto ai beni esterni. La prima è quella di procurarli e di amministrarli. (…) L'altra facoltà che ha l'uomo sulle cose esterne è l'uso di esse». Dove l'appropriazione e amministrazione privata dei beni è considerata una cosa non solo lecita, ma necessaria alla vita degli individui. Tuttavia la sua legittimità, almeno per quelli che una proprietà la detengono, è condizionata all'uso che se ne fa.
E con ciò arriviamo alle parole citate dallo stesso Leone XIII circa l'insegnamento del «santo Dottore», secondo cui «l'uomo non deve possedere i beni esterni come propri, bensì come comuni». Sarebbe a dire una proprietà privata ad uso comune, la comunione sociale dei beni personali: ecco la clamorosa, compromettente e contraddittoria soluzione che l'«eccellente e importantissima» dottrina tomista è riuscita a sfornare. Una terminologia stravagante che poi alla fine si traduce nel ben più noto e tradizionale dovere che ha il ricco di fare l'«elemosina» del «superfluo» di cui dispone. Con l'ulteriore precisazione che non si tratta di un obbligo giuridico, bensì di un precetto morale, cioè a discrezione personale del possidente, il quale è tenuto a rendere conto del suo operato solo davanti a Dio, quello stesso la cui «munificenza» lo ha reso ricco. Tutta qui dunque «la vera utilità delle ricchezze» di cui parla il nostro Papa, nonché i suoi presupposti ideologici: ai proprietari danno la possibilità di fare la «carità», e ai poveri di riceverla. E questi sarebbero i provvedimenti adeguati a far diventare «amiche» le due classi sociali contrapposte.
Ma ecco che il Pontefice rasenta la sfrontatezza quando a tutto ciò aggiunge una postilla sui «vantaggi della povertà». La Chiesa, egli dice, «insegna che innanzi a Dio non è cosa che rechi vergogna né la povertà né il dover vivere di lavoro». Con il che ammette implicitamente che il lavoratore è povero per definizione, e che se svolge tale attività è perché è costretto a farlo, e non perché con ciò egli realizza la sua essenza di uomo. Non a caso il ricco non lavora, ma anzi si arricchisce proprio facendo lavorare gli altri e approfittando di loro. Invece il Papa, ignorando tutto ciò, esorta il lavoratore a non vergognarsi della sua condizione per un singolare motivo, perché anche Gesù è stato povero e ha nientemeno che lavorato per «la maggior parte della sua vita». E però egli fa questo esempio non per valorizzare il lavoro, bensì perché da esso «si comprende più facilmente che la vera dignità e grandezza dell'uomo è tutta morale, ossia riposta nella virtù; che la virtù è patrimonio comune, conseguibile ugualmente dai grandi e dai piccoli, dai ricchi e dai proletari».
Ancora una volta la disuguaglianza reale tra gli uomini viene nascosta dietro un'uguaglianza puramente formale. La religione predica che siamo tutti uguali, ugualmente «figli» di Dio, e dunque ugualmente «fratelli», e perciò ugualmente «eredi» degli stessi «beni celesti», - il che fa passare in secondo piano le differenze che corrono tra ricchi e poveri nel trascurabile possesso dei trascurabili beni terreni. Così l'immaginazione riesce a superare la realtà, o meglio a scivolarle sopra lasciandola intatta così com'è, e con un simile gioco artificiale di parole il Papa può lasciar credere di avere in mano le condizioni per la «pace» sociale. Peccato che in questo modo ai poveri resta giusto di consolarsi nell'attesa di una presunta «beatitudine eterna». Uno stato di "grazia" riservato particolarmente a loro, secondo la scellerata espressione dello stesso Gesù, che ha definito appunto «beati» i poveri. E benché questa condizione felice sia coniugata soltanto al futuro, - chissà come, dove e quando - il nostro Leone la spaccia per talmente vera da avere un'efficacia risolutiva: «Così le distanze, tanto care all'orgoglio, si accorciano; né riesce difficile ottenere che le due classi, stringendosi la mano, scendano ad amichevole accordo». Ma poi non solo, perché il Papa azzarda ancora che, se fedeli seguaci del messaggio evangelico, addirittura le due classi «non saranno paghe di una semplice amicizia, ma vorranno darsi l'amplesso dell'amore fraterno».
Infine, conclusa la parte teorica sulla soluzione dei conflitti di classe, proposta dalla Chiesa in alternativa al «falso rimedio» Socialismo, ecco che si passa ai provvedimenti pratici da adottare allo scopo. Ma prima ancora il nostro Leone ricorda come l'avvento del Cristianesimo abbia segnato una vera e propria rivoluzione di civiltà, per la quale «fu trasformata da capo a fondo la società», e però una volta per tutte. Nel senso che ormai non è più possibile allontanarsi dalla Chiesa, se non al costo di un grave regresso sociale, e poiché «Gesù Cristo è il principio e il termine» di ogni cosa, non si può assolutamente prescindere da esso. È perlomeno curioso il paragone che qui sorge spontaneo tra ciò che rappresenta Gesù per la "economia della salvezza", e ciò che rappresenta l'uso capitale del denaro nell'economia di mercato, appunto anch'esso principio e fine di ogni cosa, e del quale non si può quindi fare a meno. Ma a parte ciò, quello che il Papa intende invece sostenere è una sorta di ritorno alle origini, che solo può consentire la rigenerazione generale di una società corrotta: «se ai mali del mondo v'è un rimedio, questi non può essere altro che il ritorno alla vita e ai costumi cristiani. (…) E questo è vero, come di tutto il consorzio civile, così della classe lavoratrice, che ne è la parte più numerosa».
E proprio a favore dei lavoratori seguono le misure concrete operate dalla Chiesa, la quale, guarda un po', «vuole e procura che soprattutto i proletari emergano dal loro infelice stato, e migliorino la condizione di vita». Così scopriamo che si tratta di un duplice soccorso, «indirettamente» morale e «direttamente» materiale. Nel primo caso la Chiesa si premura di esortare i poveri a compiacersi delle loro condizioni, le quali di per sé «attirano le benedizioni di Dio». Inoltre essi, data la virtuosa «vita frugale» cui sono costretti, sono al riparo dalla vera miseria del mondo, che è «la cupidigia della roba e la sete dei piaceri». Invece sul piano concreto la Chiesa agisce con la «beneficenza», distribuendo ai bisognosi le «elemosine» raccolte dall'offerta spontanea dei più abbienti. Insomma le solite cose già sentite, elogio della povertà e istituti di carità, dovrebbero provvedere a sollevare sufficientemente la condizione dei poveri, tanto da impedire loro di mettersi in testa idee rivoluzionarie.
Come se non bastasse poi, la patente falsità e ipocrisia di questa impostazione è confermata da un'altra osservazione del Pontefice, il quale a proposito della ricchezza della Chiesa dichiara: «poco a poco si formò il patrimonio, che la Chiesa guardò sempre con religiosa cura come patrimonio della povera gente». Ora, questa diceria fa il paio con l'altra, secondo la quale i poveri sono la ricchezza della Chiesa. Ed è vero, dato che infatti la Chiesa è sempre stata ricca e i poveri sempre poveri. Così come è del tutto evidente quanto ogni religione stia con i deboli a parole, mentre di fatto è schierata sempre con i poteri forti. Potentati dei quali il Cattolicesimo in particolare è sempre stato un esponente di spicco, ed è ovvio che al mutare dei tempi ha pensato bene di confermare questa sua consolidata politica adattandosi alle nuove circostanze. Così che, mentre per un secolo la Chiesa aveva messo in guardia i sudditi dai Liberali che li incitavano a ribellarsi ai Sovrani; ora, con l'avvento del Capitalismo, mette in guardia i lavoratori dai Socialisti che li esortano a ribellarsi agli imprenditori. Infine, perfino gli stessi "santi" cristiani hanno contribuito a rafforzare l'equivoca ambiguità della Chiesa su questa materia, perché invece di contrastare i ricchi hanno in genere sempre preferito farsi poveri essi stessi. Il che, nonostante anche la solidarietà autentica e i buoni sentimenti che possono averli mossi, non ha mai spostato di un millimetro il problema della povertà.
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