Questo giustamente celebre documento del 1891 segna per davvero una svolta nella storia della dottrina sociale della Chiesa, e anzi per la maggior parte degli autori ne segna proprio l'origine, sebbene sia lo stesso Leone XIII a ricordare fin dalle prime righe di essersi già occupato dell'argomento, come abbiamo appena mostrato. Sta di fatto che qui ci troviamo in ogni caso di fronte a qualcosa di diverso rispetto a quanto visto finora, per molti aspetti a delle vere e proprie cose nuove. Anche formalmente il testo si presenta molto più lungo del solito, e per la prima volta incontriamo una Lettera enciclica suddivisa in paragrafi numerati e capitoli titolati. Ma è soprattutto nei contenuti che il documento si distingue, per l'uso di un linguaggio per così dire più tecnico, e anche decisamente più pacato nei toni. Finalmente il nostro Pontefice entra nel merito della questione, senza scontrarcisi a testa bassa, e invece di semplicemente denigrare genericamente l'avversario, chiama le cose con il loro nome, mostrando di avere approfondito i problemi e soprattutto dando a tutti gli aspetti e i protagonisti della vicenda sociale lo spazio che meritano. C'è però da aggiungere subito che qui troveremo anche parecchie cose vecchie, e purtroppo proprio quelle fondamentali che abbiamo in parte già incontrato, come l'antisocialismo, l'interpretazione religiosa di ogni cosa, la proposta di una conciliazione tra le parti sociali basata su un puro formalismo ideologico, e soprattutto una concezione assai travisante del lavoro umano.
Già la pagina introduttiva, dedicata alle motivazioni che hanno spinto il Papa a pronunciarsi sulla delicata materia, è densa di novità significative. Per la prima volta egli riconosce che quello sociale dei suoi tempi è un problema economico, prima che politico, e che paradossalmente sono «i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell'industria» ad averlo determinato. Anticipiamo che il nostro Leone non cita mai alcun economista liberale, né tantomeno Marx, visto che le sue uniche fonti sono i testi biblici e Tommaso D'Aquino. E tuttavia già in quella prima citazione egli sembra confermare implicitamente il nucleo della dottrina marxista, secondo cui è appunto l'organizzazione economica del lavoro umano quella che struttura concretamente la società. Poi certo, non avrebbe condiviso i corollari, ossia che la politica, il diritto, la religione, l'arte, la morale, la scienza e tutte le altre creazioni degli uomini, sono sovrastrutture formali e ideali, che da quella base materiale derivano e si innalzano. Sta di fatto che qui per la prima volta incontriamo in un documento ecclesiastico l'esatta definizione degli attori protagonisti che il progresso economico ha portato alla ribalta, quelle due «classi» che si caratterizzano e distinguono più che altro per il «conflitto» che esiste tra di loro; categorie sociali ben distinte, formate da «padroni e operai», «proprietari e proletari», i quali rappresentano rispettivamente «capitale e lavoro». Termini i quali, sebbene solo enunciati, già contengono praticamente per intero tutti gli elementi significativi e costitutivi della questione.
Veramente si capisce subito anche che al Papa come il solito non interessa tanto l'analisi e la comprensione delle cose, ossia trovare e risolvere le cause che generano il conflitto, poiché la sua preoccupazione è principalmente rivolta agli effetti che il conflitto stesso genera, e quindi, piuttosto che a come eliminarlo di per sé, egli si prodiga a trovare il modo di come evitare che degeneri. Proposito che del resto è unanimamente perseguito ancora ai giorni nostri, e non solo da preti, politici, economisti e imprenditori, ma perfino dagli stessi sindacalisti. E comunque il Pontefice riconosce che lo scontro in atto tra le parti sociali «è di tale e tanta gravità che tiene sospesi gli animi in trepida aspettazione (...), tanto che oggi non vi è questione che maggiormente interessi il mondo», per cui è giunto il momento che anche la Chiesa in persona se ne prenda carico, «al fine di mettere in rilievo i principi con cui, secondo giustizia ed equità, si deve risolvere la questione». Un compito decisamente arduo, egli ammette, perché la «questione operaia» è «difficile e pericolosa» da maneggiare. La difficoltà sta nel «segnare i precisi confini» che devono correre tra le parti in causa, il che lascia appunto intendere che non è la divisione sociale in quanto tale, ad essere messa in discussione, ma solo la sua iniquità, e l'auspicio che lo sia magari un po' meno. Il pericolo viene invece dai Socialisti e Comunisti, coloro che mirano invece a sovvertire di sana pianta quel sistema economico basato sulla divisione degli uomini in classi e ruoli separati, quei rivoluzionari tacciati perciò di essere «uomini turbolenti ed astuti [che] si sforzano ovunque di falsare i giudizi e volgere la questione stessa a perturbamento dei popoli».
Ma qui Leone non se la prende solo con i rivoluzionari, e anzi, dando per così dire un colpo alla botte e uno al cerchio, denuncia a chiare note anche «l'essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà», cui conseguono le «assai misere condizioni, indegne dell'uomo» in cui versano i lavoratori, lasciati «soli e indifesi in balìa della cupidigia dei padroni»; nonché quell'«usura divoratrice (...) di ingordi speculatori», tale da aver finito per far sì che «un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all'infinita moltitudine dei proletari un giogo poco meno che servile». Parole indubbiamente assai efficaci, delle quali anche il lettore odierno non può fare a meno di compiacersi, sebbene la cui portata venga presto ridimensionata dal Pontefice.
La prima parte del suo documento ha infatti un titolo inequivocabile: «Il Socialismo, falso rimedio», ed è infatti tutta dedicata a dimostrare come esso debba essere una soluzione «inaccettabile» perché estremamente dannosa, e, guarda un po', prima di tutto agli stessi operai. Solo che poi tutta questa parte è dedicata a difendere la proprietà, stranamente proprio ciò di cui gli operai sono privi per definizione, essendo essi appunto "proletari", cioè coloro che non possiedono altro che se stessi e la loro prole. Inutile ripetere come su questo argomento il nostro Leone sostenga pari passo le classiche dottrine liberali, e come sia singolare che il vecchio nemico della Chiesa abbia finito per rivelarsi un prezioso alleato contro il nuovo nemico. Così come è curioso il fatto che, delle tante libertà liberali così aspramente combattute, fosse proprio quella economica che calzasse invece perfettamente alla dottrina ecclesiastica. C'è però anche un altro dato da tenere presente, e cioè che il concetto di proprietà privata il Papa non lo attinge dai Liberali, bensì da Tommaso d'Aquino, come vedremo tornando sull'argomento nel terzo paragrafo di questo capitolo.
Ma veniamo al sodo, e cerchiamo di seguire i ragionamenti del nostro Autore su questa nozione, anche se nella sostanza li conosciamo già dai documenti esaminati in precedenza. Allora, di fronte all'oggettiva gravità della situazione sociale che si è venuta a creare, i Socialisti pretendono di rimediare con l'abolizione della proprietà privata. E in che modo costoro perseguirebbero tale scopo? Ecco, «attizzando nei poveri l'odio ai ricchi». Ma questa è una diffamazione bella e buona, che si aggiunge a quella già vista per cui la sollevazione dei poveri sarebbe mossa dalla loro brama di ricchezza e dalla poca voglia di lavorare; proprio quella stessa denigrazione che sentiamo dire oggigiorno dai Berlusconiani che accusano di "invidia" la Sinistra. Come se i lavoratori poveri volessero abbattere i ricchi borghesi per prendere il loro posto e comportarsi a loro volta allo stesso modo, il che è un'insinuazione talmente assurda che nemmeno meriterebbe di essere considerata. Infatti sono ben altre le precisazioni che occorre fare. Il Pontefice per esempio parla della proprietà in generale, senza ulteriore specificazione, la cui abolizione consisterebbe nel «far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune», o anche nella «trasformazione della proprietà da personale in collettiva». Laddove, come abbiamo già detto, quella contro cui i Socialisti si scagliano è prima e sopra di tutto la proprietà privata dei mezzi di produzione detenuta dagli imprenditori, non foss'altro che per il fatto che da essa consegue l'appropriazione personale dei prodotti del lavoro sociale.
Solo che per capire questo dettaglio essenziale ci vorrebbe una trattazione a parte per spiegare cosa sia il lavoro. Proviamo a dire in sintesi che esso è l'attività essenziale dell'uomo proprio come specie, quella cioè che lo distingue realmente dagli altri animali, attraverso la quale egli produce ciò di cui ha bisogno per vivere. Vale a dire che, mentre gli altri animali si sostengono direttamente e in modo immediato, di ciò che la Natura offre loro spontaneamente; gli uomini con il lavoro instaurano invece con essa un rapporto mediato, tale per cui, attraverso l'attività conoscitiva e produttiva, sono loro a decidere come e cosa la Natura deve dare. Si tratta di una differenza fondamentale, come quella che ad esempio esiste tra un erbivoro selvatico che pascola nella savana e un contadino che mangia invece l'insalata da lui stesso coltivata. Il lavoro è dunque letteralmente una creazione dell'uomo, ma non una creazione dal nulla. Il contadino per ottenere la sua insalata ha bisogno prima di sapere come fare, poi dei semi, dell'aratro, del bue, e di un pezzo di terra, ossia dei mezzi e degli strumenti necessari alla produzione dell'ortaggio, nonché ovviamente anche della fatica delle sue braccia. È solo con tutti questi ingredienti messi insieme che l'attività lavorativa può esercitarsi e quindi produrre i beni necessari alla vita.
Si capisce quindi come sia il lavoro, cioè l'insieme di tutti i suoi fattori, ciò che crea ricchezza, tale per cui il valore del suo prodotto è assai superiore a quello che è stato necessario impiegare nella produzione. Genericamente si può dire che il valore del prodotto finale del ciclo produttivo basta per assolvere a tre funzioni specifiche: una parte di esso copre i costi di produzione, quelli cioè sostenuti per le materie prime, l'usura degli strumenti e il sostentamento dei lavoratori; una seconda parte va a coprire le spese per iniziare il nuovo ciclo successivo, e una terza parte ancora che può essere accantonata, accumulata o scambiata con altri prodotti. E si badi che ancora non abbiamo parlato di denaro, quei pezzi di carta che i liberali considerano invece la "risorsa" principale dell'economia.
Dunque, per restare al nostro esempio, immaginiamo la differenza che si pone, a seconda che i mezzi di produzione appartengano al contadino lavoratore, oppure ad un altro uomo imprenditore. Ebbene nel primo caso il contadino dispone di tutto il prodotto del suo lavoro, mentre nel secondo quel prodotto gli è estraneo; in quest'ultimo caso infatti, pur avendo egli lavorato allo stesso modo, ora a parte quella minima quota necessaria al suo sostentamento, tutto il resto della produzione appartiene all'imprenditore, il quale peraltro nemmeno ha mosso un dito, se non per maneggiare denaro e comprare ogni cosa. Ecco nella sintesi più breve possibile qual è la proprietà privata che di principio il Socialismo contesta, e che dalla produzione dell'insalata può estendersi a quella di ogni altra cosa; la quale si capisce anche senza aver detto ancora nemmeno una parola sui dettagli del modo in cui si realizza l'appropriazione dell'imprenditore, sulla natura del denaro e sull'uso capitale che egli ne fa. Una proprietà la sua, che, sia chiaro, è del tutto legittima dal punto di vista giuridico, ma non meno di quanto lo siano sempre stati lungo tutta la Storia i soprusi che alcuni pochi uomini hanno perpetrato nei confronti della maggioranza di tutti gli altri. Perché in verità il cosiddetto Diritto, a partire dai Romani e almeno finora, è sempre stato quello del più forte. Così, come nell'Antichità era legalizzato il rapporto tra schiavo e padrone, o come nel Medioevo lo era quello tra servo e signore, allo stesso modo nell'Età moderna lo è diventato quello tra lavoratore e imprenditore. Ed è la stessa cosa benché in quest'ultimo caso si parli generalmente di un rapporto tra uomini "liberi", perché la sostanza non cambia un granché tra antico mercato degli schiavi e moderno mercato del lavoro, trattandosi sempre di una compravendita di esseri umani.
Chiusa la parentesi, torniamo al nostro Leone, il quale trascura ovviamente certi dettagli, e però ne aggiunge un altro. Che l'abolizione della proprietà privata perseguita dai Socialisti vorrebbe dire in generale che ogni cosa finirebbe per passare in mano allo Stato. E qui occorre riconoscere al Pontefice perlomeno una certa lungimiranza, poiché anticipa un'obiezione che verrà in parte dimostrata dai fatti solo in seguito, e che inoltre è sostenuta con vigore ancora oggi. Ma anche questo punto ha bisogno di essere chiarito, perché lo Stato, proprio come il denaro e anche lo stesso Dio, è uno di quegli "oggetti" che appaiono a prima vista scontati e anzi indispensabili, ma che in realtà sono un mezzo di cui alcuni uomini, - politici, imprenditori e preti - dispongono per approfittare degli altri. Non a caso abbiamo visto tutti i Papi passati in rassegna essere cultori non solo di Dio, ma anche degli Stati, o meglio dei loro Sovrani. Laddove il nostro Leone paventa ora lo spettro dello statalismo comunista, senz'altro profeticamente, visti gli esiti dell'esperienza sovietica e di tutte le altre forme di sedicente "socialismo reale", non ultima quella dell'attuale "capitalismo-comunismo" cinese . Solo che è fin troppo facile sostenere, come oggi si fa, che con la caduta del Muro e la fine delle atroci nefandezze di quel regime, l'idea di un mondo umano alternativo a questo nel quale stiamo, sia sepolta una volta per sempre. Come se lo Stalinismo, una delle forme più efferate e deprecabili di Stato totalitario, fosse il solo modo possibile di realizzare il Socialismo.
Chiarito ciò, c'è poi da aggiungere che il più autorevole autore che si è preso a cuore la causa dei lavoratori, Karl Marx, non ha intitolato la sua opera principale Il Comunismo, bensì Il Capitale; appunto perché è stato quest'ultimo l'oggetto dei suoi studi, cioè il mondo reale così com'era ai suoi tempi, e non uno ideale quale avrebbe dovuto essere. Evidentemente egli ha anche parlato di Comunismo, certo, ma tutto sommato in misura assai ridotta, e in ogni caso nessuno può essere in grado di prevedere il futuro, né quindi poteva esserlo il pensatore tedesco. Inoltre, se è per questo, sebbene sia vero che egli abbia prefigurato l'esito immediato della "Rivoluzione" con la conquista del potere statale e la "dittatura del proletariato", è vero altresì che il passo immediatamente successivo da lui indicato sarebbe stato l'abolizione delle classi e dello Stato stesso. Il quale ultimo egli ha chiaramente dichiarato essere sempre stato lo strumento di dominio principale esercitato sopra gli uomini attraverso l'esercizio del potere politico.
La verità è che ancora oggi, di cosa dovrebbe essere il "Comunismo" non lo sa nessuno, né lo si può pianificare a tavolino. Ciò che sappiamo piuttosto, e grazie soprattutto proprio alla lezione di Marx, è che cosa sia il Capitalismo, come funziona, quali sono i suoi meccanismi, i suoi "valori", la sua concezione del lavoro e dell'uomo, il suo culto del denaro e così via. La quale conoscenza soltanto, in tutta la sua complessità e diffusa a livello di massa, potrà essere d'aiuto per capire come possa essere e come non debba essere una nuova società realmente migliore. E di sicuro lo Stato, con i suoi uomini e apparati, non è amico della causa dei lavoratori, nemmeno quello "democratico" che oggi va per la maggiore, strenuo difensore com'è dell'economia liberale di mercato e dei suoi corollari sociali.
Infine, uno Stato che si appropria di ogni bene prodotto, per poi redistribuirlo alla popolazione, è né più né meno di quanto accadeva nelle antiche civiltà egizia e mesopotamica, per cui, nonostante la drammatica esperienza pseudo sovietica, non si può continuare a far credere che l'obiettivo dei Socialisti sia quello di ripristinare un sistema che era in vigore tre o quattromila anni fa. Per tutto ciò è una calunnia bell'e buona accusare i Comunisti di volere un dirigismo statalista, perché costoro sono contro ogni forma di potere, e piuttosto per l'Anarchia, che vuol dire appunto assenza di potere, nonché per un ordinamento autarchico della società, tale per cui nessuno comanda, e però nemmeno ubbidisce, se non a se stesso.
Il guaio vero però è l'ignoranza pressoché totale in cui versa ancora oggi la maggioranza degli uomini, e non solo i lavoratori ma anche i potenti, con la differenza che questi ultimi approfittano di tale situazione, mentre i primi ne pagano le conseguenze sulla loro pelle. Nonostante l'incredibile progresso che pure c'è stato, è facile constatare ancora una volta come i rapporti umani siano fondamentalmente sempre gli stessi che ci portiamo appresso fin dall'Antichità, e così sarà finché le masse popolari non si istruiranno a dovere. Così da capire ad esempio che tra il bene o interesse privato personale, e quello "pubblico" statale, c'è il bene o interesse comune sociale, il quale ultimo, soffocato com'è dai primi due, non è praticamente preso in considerazione, se non appunto dai Socialisti, o Comunisti che dir si voglia. Costoro sono perciò nella stessa misura tanto contro la privatizzazione quanto contro la statalizzazione, bensì appunto per la socializzazione di tutto quanto il lavoro umano è in grado di produrre. Solo in questo modo il denaro e lo Stato, cioè gli imprenditori e i politici, faranno un passo indietro, per finalmente lasciar posto al lavoro e ai suoi uomini, senza più consentire che si approfitti di loro.
Chiusa quest'altra parentesi torniamo sui nostri passi, a seguire il ragionamento del nostro Leone. L'abolizione della proprietà proposta dai Socialisti, egli dice, non è una soluzione adatta a risolvere il conflitto sociale, e anzi «non fa che danneggiare gli stessi operai». Il che, lo ripetiamo, è alquanto strano, visto che gli operai sono per definizione privi di proprietà e non dispongono altro che di se stessi e della propria famiglia. Ma qui il Papa aggiunge un'importante osservazione in più, laddove dice come sia facile capire che «lo scopo del lavoro (...) è la proprietà privata». Espressione che tradisce di nuovo la sua concezione perfettamente liberale del lavoro e dell'uomo, ritenendo che il lavoro, proprio come la proprietà, sia un affare privato di ciascuna singola persona, invece che sociale dell'intera comunità. Solo che in questo caso confonde le carte, poiché non parla dell'operaio che lavora per altri, e nemmeno dell'imprenditore che fa lavorare gli altri per sé, bensì dell'«artigiano» che lavora per sé autonomamente. Il che nel contesto generale è evidentemente un caso anomalo, per cui è fin troppo ovvio asserire che in tali rare circostanze chi lavora possiede legittimamente il prodotto del proprio lavoro, di cui può disporre come vuole.
Ma il guaio è che invece nella stragrande maggioranza dei casi il lavoratore dipendente non possiede alcuna proprietà, ed è costretto a vendere se stesso e la sua opera in cambio del salario che ottiene per poter vivere; laddove l'imprenditore accumula la sua ricchezza privata attraverso il lavoro altrui. E che il nostro Autore, esperto nel confondere le acque, qui dia il meglio di sé, lo dimostra il fatto che, partendo dall'esempio particolare dell'artigiano, conclude con il caso generale dell'operaio, di come egli stesso verrebbe danneggiato dalla politica socialista: «i socialisti, togliendo all'operaio la libertà di investire le proprie mercedi, gli rapiscono il diritto e la speranza di trarre vantaggio dal patrimonio domestico e di migliorare il proprio stato, e ne rendono perciò più infelice la condizione». Capito? Come se l'operaio, il salario di cui dispone, invece che per sopravvivere lo potesse usare per fare "investimenti" profittevoli, opportunità che il Socialismo finirebbe per toglierli. Siamo veramente al colmo della mistificazione, e se vogliamo concedere che si tratti più di ingenuità che di malafede, pure ci vuole davvero una bella dose di sfrontatezza per falsificare in questo modo la realtà. Ad ogni modo, questa trovata dell'operaio-imprenditore che "investe" il proprio salario-"capitale", dimostra chiaramente che il nostro Papa non ha la minima idea di cosa sia il denaro, né tantomeno del doppio uso alternativo che si può fare di esso. Cioè del fatto che come salario da lavoro il denaro è usato dall'operaio come semplice mezzo di scambio: egli vende il suo lavoro per poter comprare ciò che gli serve a vivere. Mentre come profitto da capitale il denaro è usato dall'imprenditore come principio e fine dello scambio: egli compra i lavoratori e tutto il resto necessario, per poi vendere il prodotto del lavoro di cui si appropria. E come si vede i due modi di fare, uso naturale e uso capitale del denaro, sono esattamente opposti e perseguono interessi contrari. Per cui, se non fosse una tragica beffa, è semplicemente ridicolo spacciare l'operaio per un potenziale "investitore" del proprio salario, potenzialità che il Socialismo gli negherebbe. Perché in tal caso, anche ammesso che il lavoratore impiegasse il proprio "capitale" in un affare, nell'attesa del profitto potrebbe tranquillamente morire di fame.
Segue la denuncia dell'inconveniente etico-giuridico che conseguirebbe qualora il malsano proposito dei Socialisti fosse realizzato. La comunione sociale dei beni sarebbe infatti «un'aperta ingiustizia, giacché la proprietà privata è diritto di natura». Ora, la cosa perlomeno singolare è che per dimostrare tale asserto il nostro Autore ricorra qui proprio agli stessi argomenti che già gli abbiamo invece obiettato contro, ossia che quello di proprietà, più che naturale, è un diritto sociale dell'uomo, derivante dalle sue convenzioni civili e culturali, proprio quelle che lo innalzano al di sopra della Natura e degli altri esseri viventi. A questo punto il Papa parla infatti della «gran differenza tra l'uomo e il bruto», per la quale quest'ultimo, non meglio specificato, sarebbe «mosso unicamente dal senso e dal particolare sensibile»; laddove in confronto il «gran privilegio dell'uomo» è quello di possedere in più l'intelligenza e la ragione. Insomma, si tratta della tipica differenza tra l'uomo e gli altri animali di cui abbiamo parlato sopra, o anche, aggiungiamo ora, di quella tra prima e dopo che l'uomo iniziasse a lavorare, a partire da diecimila anni fa. Con il "bruto", cioè il genere umano che prima di allora è evoluto per almeno due-tre milioni di anni, il quale come ogni altro animale è vissuto allo stato di natura semplicemente attraverso «l'uso di quei determinati mezzi che trova intorno a sé», forniti spontaneamente dalla Natura. Perché con la caccia, la pesca e la raccolta dei vegetali selvatici praticata da quegli uomini primitivi, prima che inventassero l'Agricoltura, è proprio di questo che si è trattato.
Per cui se fin qui ci può essere accordo con quanto, pur senza saperlo, anche il Pontefice sostiene in qualche modo, è la conclusione del suo ragionamento che cambia: «appunto perché ragionevole, si deve concedere all'uomo qualche cosa di più che il semplice uso dei beni della terra, comune anche agli altri animali: e questo non può essere altro che il diritto di proprietà stabile». Non il lavoro quindi, che anzi nemmeno è nominato, bensì la proprietà sarebbe ciò che distingue realmente l'uomo dagli altri animali. Il che è palesemente falso sia dal punto di vista antropologico, perché senza lavoro produttivo di beni non ci sarebbe neanche proprietà di alcunché; e sia anche dal lato zoologico, visto che gli animali in realtà il possesso del territorio e delle femmine lo detengono eccome, e combattono continuamente per difenderlo e mantenerlo.
Quindi, stabilito che la proprietà è un diritto «naturale» dell'uomo, sebbene nella misura in cui costui, rispetto agli altri animali, si eleva sopra la Natura, il Papa aggiunge altre prove a sostegno di questa tesi. Così veniamo a sapere che quel diritto è tale anche per un altro motivo, ossia perché, proprio come l'uomo stesso, esso «è anteriore allo Stato», ed esiste quindi da «prima che si formasse il civile consorzio». Ma questo è evidentemente un abbaglio, perché è ovvio che la proprietà, essendo appunto un'istituzione sociale invece che naturale, può esistere solo a condizione che sia garantita dalla legge, e senza un apparato statale che la imponga e che disponga della forza necessaria a farla rispettare, non c'è legge che tenga. Non solo, ma anzi è vero piuttosto il contrario, come dimostrano le ricerche etno-antropologiche realizzate sul campo a partire dai primi del Novecento. E cioè che nelle comunità tribali anteriori all'organizzazione statale, sparse un po' per tutto il Pianeta, non solo non c'è traccia di proprietà privata, ma nemmeno di baratto personale e tantomeno di moneta e commercio. Inoltre i capi detengono solitamente un potere decisionale attribuito per motivi di anzianità e di prestigio, ma senza che ciò li differenzi dagli altri membri del gruppo; mentre gli scambi, che pure si verificano, avvengono però tra tribù piuttosto che tra singoli individui, e senza traccia di logica del profitto.
Quindi qui ancora una volta il Papa, magari senza neanche avvedersene, evoca nient'altro che la nuda e cruda mentalità liberale, dando credito a quella diceria secondo la quale il senso degli affari e l'idea di possesso personale sarebbero caratteri storicamente universali dell'uomo ed esisterebbero fin dall'Età della pietra. Mentre la verità è che la proprietà nasce proprio con lo Stato, o meglio con il suo Capo, perché in effetti uno Stato senza l'uomo che lo rappresenta sarebbe un po' come Dio, cioè non esisterebbe proprio. E sono stati appunto questi uomini di potere che a un certo punto si sono imposti sugli altri, a cominciare dalle più antiche città-Stato egizie e mesopotamiche, coloro che per primi hanno detto: "questo territorio e tutto ciò che contiene è mio"! Solo poi la proprietà si è estesa ai cittadini, per millenni ai soli privilegiati nobiliari e sacerdotali, e solo assai dopo anche agli altri.
Un altro argomento del nostro Pontefice deriva poi dalla sua premura di anticipare una possibile obiezione relativa alla proprietà fondiaria in particolare, obiezione che egli solleva e risolve al tempo stesso. Ebbene, si chiede, il diritto alla proprietà privata della terra non contrasta forse con il fatto che Dio la abbia assegnata «a uso e godimento di tutto il genere umano»? Niente affatto, risponde, «poiché quel dono egli lo fece a tutti non perché ognuno ne avesse un comune e promiscuo dominio», e se non fu Dio stesso ad assegnare la terra già divisa in proprietà a ciascuno, è solo perché avrebbe lasciato agli uomini stessi l'incombenza di appropriarsene. Pazienza se poi alla maggior parte è toccato di rimanere senza, perché anche così tutti gli uomini indistintamente traggono comunque il proprio sostentamento dai suoi prodotti. Ecco come: «Chi non ha beni propri vi supplisce con il lavoro; tanto che si può affermare con verità che il mezzo universale per provvedere alla vita è il lavoro (…). Ed è questa un'altra prova che la proprietà privata è conforme alla natura». Qui veramente il liberalismo leonino raggiunge il culmine della sfrontatezza. Il lavoro è indicato sì come l'aspetto essenziale della vita umana, e dichiarato perfino «universale», ma assai ipocritamente, poiché subito aggiunge che esso spetta solo a chi non detiene alcuna proprietà, e che lo si deve esercitare proprio per conto dei latifondisti. Non a caso il lavoro è definito un «mezzo», piuttosto che il fine della vita, secondo uno stravolgimento della verità che va assai di moda ancora oggi.
Che poi la proprietà privata, per chi la detiene, sia davvero un'istituzione "naturale", il Papa lo deduce dal fatto che essa è sancita sia dalla legge di Dio che da quella degli uomini. Senza però avvedersi della contraddizione in cui incorre, perché se è così allora essa è tutto fuorché naturale. Infatti, ancora una volta, se la proprietà è istituita da Dio allora è divina, se dall'uomo è umana, e se dalla Natura è naturale. Mentre solo confondendo rozzamente le cose il Pontefice può sostenere quello che dice. Tuttavia, quanto alla «legge divina», lo sappiamo, è quella che proibisce non solo di rubare, ma perfino di desiderare la roba d'altri. Sulle «leggi civili» il discorso è invece più controverso, e anzi diciamo pure un'ennesima mistificazione vera e propria. Leone si mostra sorpreso, è convinto che i discorsi che ha portato avanti finora non facciano una piega, per cui non riesce a capire come mai i Socialisti possano avere un seguito, costoro che «vengono a defraudare l'uomo degli effetti del suo lavoro». Così, mentre ha appena sostenuto che il lavoro spetta a chi non ha alcuna proprietà, come un "mezzo" per sostenersi nella vita, ora dice che la proprietà è una conseguenza, ossia il fine del lavoro.
Poi di nuovo egli fa un esempio del tutto travisante, non parlando del latifondista o dell'imprenditore come figure tipiche di proprietari, bensì del contadino che lavora il suo campo, il quale si vedrebbe poi ingiustamente espropriato qualora i socialisti avessero libertà d'agire. Infatti dice: «che giustizia sarebbe questa, che un altro il quale non ha lavorato subentrasse a goderne i frutti?». Il che certamente non sarebbe giusto. Ma che dire allora dei proprietari terrieri e degli imprenditori industriali, i quali quelli sì che in effetti non lavorano affatto, ma fanno lavorare per sé contadini e operai, appropriandosi poi dei frutti del loro lavoro, in cambio di un misero salario per potersi sostentare? E che tutto ciò accade proprio perché quei personaggi sono proprietari, chissà come e perché, delle terre e delle fabbriche, mentre gli altri non dispongono di altro che di sé stessi? E che perciò quelli si arricchiscono e questi conducono una vita miserabile? Ecco, queste sono le tutto sommato semplici obiezioni cui dovrebbero rispondere i numerosi esponenti religiosi, economici e politici che ancora oggi si proclamano strenui difensori della dottrina "sociale" della Chiesa.
Che poi essa sia in effetti una dottrina liberale, intrisa della tipica ipocrisia di quest'ideologia, lo dimostra la seguente affermazione di principio pronunciata dal Papa: «Come l'effetto appartiene alla sua causa, così il frutto del lavoro deve appartenere a chi lavora». Il che, di nuovo, è vero per il suo traballante esempio del contadino che coltiva il suo fazzoletto di terra, ma è clamorosamente contraddetto dalla maggioranza dei casi in cui i lavoratori lavorano invece non per sé, ma per qualcun altro che, senza lavorare, si appropria dei prodotti del loro lavoro. E il fatto che costui in cambio paga un salario, non cambia di una virgola la sostanza della cosa, perché se lo fa è sempre e solo per il profitto che comunque ne ricava. Né è un caso che quel principio sia stato espresso, prima che dal nostro Papa, dal più insigne esponente del Liberalismo, il filosofo J. Locke, il quale si è così espresso: «Poiché il lavoro è proprietà indiscussa del lavoratore, nessuno se non lui stesso può avere diritto su ciò a cui si è unito il suo lavoro» (J. Locke, II Trattato sul Governo, 1690, § 27). Principio poi ripreso pari passo anche dall'economista A. Smith nella sua celebre opera del 1776. Solo che costoro, almeno, lo ritenevano valido solo per le epoche remote dell'umanità, prima dell'introduzione della moneta e dell'accumulazione della proprietà, laddove Leone XIII pretendeva di spacciarlo per buono ancora ai suoi tempi, quando era ormai già da un pezzo palesemente contraddetto dall'esperienza. Egli insomma, con il suo esempio di circostanza del tutto fuorviante, si rivela addirittura più ambiguo degli stessi Liberali, poiché lascia intendere le efferatezze di un Socialismo che esproprierebbe i poveri lavoratori, invece dei ricchi proprietari che li sfruttano. Così ha gioco fin troppo facile nel concludere che l'umanità, «riconoscendo che la proprietà privata è sommamente consona alla natura dell'uomo e alla pacifica convivenza sociale, l'ha solennemente sancita mediante la pratica di tutti i secoli». Con un tale tono ottimistico, anche questo tipicamente liberale, che alla fine sembra confortare e far quasi venir meno la portata della minaccia socialista, minimizzata dal fatto che il diritto di proprietà contro cui vorrebbe scagliarsi è in effetti un osso duro, ben piantato e tenuto fermo da una tradizione millenaria.
Tuttavia c'è un ultimo argomento ancora che il nostro Papa tira fuori in sostegno alla "sacralità" inviolabile della proprietà, e sarebbe a dire la famiglia, che come si sa è un rilevante cavallo di battaglia della Chiesa. Ebbene qui tale istituzione è definita come «la società domestica, società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società; perciò con diritti e obbligazioni indipendenti dallo Stato». Ora, premesso che il nostro Leone ai suoi tempi non poteva conoscere gli studi etno-antropologici sulle strutture arcaiche della parentela, ma visto che la sua dottrina su questa materia è sostenuta tale e quale ancora oggi, occorre precisare che essa contiene perlomeno due vistose falsità. Primo, che la famiglia sarebbe sempre esistita nella forma attuale di un nucleo composto da genitori e figli, il che è a dir poco ridicolo. Infatti, benché ovvia e naturale, questa istituzione è diventata così solo dopo una lunghissima evoluzione, poiché i rapporti di riproduzione tra i sessi non sono evidentemente sempre avvenuti in questa forma che conosciamo oggi.
In origine infatti, prima ancora che si diffondesse il pur atavico e universale tabù dell'incesto, è evidente che gli accoppiamenti tra i sessi avvenissero a caso; e, per quanto scabroso possa essere, sia tra genitori e figli che tra fratelli e sorelle. Poi presero piede i clan familiari, a struttura matrilineare o patrilineare, poliandrica o poligamica, gruppi assai vasti che poi si univano a formare le tribù. Mentre è solo all'alba della civiltà, con la formazione degli antichi Stati, non prima, che nacque il nucleo familiare ristretto, e precisamente con le famiglie reali. Ma non per altro che affinché Re e Faraoni potessero garantirsi per sempre le ricchezze accumulate e i privilegi acquisiti, trasmettendo tutto in eredità ai propri figli, il sangue del loro sangue. Quindi è vero che esiste uno stretto nesso tra famiglia e proprietà, come sottolinea anche il nostro Leone, solo che, invece di un'origine "naturale", questi istituti hanno un'evidente origine statale, e sono viziati fin dall'inizio da una profonda ingiustizia sociale.
L'altra nozione che desta perplessità è invece quella secondo cui la famiglia sarebbe il fondamento della società, pregiudizio che in realtà i teologi cristiani hanno ereditato dagli antichi filosofi greci. Ad ogni modo, la verità è che quella familiare è la sfera privata della vita umana, mentre quella sociale è al contrario la sfera comunitaria. Sicché famiglia e società, pur avendo caratteri esattamente opposti, sono però considerate l'una a fondamento dell'altra. Ma come può un interesse privato come quello familiare, fondare un interesse comune come quello sociale, se non ipocritamente solo a parole? Per chiarire meglio la cosa è utile approfondire la distinzione tra la famiglia come fatto naturale, vale a dire la generazione dei figli; e quella come fatto artificiale, cioè i possedimenti di ciascuna famiglia, figli compresi. Così si capisce il lato in realtà antisociale dell'istituzione familiare. O sia che è già dalla famiglia, e anzi proprio a partire da essa, come abbiamo detto, che sono sempre saltati fuori gli squilibri sociali. Sì perché così, come succede ancora, il destino degli individui è già segnato fin dalla (famiglia di) nascita. È chiaro quindi come la famiglia, oltre alla naturale riproduzione biologica degli uomini, costituisce altresì e prima ancora la riproduzione artificiale delle divisioni sociali tra di essi, o sia il perpetuarsi di privilegi e ingiustizie. Con l'organizzazione statale e religiosa della società che ha sempre avallato giuridicamente questo stato di cose, attraverso le leggi sul matrimonio-patrimonio e sull'eredità, per mezzo delle quali gli uomini trasmettono appunto ai loro discendenti non solo il loro patrimonio genetico, bensì appunto anche quello economico. In questo modo, però, la sfera comune sociale è solo apparentemente tale, ed è piuttosto la sfera pubblica statale, la quale proprio con l'istituto matrimoniale riproduce fedelmente e garantisce le differenze esistenti già tra le private sfere familiari degli uomini. Assicurando altresì quell'ordine sociale per cui ciascuno ricopre il ruolo che gli spetta, con il figlio di re che fa il re e quello del contadino il contadino. Se poi a tali motivazioni economiche e politiche si aggiungono quelle religiose allora il quadro è completo. Con i preti per i quali la famiglia sarebbe oltretutto qualcosa di "sacro", e il matrimonio istituito direttamente da Dio stesso. Ma per costoro, che i vari sacramenti li amministrano, non potrebbe essere diversamente.
Alla luce di questi chiarimenti anche il ragionamento di Leone XIII si presenta di un colore diverso, certamente meno ovvio di quanto vorrebbe apparire. Infatti è lui stesso a confermare che la famiglia è un istituto che garantisce la proprietà, aggiungendo le seguenti parole a quelle appena citate: «quello che dicemmo in ordine al diritto di proprietà inerente all'individuo va applicato all'uomo come capo di famiglia». Come se non fosse la stessa cosa, come se il singolo proprietario non fosse lui e la propria famiglia compresa. Sicché, se è così, a questo punto sarebbe da chiedergli come la mettiamo con il «diritto di proprietà» di quella moltitudine che non possiede altro che moglie e figli. Senza però badare a certi dettagli, il nostro Papa continua piuttosto sottolineando il dovere che ha il padre di mantenere i figli, «cosa impossibile a ottenersi se non mediante l'acquisto dei beni fruttiferi, ch'egli poi trasmette loro in eredità». Come se, ancora una volta, la maggioranza delle persone non vivesse di un povero salario ottenuto in cambio del proprio lavoro, coloro che perciò non hanno modo di acquistare altro che i mezzi necessari alla sussistenza, e tantomeno dispongono di alcunché da lasciare in eredità.
Infine al Pontefice interessa stabilire il primato della famiglia sullo Stato, il quale ultimo non deve interferire negli affari privati della prima, ma non per altro che i figli sono proprietà esclusiva del padre (come si presume debba esserlo anche la moglie, dato che il termine madre non compare neanche una volta). Per questo il «santuario della famiglia» è inviolabile, perché tale è la «patria potestà», una prerogativa che «non può lo Stato né annientarla né assorbirla, poiché nasce dalla sorgente stessa della vita umana». Inutile ricordare come questa stessa identica opinione del Papa sia condivisa anche dai Liberali a proposito dell'ingerenza dello Stato nei loro affari economici, a conferma di quanto le due correnti di pensiero vadano a braccetto, pur dopo un secolo di acerrima inimicizia. E proprio d'intesa contro il comune nemico "comunista" recentemente comparso sulla scena. Né è un caso che l'obiettivo polemico del Pontefice non è lo Stato liberale allora in auge, bensì il fantasma del presunto statalismo socialista. Come egli rivela alla fine: «i socialisti, sostituendo alla provvidenza dei genitori quella dello Stato, vanno contro la giustizia naturale e disciolgono la compagine delle famiglie». Ancora una volta come se tutti i mali sociali non derivassero dall'abuso di proprietà, che solo l'istituzione familiare e statale, proprio così come sono, continuano a legittimare e garantire.
Così si conclude questa prima parte dell'Enciclica, tutta dedicata alla difesa della proprietà, e contro «l'ingiustizia» di chi vorrebbe invece metterla in discussione per mezzo della «comunanza dei beni». Alla fine il Papa prevede lo scenario "apocalittico" che si presenterebbe qualora tale malaugurato proposito si realizzasse: odio e lotta di classe senza tregua, con generalizzati disordini sociali, ma soprattutto "fuga dei capitali" e conseguente impoverimento di tutti: «le fonti stesse della ricchezza inaridirebbero, tolto ogni stimolo all'ingegno e all'industria individuale: e la sognata uguaglianza non sarebbe di fatto che una condizione universale di abiezione e di miseria». Ora, è evidente che per «le fonti stesse della ricchezza» qui il Pontefice intende il denaro, e non il lavoro, da perfetto liberale quale egli è. Così come l'«ingegno» di cui parla è quello dell'imprenditore privato che, maneggiando appunto il denaro, non mira ad altro che al proprio tornaconto personale. Come se non solo il fare, ma anche il sapere necessario al lavoro, non fosse un patrimonio collettivo, di cui il possessore di moneta approfitta per sé. E come se all'epoca quella dei lavoratori non fosse già «una condizione universale di abiezione e di miseria». Il guaio è che tali ipocriti pregiudizi vanno per la maggiore ancora oggi, e purtroppo anche tra i lavoratori stessi, i quali, ignoranti come sono, non saprebbero che fare senza qualcuno che glielo comandi. Il che non significa che gli imprenditori siano più sapienti, solo che costoro, il sapere di cui hanno bisogno lo comprano come ogni altra cosa, per lucrare così anche su di esso. Papa Leone da parte sua, ironizzando sulla «sognata uguaglianza» socialista, e non facendo ancora il minimo cenno alla reale disuguaglianza capitalista, chiude esortando tutti affinché «nell'opera di migliorare le sorti delle classi operaie, deve porsi come fondamento inconcusso il diritto di proprietà privata». Insomma la proprietà privata, detenuta chissà come dagli imprenditori, e che è la causa della deplorevole condizione operaia, dovrebbe rappresentare altresì l'indispensabile presupposto del loro riscatto. Un po' come Dio, essa si rivela un dogma imperscrutabile e indiscutibile, qualcosa che è strumento di condanna e al tempo stesso di salvezza degli uomini. Qualcosa che, se non fosse tragico, sarebbe risibile.
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