L'Ottocento è il secolo che segna il trionfo del nuovo Liberalismo filosofico e politico sul vecchio Assolutismo regio ed ecclesiastico. Ma, come abbiamo già intravisto qua e là, quella liberale era anche, e anzi soprattutto una dottrina economica, che proprio come tale si sarebbe imposta e rivelata sempre più determinante. Questa era infatti l'epoca non solo della Rivoluzione politica francese, ma anche di quella economica inglese. Il lettore noterà che finora in questo saggio non è mai stata citata l'Inghilterra, né lo sarà in seguito, perché la storia economica in senso stretto esula dal nostro argomento presente. Sta di fatto che l’invenzione della macchina a vapore consentì la fabbricazione di beni su vasta scala, e la nascita del sistema industriale scosse profondamente la vecchia Europa, la quale da diecimila anni si sostentava principalmente di produzione agricola. La svolta, e anzi il vero e proprio salto epocale, determinò la crescita di un’enorme ricchezza, ma anche di un’enorme miseria. Dal punto di vista sociale l'avvento del moderno modo di produzione vide infatti la comparsa di due categorie di uomini mai viste prima, due tipi umani strettamente connessi tra di loro, eppure dagli interessi diametralmente contrapposti: i capitalisti imprenditori di denaro e i lavoratori salariati di fabbrica. Una divisione inedita della società, che tuttavia nella sostanza rispecchiava fedelmente quella millenaria che c'era stata fino allora tra nobili e contadini di campagna. E furono appunto i novelli ricchi borghesi di città quelli che segnarono il collegamento e il passaggio tra le due per così dire ere storiche: prima lottando contro i privilegi aristocratici dell'Ancien Régime, e poi contro le rivendicazioni socialiste operaie nel nuovo regime. Per costoro dunque, gli effettivi protagonisti del cambiamento liberale liberista, era cambiato altresì il fronte contro cui combattere, con la differenza che prima il nemico era al di sopra di loro e dopo invece al di sotto. Laddove i politici da parte loro, come abbiamo già visto in personaggi emblematici quali Luigi Filippo o Cavour, si assumeranno la briga di legiferare allo scopo di spianare quanto più possibile la strada allo scalpitante progresso economico. Progresso che a parole doveva essere delle Nazioni, ma che nei fatti riguardava gli interessi degli intraprendenti uomini d'affari, i quali, assetati com'erano di profitti, non guardavano in faccia niente e nessuno, nemmeno se stessi. La causa dei lavoratori sarebbe stata invece l'ultima ad imporsi in ordine di tempo, perché all'inizio ovviamente nessuno si occupava delle loro condizioni miserabili, e benché la crescita economica si realizzasse sulle loro spalle, i politici e gli economisti non avevano occhi che per gli imprenditori e i banchieri. Nel nuovo mondo del denaro contavano solo gli uomini del denaro, e solo loro erano degni di attenzione.
In questo clima di rivolgimenti economici, che ovviamente non avvennero da un giorno all'altro, finì inevitabilmente coinvolta anche la Chiesa, le cui posizioni in merito sono proprio l'oggetto che qui interessa. Fu Pio IX il primo Papa ad esprimersi in merito alla questione sociale, dunque l’ultimo di quelli che abbiamo passato in rassegna finora, il quale tuttavia lo ha fatto in modo piuttosto superficiale, con poco più di qualche battuta qua e là. La parola “Comunismo” compare per la prima volta proprio nella sua prima Enciclica del 1846, Qui pluribus, e naturalmente non certo apostrofata da aggettivi lusinghieri. L’oggetto di questo documento lo abbiamo visto essere l'individuazione di tutte quelle correnti di pensiero che mettevano in pericolo l'integrità della religione cattolica e della sua Chiesa, tra le quali compariva appunto anche la «nefanda dottrina del Comunismo», che il nostro Pio descriveva nei seguenti termini: «massimamente avversa allo stesso diritto naturale; una volta che essa sia ammessa, i diritti di tutti, le cose, le proprietà, anzi la stessa società umana si sconvolgerebbero dal fondo. A questo aspirano le tenebrose insidie di coloro che, in vesti di agnelli, ma con animo di lupi, s’insinuano con mentite apparenze di più pura pietà e di più severa virtù e disciplina: dolcemente sorprendono, mollemente stringono, occultamente uccidono; distolgono gli uomini dalla osservanza di ogni religione, e fanno scempio del gregge del Signore». Ecco, l'intervento sull'argomento è tutto qui, compendiato in un'unica, per quanto sostanziosa frase.
Come si vede il Pontefice sottolineava la portata rivoluzionaria della dottrina comunista, la quale, nel coinvolgere sia la religiosità che la proprietà, puntava effettivamente a sovvertire l'intera civiltà esistente. Non si trattava più di questioni formalmente politiche, riguardanti la natura e l’ordinamento degli Stati, bensì di una questione concretamente sociale, di un nuovo mondo umano che mettesse al centro la vita della gente comune, i cittadini lavoratori che sono la stragrande maggioranza della popolazione. Solo che con quelle parole il Papa partiva dalla fine della questione, ossia dagli effetti che il movimento rivoluzionario avrebbe comportato, senza dire una parola sulle cause che lo stavano determinando. Il che vien da sé, per uno che nel Popolo non vedeva altro che un “gregge” da governare. Inoltre, nel suo definire la proprietà un «diritto naturale», egli ribadiva fedelmente una tipica concezione liberale, anticipando quello che sarà il futuro contegno della Chiesa su questa materia, che per combattere il nuovo avversario comunista verrà a patti con il vecchio nemico liberale, il quale peraltro dichiaratamente ateo non lo è mai stato.
In ogni caso, tanto ai liberali quanto ai clericali occorre far notare che l'istituto della proprietà, cioè l'appropriazione privata di alcunché, non è affatto un diritto "naturale", ma sociale, cioè artificiale. Vale a dire che sostenere il “questo è mio” non è un comportamento imposto dalla Natura, bensì sancito dagli uomini, ed i primi a farlo sono stati proprio gli uomini di Stato, i quali poi per legge hanno esteso tele diritto anche agli altri. Gli uomini infatti, nel loro primitivo e appunto naturale stadio di vita associata, prima che comparisse lo Stato e le sue leggi, non conoscevano altro che la comunione dei beni disponibili al gruppo umano di appartenenza, come le ricerche etnologiche dimostrano a chiare lettere. Inoltre, se è per questo, una nozione di proprietà non meglio specificata è un concetto generico e travisante, perché c'è una bella differenza ad esempio tra quella cui in teoria avrebbe diritto ciascun lavoratore sul prodotto del proprio lavoro, e quella invece dei mezzi di produzione detenuta in pratica dagli imprenditori, con la quale sono invece costoro ad appropriarsi di quel prodotto. Tenendo tuttavia ovviamente presente che a quei tempi non ci si poteva aspettare precisazioni del genere, e tantomeno da un Papa.
Il successivo documento in cui Pio IX torna su questo argomento è l'Enciclica Quibus quantisque del 20 aprile 1849, l'anno caldo della Repubblica romana, quando il Pontefice si stava ormai preparando alla riscossa. Anche qui abbiamo a che fare con un'unica frase riguardante il nostro tema, peraltro ancora più generica della precedente. Il Papa faceva un lungo resoconto dei concitati avvenimenti, tenendo a precisare che i suoi strali non erano indiscriminati, bensì rivolti ai tutto sommato pochi responsabili: «Noi condanniamo soltanto gli scaltrissimi artefici di così grandi mali, senza volere attribuire alcuna colpa alla massima parte dei popoli». Egli ricordava come, benché avesse concesso la Costituzione, pure quei facinorosi non si contentarono, ed ebbero a un certo punto la sfrontatezza di chiedere nientemeno che la proclamazione di una Repubblica, minacciandolo in caso contrario, tanto che alla fine lo costrinsero alla fuga. Ebbene quegli eventi agli occhi del Pontefice dimostravano una cosa sola, che «le domande di nuove istituzioni ed il progresso tanto predicato da tali uomini mirano unicamente a (...) propagare ed a far largamente dominare in ogni luogo, con gravissimo danno e rovina di tutta la società umana, l’orribile e fatalissimo sistema del Socialismo, o anche Comunismo, contrario principalmente al diritto ed alla stessa ragione naturale». Insomma il Socialismo, che pure ha di mira gli interessi sociali, sarebbe la rovina della società, e il Comunismo, che pure ha cura del bene comune, sarebbe dannoso per la comunità. E queste “bestemmie” logiche le pronuncia un personaggio che, come abbiamo visto a chiare note, mette al primo posto, o meglio sopra di tutti, la “santa alleanza” tra se stesso e i Re della terra.
Inoltre qui la nuova corrente di pensiero è giudicata, oltre che giuridicamente, anche razionalmente innaturale, ossia tale per cui le pretese socialiste o comuniste sarebbero irrazionali e contro natura. Per questo è il caso di aprire una parentesi per soffermarsi un attimo sulla nozione di "ragione" che il nostro Papa sostiene e porta avanti, giusto per mostrare come essa sia di impostazione né più né meno che medievale. Anche questo argomento lo abbiamo già visto esser stato affrontato nella Qui pluribus, dove senza mezze parole egli denunciava l'empietà di un uso della ragione indipendente dalla fede. Ma ci sono almeno altri tre documenti in cui la questione è trattata più estesamente, il primo dei quali è l'Allocuzione Singulari quadam, vero e proprio attacco frontale al razionalismo di matrice illuminista. La cosa singolare è che questa conferenza fu tenuta il 9 Dicembre del 1854, in un clima di «straordinaria gioia» perché proprio il giorno dopo la solenne proclamazione dogmatica della “Immacolata Concezione”, che non era esattamente un principio di ragione. Già questo dettaglio è sintomatico di come la posizione alquanto retriva della Chiesa impostasse un insanabile contrasto tra fede e sapere, vedendo nella suprema facoltà della conoscenza umana giusto i guasti che essa poteva provocare alla religione. Infatti nella sua Prolusione il Pontefice metteva in guardia sul pericolo che poteva provenire da certi uomini dotti, per fortuna pochi, i quali pur professandosi devoti credenti «tengono la ragione umana in sì gran pregio e tanto la esaltano che giungono con solenne follia a pareggiarla alla religione medesima», quasi che filosofia e teologia fossero sullo stesso piano. Laddove occorreva invece riconoscere la grande distanza e differenza che correva tra i «dogmi della fede, dei quali non v’è cosa più salda e più stabile», ed i «lumi dell’umana ragione, della quale nulla v’è di più incerto». Mentre infatti i dogmi di Dio, rivelati dai Papi, espongono “verità” dalla certezza incrollabile, la ragione umana è al contrario soggetta a cadere in «turpissimi errori», soprattutto quando pretende di fare da sola, quando punta a conoscere le cose senza la Bibbia alla mano, confidando nelle sole sue «deboli forze». Ma la cosa più grave è che tali «adoratori dell’umana ragione» si arrogano il diritto di mettere sotto esame i misteriosi dogmi, scavalcando l'autorità ecclesiastica e osando di «penetrarli e comprenderli con la mente umana così ottusa ed angusta». Laddove quei mistici misteri sono impenetrabili all'intelletto, che di fronte ad essi una sola cosa può fare: «si deve inchinare in fede ossequiosa». Insomma, il Papa non concepiva altri oggetti di conoscenza che non fossero quelli teologici, e però solo per dire che di essi non esiste conoscenza possibile. Mentre degli oggetti reali del sapere scientifico e storico, quali il mondo, la vita e l'uomo, egli non dice nemmeno una parola, se non che si tratta di “creazioni” divine.
Il Pontefice forniva piuttosto una spiegazione per così dire genealogica dell'insuperabile debolezza della facoltà conoscitiva, affinché i seguaci del razionalismo si convincessero che i loro impertinenti propositi erano destinati fatalmente al fallimento. Ricordava così «la colpa del primo padre», dalla quale conseguirono tutti i mali dell'umanità, compreso quello della debolezza mentale. Al quale ragionamento seguiva una sorta di sillogismo: «Se dunque è certo che per la macchia d’origine tramandata in tutti i figli d’Adamo venne affievolito il lume della ragione (...), chi mai crederà che la ragione basti a conseguire la verità?». Di qui l'indispensabile corredo della religione, ma si badi, non per sapere come stanno le cose, bensì «per non cadere in rovina e per salvarsi». Infatti il Papa demonizzava la ragione solo in quanto insidiava la fede nei suoi vani tentativi di darne una spiegazione logica; però trascurando così il fatto principale, cioè che essa fosse, pur con tutti i suoi limiti, l’essenziale strumento di conoscenza degli uomini, il cui esercizio soltanto poteva aprire loro gli occhi sulla realtà. Al Papa insomma non interessava affatto che l'uomo avesse cognizione di se stesso e di ciò che realmente lo circonda, conoscenza che solo l'uso della ragione può fornire, ed è del tutto ovvio che egli qui, pur di salvaguardare la fede, sostiene un aperto elogio dell’ignoranza. Però così egli si dà per così dire la zappa sui piedi, perché dimostra quanto il credere e il sapere siano in realtà inversamente proporzionali, nel senso che l’uno cresce al diminuire dell’altro e viceversa. Del resto è del tutto evidente che la conoscenza sia un pericolo per la fede, visto che ne dimostra la palese falsità, per cui l’unico rimedio possibile per tenere in piedi la credenza è predicare la “virtù” dell’ignoranza. Il Papa ovviamente non parla delle conoscenze storiche e scientifiche, ma solo dei «sublimissimi arcani di verità» procurati dalla religione, che la ragione non potrebbe mai penetrare, e che anzi non v'è «più stolto ardimento, né più assurdo» il tentare di farlo. Egli insomma salta a pie’ pari il sapere reale, denigrando la ragione nella misura in cui essa vorrebbe indagare i misteri della fede, come se non fosse invece l’indagine della Natura a farli cadere miseramente. Ribadito quindi che «la provvidenza divina non ha concesso agli uomini dono più eccellente che l’autorità della fede divina», invece della ragione umana, insieme alla solita minaccia che «nessuno può salvarsi fuori della Chiesa Apostolica Romana», la conclusione è che «esiste un solo Dio, una sola fede, un solo battesimo. L’andar più oltre investigando è empio». Infine l'appello alla «Vergine Beatissima», affinché facesse in modo che «si svella dalle radici e si distrugga anche codesto perniciosissimo errore del razionalismo, il quale in questi tempi infelicissimi tanto affligge e tormenta non solo la società civile, ma anche la Chiesa». Ecco dunque che l’uso della ragione non è proprio contrario al Socialismo o il Comunismo, come detto poco prima dal Papa, poiché in realtà le due cose vanno a braccetto e costituiscono la stessa minaccia contro l'ordine sociale costituito e contro la religione.
Questo tema veniva poi ripreso nella Singulari quidem del 1856, dove la «malattia» del razionalismo veniva diagnosticata come orgogliosa «tracotanza» della ragione. Qui il Papa concedeva che la facoltà di conoscere fosse uno dei «doni celesti» concessi da Dio agli uomini, attraverso cui innalzarsi oltre il semplice dominio dei sensi, e anzi adombrava addirittura la legittima possibilità di investigare la Natura allo scopo di conseguirne la verità. Ma subito dopo puntualizzava altresì che la ricerca poteva estendersi solo fino a un certo punto, e cioè non oltre le solite verità di fede cui credere, al di là delle quali non era consentito avventurarsi: «non vi è nulla in cui credere, nulla da ricercare, una volta che tu abbia trovato e creduto in ciò che Cristo ha istituito, poiché Cristo ti ordina di cercare soltanto ciò che ha stabilito». Ancora una volta il sapere doveva essere al servizio della fede, invece che opporsi e anteporsi ad essa come pretendevano di fare i razionalisti. Al tempo stesso però in cui ancora una volta oggetto della ragione non erano i segreti della Natura che si potevano svelare, bensì i misteri di Dio impossibili da sondare, i quali non a caso sono infatti basati non sulla ragione ma sull'autorità. Ecco come il nostro Papa riassumeva la sua contraddittoria posizione, nonché la sua quantomeno controversa nozione di "ragione naturale": «che cosa vi è di più contrario alla ragione che cercare di elevarsi con la ragione al di sopra della ragione? E che cosa vi è di più contrario alla fede che rifiutare di credere in ciò che la ragione non può disvelare?»; dove ancora una volta emerge evidente la confusione che nasce da una concezione della ragione così unicamente incentrata sulla sua impossibilità di accedere alle verità di fede, senza distinguere e anzi trascurando del tutto le verità storiche e scientifiche che sarebbero invece alla sua portata. Anche perché argomenti del genere la Chiesa, mentre in realtà li ignorava completamente, dall'altra riteneva superfluo indagarli, perché anch'essi ritenuti in fondo materia di fede. Infatti ancora oggi, per “sapere” cosa siano il mondo, la vita e l'uomo, ai credenti è più che sufficiente affidarsi al Genesi biblico e alla "storia della salvezza", che forniscono tutte le informazioni necessarie su quelle cose, comprese tutte le risposte da dare.
Da ultimo, sempre a questo argomento, fu dedicata parte dell'Allocuzione Maxima quidem, pronunciata il 9 giugno 1862, nella quale il Papa questa volta si rivolgeva direttamente ai cultori della ragione, definiti «astutissimi artefici di frodi e fabbricatori di menzogna». Costoro, attraverso la loro «arte funestissima ed assolutamente diabolica» di esercitare la facoltà di conoscere, finivano per mettere sottosopra ogni cosa, rendendosi responsabili di tutta una serie di misfatti: «contaminano, deturpano la scienza di tutte le cose, diffondono un lago di mortifero veleno a perdizione delle anime, fomentano la sfrenata licenza del vivere ed ogni sorta di malvagie cupidità, sconvolgono l’ordine religioso e sociale, e si sforzano di estinguere qualsiasi concetto di giustizia, di verità, di diritto, di onestà e di religione, e scherniscono, sprezzano e combattono la dottrina ed i santissimi dogmi di Cristo». Ancora una volta si vede come l'uso della ragione, più che contrario alle dottrine del Socialismo, come Pio IX sosteneva, vada piuttosto di pari passo con esse, se non altro per gli stessi guasti che i due orientamenti provocano alle fondamenta stesse dell’edificio religioso.
Ma inoltre egli aggiungeva un importante particolare in più, facendo notare come i razionalisti, con la loro "arte" scondiderata, distruggono «quella coerenza che per volontà di Dio ha luogo fra il doppio ordine di natura e di soprannatura», cancellando così il postulato dell'«origine divina» di tutte le cose. E qui il Papa ha proprio ragione di accusare la ragione. Infatti la dottrina cristiana si regge sull’Idealismo filosofico inventato dagli antichi Greci, un’impostazione di pensiero basata sul dualismo, secondo il quale, nella versione di Platone in particolare, si sostiene che i mondi sono appunto due: quello naturale nel quale stiamo, e un altro “mondo ideale” che si troverebbe nell’”iperuranio” (che vuol dire “sopra il cielo”). Di tali due mondi l’Idealismo presuppone insomma l’esistenza separata, nonché i caratteri opposti, e gioca quindi sui loro controversi rapporti. Un vizio di sostanza e di forma che, anche nelle innumerevoli versioni successive, si basa sulla rigida contrapposizione tra questo deprecabile mondo qui e un altro auspicabile mondo chissà dove, che a guardar bene non si trova se non dentro la testa dei filosofi e dei preti. Si capisce infatti come anche il successivo spiritualismo religioso sia una forma di Idealismo filosofico, con la sua distinzione tra “mondo celeste” di Dio e mondo terrestre degli uomini, nonché tra “bontà” e cattiveria, “spirito” e materia, eccetera. Ciò che il nostro Pio definisce appunto «doppio ordine di natura e di soprannatura». Dualismo che è appunto negato dai razionalisti, o meglio dal Materialismo filosofico, il quale professa invece il monismo, ossia l’asserzione che il mondo è uno, cioè Universo, comprendente insieme cielo e Terra. Così che anche il mondo umano si libera dall’influenza religiosa del “Regno dei cieli”, con la scienza, la politica e la morale che si ergono autonome, sottratte alla suprema autorità della Chiesa. Il che spiega l’ansia che procura al Papa il sapere che l’uso della ragione può suscitare, contro cui non può però far altro che lanciare i suoi strali intrisi di odio sincero. Egli chiama i sapienti atei «spacciatori di perverse dottrine», e tuttavia è consapevole della loro portata dirompente, poiché riconosce che con costoro Dio e la sua azione provvidenziale nel mondo diventa del tutto superflua. Si rende conto che con l'ausilio della propria sola ragione l'uomo basta a se stesso, può giudicare, legiferare e organizzare la sua vita «senza nessun riguardo a Dio». Se la conoscenza rivela che la fede rivelata non è altro che una raccolta di «favole da poeti», «speculazioni filosofiche», «invenzioni mitiche», allora il divino, se non proprio tolto di mezzo, può tranquillamente finire per essere identificato con la Natura stessa, e il mondo materiale costituire tutta quanta intera la realtà. Il venir meno della credenza nello “spirito santo” di Dio lascia spazio a ciò che resta, la materia dei corpi minerali, vegetali e animali del mondo, nonché la materia cerebrale dello spirito umano.
Chiusa questa parentesi doverosa, torniamo sui nostri passi, allo specifico della dottrina sociale della Chiesa, ossia alla sua avversione per il Socialismo. Il successivo documento al riguardo è dell'8 Dicembre 1849, e si tratta dell'Enciclica intitolata Noscitis et Nobiscum, pubblicata dall'esilio napoletano mentre il Papa attendeva di fare ritorno a Roma, "liberata" ormai già da cinque mesi. È un testo di cui abbiamo già parlato, ma che è degno di nota anche perché tra l'altro approfondisce per la prima volta la nostra questione, che finora era stata appena sfiorata. Ebbene qui, tra le dottrine da combattere perché responsabili dei perduranti disordini, rientrano appunto quegli «scellerati sistemi del nuovo socialismo e comunismo» che taluni andavano diffondendo in modo sempre più allarmante. Ancora una volta il fatto singolare è che tali divulgatori erano annoverati tra «gli odierni nemici» non solo di Dio, ma anche dell’«umana società», nonostante essi fossero quelli che per la prima volta si occupavano di temi e problemi sociali. Ma il Papa ce l'aveva il motivo per tacciare in questo modo «i maestri del comunismo e del socialismo», peraltro mai espressamente nominati, e non si risparmiava nello smascherare il vero scopo che a suo parere si nascondeva dietro quelle loro «stolte e pericolose invenzioni». Egli denunciava come la malafede di questi personaggi emergeva già dall'abuso sfrontato che essi facevano «dei nomi di libertà e di uguaglianza», solo al fine di raggirare il Popolo ingenuo e inesperto. Più in particolare egli spiegava come i nuovi agitatori attraverso tali concetti, nonché «col mezzo di sofismi e di vane promesse di più felici condizioni», avessero in vista una cosa sola: «ingannare, agitare di continue scosse gli operai e le altre persone di basso stato, e adusarle a poco a poco a più gravi misfatti onde valersi poi dell’opera loro per invadere, manomettere, dilapidare le proprietà, in prima della Chiesa, e poscia di qualsivoglia altro legittimo posseditore: per violare infine tutti i diritti sia umani che divini; e per questa maniera distruggere il divin culto, e annullare ogni ordine della civile società». Niente di meno, e però ancora senza neanche una parola sulle cause effettive che avevano dato origine a quelle idee sovversive, ossia le disumane condizioni in cui versavano i lavoratori operai, la disperata miseria in cui erano stati ridotti a vivere, nonostante i nuovi metodi dell’Industria avessero enormemente accresciuta la produzione di ricchezza disponibile. Inoltre qui il Papa, lamentando la perdita dei suoi possessi, sembrava dimenticare che sono stati i Liberali ad espropriare la Chiesa, e non i Comunisti. Tuttavia anche in questo caso egli, una volta diagnosticata la malattia, proponeva ai Vescovi la cura da somministrare al Popolo, affinché si potesse prevenire la «perversità» di quei «fallaci sistemi», i quali avrebbero portato alla rovina non solo la religione, ma l'intero consorzio umano. E si trattava di una ricetta ormai già nota, consistente nell'ammonire i fedeli ad osservare un comandamento immutabile, certificato dallo stesso Testo sacro nel solito passo paolino, secondo cui «è cosa appartenente alla natura della società umana che tutti debbano prestare obbedienza all’autorità costituita in essa legittimamente». Ora, prima di tutto qui il Papa, usando l'espressione «natura della società», fa quella stessa confusione che abbiamo già sottolineato, come se i due termini indicassero la stessa cosa, mentre un conto è la Natura ambientale delle cose e un altro è la società civile degli uomini. E cosa c'è di più culturale, cioè artificiale e dunque innaturale, dell'autorità costituita? Inoltre l’autorità “legittima” non è forse quella che detta legge, e quindi legittima se stessa? O infine, non sono forse stati sempre i Papi a legittimare e santificare i troni di Re e Imperatori? E poi non solo, perché tale confusione tra Natura e cultura è aggravata ancora di più dal fatto che in realtà al Papa non interessava di sapere né l'una né l'altra cosa, poiché egli mette sempre al principio, in mezzo e alla fine di tutto l'opera di Dio, creatore e legislatore soprannaturale di tutte le cose. Il che, tradotto nella pratica, voleva dire il dovere di seguire pedissequamente le istruzioni riportate su di un vecchio Libro, amministrate e applicate dal Papa sulla Terra. In modo tale che così non rimaneva però più molta scelta: o si obbediva ai comandi-comandamenti religiosi oppure si finiva male, con-"dannati" per sempre.
Il presente documento proseguiva quindi con illuminanti osservazioni sulla proprietà e la povertà, circostanze anch'esse definite "naturali", invece che sociali, che però tradotto nel linguaggio religioso voleva dire "sacre", ossia anche quelle istituite direttamente da Dio stesso. Il Papa a tale proposito parla di una «immutabile condizione delle umane cose», appunto per dire che le differenze sociali dovute al possesso privato delle ricchezze erano tali per natura, ossia, che era lo stesso, per la stessa volontà di Dio, e non degli uomini, qualcosa insomma che come tale non era possibile né lecito cambiare. Su questo punto egli non lascia spazio a dubbi, esortando tutti affinché sapessero che «non può farsi giammai che per qualunque pretesto di libertà e di uguaglianza sia lecito invadere o violare in qualsivoglia maniera gli altrui beni o diritti». Inoltre ricorda che la stessa Bibbia parla chiaro, dove proibisce non solo di rubare, ma perfino di desiderare la roba d'altri. Quindi il Pontefice, rivolgendosi ai poveri, ribadisce in pratica quella parola che già Gesù aveva rivolto loro: “beati”. E spiega anche perché essi dovevano sentirsi così, quasi che dovessero gioire invece che lamentarsi della loro condizione, o peggio ancora ribellarsi: «rammentino i poverelli e i miseri di qualsivoglia fatta, quanto essi debbano esser grati alla Religione Cattolica». Perché Gesù si era identificato con loro, aveva insegnato che il bene fatto a un povero era come se fosse stato fatto a lui stesso, e soprattutto «nel dì del Giudizio» egli avrebbe tenuto conto con occhio di riguardo chi aveva loro fatto o meno della beneficenza. I poveri erano insomma strumenti nelle mani di Dio stesso, che si serviva di loro per giudicare i ricchi. Infatti grazie a Dio anche i Principi erano così avvisati della grave sorte cui sarebbero andati incontro qualora non fossero venuti incontro alle esigenze dei poveri. Tra i quali quelli sudditi del Papa Re in particolare erano i più fortunati di tutti, visto che nelle esemplari istituzioni elargite a favore del loro sostentamento lo Stato della Chiesa era in prima fila; per cui, oltre che esortarli a non recriminare, il Pontefice dava anche dei consigli ai suoi poveri: «non debbono rattristarsi della loro sorte», ma piuttosto in letizia «siano poveri di cose e anco di spirito», beati e beoti com'era giusto che fosse.
Anche perché la differenza nel possesso delle ricchezze non impediva che tutti gli uomini fossero uguali davanti a Dio, proprio come oggi lo sono davanti alla legge. Infatti, «la vera e perfetta uguaglianza degli uomini consiste nell’obbligo che corre ad ogni uomo di osservare la legge di Gesù Cristo». Sebbene in questo caso si trattasse di un'uguaglianza coniugata al futuro, che in pratica sarebbe stata sancita solo alla “fine del mondo”, nel giorno dell’equo giudizio di Dio. Prima di allora era però bene che ognuno se ne stesse al suo posto, occupando la propria "naturale" posizione sociale senza discutere. E che tutti stessero attenti a quello che facevano, perché «se gli stessi fedeli (...) si lasceranno travolgere dai già detti promovitori degli errori moderni, e vorranno cospirare con loro nei perversi sistemi del socialismo e del comunismo, sappiano e considerino attentamente, che si tesoreggeranno appresso il Divin Giudice tesori di vendetta pel giorno estremo; e che da quella cospirazione non è da derivare nel popolo una benché lieve felicità, ma uno spaventoso accrescimento di miserie e di calamità. Conciossiaché non è in potere degli uomini il fondare nuove società e comunanze contrarie alla natural condizione delle cose umane». Come si vede, oltre alle solite minacce per chi vi aderiva, qui si presagivano anche le nefaste conseguenze che una cospirazione socialista avrebbe comportato, già solo per il tratto "contronaturale" di simili iniziative; e si aggiungeva anzi che le violenze rivoluzionarie di questo tipo erano destinate ad un epilogo opposto a quello che si prefiggevano, tale che «alcuni pochi alla fine, arricchitisi delle spoglie di molti, prendano a signoreggiare con la rovina di tutti».
Per finire una nota polemica che richiamasse l'attenzione sulle proprietà eccclesiastiche, in particolare sul cattivo esempio che poteva dare il metterle a rischio da parte dei Governi liberali. Il ragionamento che ormai conosciamo bene consisteva nel solito appello ai Sovrani devoti, sul cui aiuto il Pontefice contava fiducioso, sicuro che essi si sarebbero curati di «prendere la difesa della Chiesa e di tutti gli spirituali e temporali suoi diritti». Anche perché gli conveniva farlo, dal momento che sapevano come il loro potere poggiasse sull'autorità della Santa Sede, per cui al venir meno di questa anch'essi finivano per vacillare, aprendo il varco all'erompere di sommosse e alla diffusione di idee sovversive. «Quei Principi comprendono a maraviglia che dalla usurpazione, dal saccheggio e dalla pubblica vendita dei beni temporali appartenenti per legittimo diritto di proprietà alla Chiesa, ne nacque che illanguidisse nei popoli la riverenza verso le proprietà sacre per religiosa destinazione, e che quindi molti prestassero volentieri l’orecchio agli audacissimi difensori del socialismo e del comunismo, i quali van divisando anch’essi d’impadronirsi, e dividere e convertire in qualsivoglia altro modo ad uso altrui le umane proprietà». L'espropriazione dei beni che a più riprese la Chiesa aveva già dovuto subire negli ultimi tempi, prima in Francia e poi in Italia, erano insomma un'avvisaglia allarmante di ciò che sarebbe potuto accadere con una rivoluzione comunista, la quale avrebbe fatto sì che tutti i proprietari indistintamente vedessero leso il loro sacro diritto al possesso privato.
Per dovere di cronaca ci sono da segnalare altri due passi di questo Pontefice, dove la questione sociale è affrontata da un altro lato, sempre di critica, e però questa volta rivolta agli imprenditori. Il primo è tratto dall'Allocuzione Maxima quidem, pronunciata il 9 Giugno 1862, dove egli denuncia a chiare note coloro i quali «fanno consistere ogni disciplina morale ed ogni onestà nell’accumulare ricchezze e crescerle in qualsivoglia modo, e nel soddisfare a perversi appetiti di ogni sorta ». Solo che questo stile di vita giudicato così severamente, è spacciato dal Papa come un deprecabile comportamento materialista, come se il Materialismo, invece che una dottrina filosofica, fosse uno smodato attaccamento ai beni terreni, nonché l'ossessiva indulgenza ai piaceri carnali, e dunque tutto sommato una forma immorale di pensiero. Una calunnia antica, che il nostro Pio rispolvera adattandola ai nuovi tempi, e che si ascolta ancora spesso sulla bocca dei Papi odierni, che condannano il consumismo sfrenato appunto come una forma di esistenza materialista.
Invece l'altro passo analogo rivolto agli uomini d’affari è contenuto nell'Enciclica Quanto conficiamur del 1863, che merita di essere citato per intero: «Ora, Figli Diletti e Venerabili Fratelli Nostri, non possiamo passare sotto silenzio un altro errore, un altro male dei più funesti che seduce miseramente in questi nostri infelici tempi, che turba le menti e gli animi. Parliamo di questo amor proprio, di questo ardore sfrenato e nocivo che porta molti uomini a curare e a ricercare esclusivamente i loro interessi e i loro vantaggi, senza degnare di alcuna attenzione il loro prossimo; parliamo di questo insaziabile desiderio di dominare e di possedere che li spinge ad ammassare ricchezze avidamente e con ogni mezzo, disprezzando ogni regola di onestà e di giustizia. Unicamente preoccupati soltanto dei beni terreni, dimentichi di Dio, della religione e della loro anima, miserabilmente pongono tutta la loro felicità nell’accumulare ricchezze e somme di danaro». Indubbiamente qui, seppure di sfuggita, il Pontefice era sceso con i piedi per terra. Certo, non è che con ciò egli si schierasse dalla parte dei lavoratori, traendo le conseguenze che tali sue osservazioni potevano avere. Al contrario egli la buttava sul moralismo, cercando conferma alle sue dure parole negli antichi brani evangelici, dove si condanna la brama di guadagno e la cupidigia degli uomini come una forma di peccato di cui rendere conto a Dio, piuttosto che come una prassi corrente e pianificata che andava permeando di sé la società intera, di cui rendere conto agli uomini. Ciò nonostante le sue erano parole inequivocabili, sicuramente apprezzabili per il loro mettere il dito sulla piaga della faccenda economica, e di cui occorre per forza accontentarsi, ben sapendo che da uno come Pio IX più di tanto non ci saremmo potuti aspettare.
Da ultimo per il nostro argomento presente resta da segnalare il Sillabo, di cui abbiamo già parlato, però solo per far notare che in questo documento la questione sociale si presenta più come un'anomalia che altro. Come detto, quel testo del 1864 consta di ottanta proposizioni sostenute dai vari avversari della Chiesa, presentate senza commento e corredate dall'indicazione dei documenti pontifici dove erano già state condannate. Tali proposizioni erano divise per argomenti in dieci sezioni o capitoli, ciascuno con il proprio titolo, dei quali il quarto era appunto dedicato al Socialismo e Comunismo. Ebbene la prima circostanza singolare è che insieme a questa voce il capitolo ne conteneva altre tre, accomunate sebbene non fossero proprio la stessa cosa, e cioè le società segrete patriottiche, le società bibliche protestanti e le associazioni liberali cattoliche. Ma il dato più anomalo è che questa quarta sezione, a differenza di tutte le altre, consta del solo titolo, non contenendo alcuna proposizione da condannare; al tempo stesso in cui è l'unica volta in cui presenta una parola di commento, una sola: «pestilenze», seguita dall'elenco dei documenti ecclesiastici dove quelle citate organizzazioni così lapidariamente definite si trovavano criticate. Trattasi insomma di poco più che una curiosità, da segnalare giusto per fornire un quadro completo del contesto nel quale affondano le prime tenere radici di quella dottrina sociale della Chiesa che in realtà ha ancora da essere espressa, cosa che toccherà fare al successore di Pio IX.
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