mercoledì 16 maggio 2012

5.2 Lavoro e denaro


Stabilito che la «soluzione socialista», con il suo attacco alla proprietà, sarebbe dannosa agli stessi lavoratori, ecco che con la seconda parte del suo documento Leone XIII propone la propria ricetta per risolvere la questione sociale e trovare la cura ai mali della classe operaia. Non senza un certo ottimismo egli assicura che senza il contributo della religione non c'è soluzione che tenga, per cui richiama tutte le "parti sociali", - politici, imprenditori e lavoratori - ad affidarsi all'indispensabile opera di mediazione della Chiesa. La quale, Vangelo alla mano, dispone con ciò di tutto quanto occorre alla pacificazione del conflitto sociale, definito senza mezzi termini di per sé contrario alla ragione e alla verità. Peccato però che il Papa, più che contrapporsi a una società divisa in classi separate, tra dirigenti che comandano e subalterni che obbediscono, «vuole e brama che i consigli e le forze di tutte le classi sociali si colleghino e vengano convogliate insieme al fine di provvedere meglio che sia possibile agli interessi degli operai». Sarebbe a dire che i lavoratori, proprio come già alla proprietà altrui, così dovrebbero affidarsi altresì ai «consigli» dei loro avversari di classe, affinché i loro interessi siano tutelati dal "soccorso" combinato «dei governanti, dei padroni e dei ricchi», il tutto sotto la supervisione del Clero. Proposta quantomeno anche solo logicamente controversa, come se il condannato a morte dovesse contare sul boia per la salvezza della propria vita.
Del resto, già a scorrere soltanto i titoli di questa parte dell'Enciclica, si capisce quanto poco di buono ci sia per i lavoratori con il «vero rimedio» proposto dal Papa. Il primo principio che egli enuncia recita infatti che «togliere dal mondo le disparità sociali è cosa impossibile», e dunque che il perseguimento di un tale obiettivo è destinato a fallire, semplicemente perché «contro la natura delle cose». Occorre dire che qui il ragionamento è assai rozzo, poiché il Pontefice deduce la «necessità» delle disuguaglianze sociali dal fatto che gli uomini sono naturalmente diversi tra loro: «Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini (…), da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali». Ora, è vero che ciascun individuo si distingue dagli altri, per aspetto, capacità, sesso; tutte differenze che non si possono ovviamente eguagliare. Ma questo non impedisce affatto che vi possa, e anzi vi debba essere un'uguaglianza sociale a fronte delle oggettive disuguaglianze naturali. Perché non è scritto da nessuna parte che a queste ultime, imposte dalla Natura, debbano seguire per forza le famigerate disuguaglianze  imposte dagli uomini. Così è fin troppo facile tacciare di provvedimenti "naturali" la gerarchizzazione della società in classi divise di uomini con ruoli separati, nonché l'approfittare a man bassa gli uni degli altri. Dettagli da cui il nostro Leone non sembra però minimamente sfiorato, e sì che già un secolo prima di lui perfino il campione del Liberalismo, A. Smith, aveva riconosciuto che in effetti la differenza tra un facchino e un filosofo non deriva tanto da una disposizione naturale innata, quanto appunto da una circostanza sociale, dovuta alla diversa educazione di cui i due hanno potuto usufruire in gioventù. Invece il Papa lascia intendere senza mezzi termini che gli operai sarebbero tali "per natura", e così gli imprenditori o i politici, per cui sarebbe "contro natura", nonché «inutile», tentare di rovesciare i rapporti di dominio e sfruttamento esistenti tra le diverse categorie di uomini.
Stando così le cose, ai lavoratori tocca giusto di «sopportare» la loro condizione, anche perché ciò comporterebbe un «vantaggio» per la società intera. Infatti, per poter funzionare, «la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi». Qui il Papa espone implicitamente il controverso principio della divisione del lavoro, un caposaldo della dottrina liberale. Veramente già Platone lo aveva formulato per primo e a più riprese, ad esempio con le seguenti parole: «ciascuno di noi non nasce identico agli altri, ma con una precisa disposizione per una particolare attività. (…) Ne segue che ogni cosa riesce meglio e più facilmente quando si pratica una sola attività, secondo le proprie inclinazioni e liberi da altre occupazioni» (Platone, Repubblica, II, 370b-c). Premesso che anche l'antico pensatore greco aveva una concezione gerarchica e classista della società, occorre però riconoscere che le sue parole, estrapolate dal contesto politico di cui fanno parte, non sono di per sé prive di una certa logica. Esse chiamano ancora in causa le differenze naturali oggettivamente esistenti tra gli uomini, sulla base delle quali dovrebbero stabilirsi per ciascuno le diverse e preferibilmente immutabili mansioni professionali. Concezione che come vedremo subito si presta ad ogni sorta di ingiustizia possibile. Il filosofo però lascia anche implicitamente intendere come il lavoro sia un fatto sociale, piuttosto che privato, e dunque richiederebbe la cooperazione degli uomini, più della competizione, dato che ciascuno ha bisogno degli altri, e al tempo stesso è ad essi che la sua opera deve essere utile.
Poi sarà A. Smith, all'alba della Rivoluzione industriale, a riprendere lo stesso concetto, peraltro senza citare Platone e facendo credere che fosse una sua invenzione, svolgendolo però questa volta in chiave strettamente economica, e svelandolo come il segreto della nascente economia di mercato. È noto l'esempio che egli fa dello «spillettaio», il quale, facendo tutto da solo riuscirebbe a fabbricare appena uno spillo al giorno, laddove dividendo il lavoro tra dieci persone, ciascuna impegnata in una sola singola operazione, si arrivano a produrre decine di migliaia di spilli giornalieri. Il che anche in questa versione non fa una piega, ma anzi dimostra chiaramente come la divisione delle mansioni aumenta la produttività del lavoro, e dunque la creazione di ricchezza. Tutto sta però a vedere a vantaggio di chi ciò avviene. Smith dice che è tutta la nazione ad arricchirsi, Papa Leone dice che è l'intera società, ma sono due ipocriti spudorati. Infatti la verità è che quella tanto decantata divisione del lavoro, resa possibile dall'introduzione delle macchine nel processo produttivo, si è rivelata famigerata per i lavoratori, mentre ha favorito solamente l'interesse privato degli imprenditori. Per l'operaio la novità del lavoro su scala industriale ha significato svolgere uno stesso singolo movimento dalla mattina alla sera, tutti i giorni dell'anno e per tutta la vita. Il che svela il recondito significato che non solo i liberali e i clericali, ma persino già Platone assegnava alla divisione del lavoro, ossia che ciascuno deve stare al suo posto, a comandare oppure obbedire, secondo le circostanze toccategli in sorte. La versione moderna del principio dimostra in particolare anche il motivo per cui il Papa ritenga impossibile l'uguaglianza, appunto perché la divisione del lavoro organizzata in questo modo, pur così fruttifera di produttività, si regge però solo sopra una divisione tra gli uomini. Né può essere diversamente, dato che i suoi vantaggi finiscono in proprietà privata, il che può verificarsi solo a danno della collettività.
Ovviamente il nostro Pontefice, benché abbia sfiorato certi argomenti, probabilmente parlava senza sapere ciò che diceva, e perlomeno è quasi certo che egli non conoscesse A. Smith, segno che la mentalità liberale ce l'aveva proprio nel sangue, quasi una sorta di istinto innato. Ma che egli fosse anzitutto un prete lo dimostra la sua arcaica concezione del lavoro, esposta secondo «l'oracolo divino» tratto di peso della Bibbia. Dove, com'è noto, non si dice una parola su cos'è il lavoro, ma soltanto che si tratta di una maledizione divina. In più il Papa aggiunge un dettaglio a dir poco sconcertante, e cioè che l'uomo, se non fosse stato "colpevole" avrebbe «liberamente» lavorato «a ricreazione dell'animo», mentre in conseguenza del "peccato originale" è costretto a farlo per forza e con fatica. Il che è senza dubbio quanto di più insulso, meschino e ignobile si possa concepire. Anche perché, considerata l'attività essenziale degli uomini in simili termini d'ineluttabile dolore, è fin troppo facile poi raccomandare i lavoratori a rassegnarsi alla loro condizione, nonché metterli in guardia dai Socialisti che vorrebbero l'impossibile, e cioè ribellarsi all'immutabile fatalità di Dio: «Patire e sopportare è dunque il retaggio dell'uomo; e qualunque cosa si faccia e si tenti, non v'è forza né arte che possa togliere del tutto le sofferenze del mondo. Coloro che dicono di poterlo fare e promettono alle misere genti una vita scevra di dolore e di pene, tutta pace e diletto, illudono il popolo e lo trascinano per una via che conduce a dolori più grandi di quelli attuali».
Da parte nostra, su cosa sia il lavoro in verità, un primo cenno lo abbiamo già fatto nel paragrafo precedente. Qui, per valorizzare ciò che vale sul serio, e per smentire ulteriormente l'infame dottrina ecclesiastica su questa materia, aggiungiamo quanto segue. Ebbene diciamo che l'autentica definizione di uomo, l'espressione che lo distingue realmente da ogni altro essere vivente, è quella di animale che lavora. Come a dire in altre parole che, per quante numerose siano le differenze tra noi e gli altri animali, però il lavoro è prima di tutto il resto ciò che non si predica di altro se non dell'uomo. Certo, agli esponenti del Clero, fissati come sono con l'anima, si fa fatica già a far comprendere la nostra animalità. Ma che noi altri siamo mammiferi appartenenti all'Ordine dei Primati, benché gli ultimi esseri comparsi sulla faccia della Terra, è un dato di fatto che ormai solo la più crassa ignoranza può negare. Dopo di che occorre sapere che l'uomo non ha sempre lavorato, e anzi ha iniziato a farlo solo relativamente molto tardi. Infatti per ben due-tre milioni di anni il genere umano è vissuto allo stato selvatico di natura, esattamente come gli altri animali che per vivere si affidano alle risorse spontanee della Natura. Tutto stava quindi nella capacità di trovare il nutrimento e riuscire a prenderlo. Paradossalmente poi, proprio quando ancora il lavoro propriamente detto non esisteva ancora, era praticata una divisione naturale delle mansioni su base sessuale, con i maschi cacciatori di selvaggina e le donne raccoglitrici di vegetali. Per questo motivo sono state proprio le donne che a un certo punto, diecimila anni fa, hanno fatto la scoperta che ha segnato la svolta fondamentale, accorgendosi che piantando un seme nasceva una nuova piantina.
Così, ciò che oggi può sembrare fin troppo banale, è stata in origine la prima grande Rivoluzione dell'umanità, un evento letteralmente soprannaturale, proprio nel senso che ha inaugurato il dominio degli uomini sopra la Natura, che da allora in poi si sarebbe piegata ai loro scopi. Non a caso la Rivoluzione agricola, più che un passo avanti ha segnato un autentico salto in alto, che dalla Preistoria naturale e animale ha condotto alla Storia sociale e civile degli uomini. E tale svolta epocale è illuminante anzitutto per il significato del lavoro che da essa ha origine. Si vede infatti come questa attività sia un intreccio di sapere e fare, perché prima di dominare la Natura occorre scoprire i suoi segreti, per solo poi poterli sfruttare a proprio vantaggio. Così come si chiarisce il fatto che mediante il lavoro l'uomo produce direttamente egli stesso ciò che gli occorre per vivere, allentando radicalmente la sua dipendenza dalla Natura. La Madre terrena della quale ovviamente ancora oggi non si può comunque fare a meno, e non solo perché ci abitiamo sopra, ma perché è sempre da essa che si ricavano tutte le materie prime necessarie alla produzione di ogni cosa.
Capito a questo punto che cos'è, il lavoro, resterebbe da vedere com'è, per vedere quanto le due cose non coincidano affatto, purtroppo per chi lavora. Proposito che ovviamente non sfiora di un millimetro il nostro Leone, il quale piuttosto, dopo aver denigrato l'essenza fondamentale dell'uomo, passa a raccomandare la necessità della "pace di classe". Egli infatti non rifiuta la lotta negando che esistano classi sociali contrapposte, com'è di moda fare oggi, e anzi riconosce che esiste la differenza e separazione tra «i ricchi e i proletari». Solo che a suo parere è la Natura stessa ad imporre che, invece di «battagliare tra loro un duello implacabile», essi devono andare d'accordo. E per quale motivo? Perché gli uni non possono fare a meno degli altri: «né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale». Peccato che il Papa, come non sa che cos'è il lavoro, così non ha idea di cosa sia il capitale. Ma non è il caso di colpevolizzarlo per questo, dato che a tutt'oggi la maggioranza degli esperti, - politici, economisti, giornalisti e perfino sindacalisti - ignorano certe cose, o perlomeno di sicuro non le dicono.
Ebbene il capitale è denaro, e anzi più precisamente un determinato uso di esso. Per tentare di spiegare la cosa premettiamo che Capitalismo è il termine usato per indicare il moderno sistema dell'economia di mercato, il cui avvento è segnato dalla Rivoluzione industriale di circa due secoli fa. Questo tipo di organizzazione economica del lavoro e della società è incentrato appunto sul denaro, per il quale si vende e con il quale si compra ogni cosa, uomini compresi.
Quanto alla natura e il valore della moneta di per sé, si tratta di una lunga storia che richiederebbe una trattazione a parte. Ciò non impedisce tuttavia di dire nuda e cruda la verità su quella odierna, la quale in realtà non vale il becco di un quattrino. O meglio, sia che si prenda ad esempio una banconota da cinque, da cinquanta o da cinquecento Euro, tutte quante hanno lo stesso valore di pochi centesimi, che poi sarebbe il costo della carta e della stampa di ciascun biglietto. E a chi appartiene questo denaro più recente? Alla Banca Centrale Europea, com'è scritto su ciascuna banconota, sebbene talmente in piccolo che ci vuole la lente. E che cos'è la BCE? Un'istituzione messa in piedi dai politici europei, costituita dalle Banche centrali dei vari Paesi, e però assolutamente autonoma e indipendente dai Governi nella sua funzione di stampa ed emissione di moneta. Questa lapidaria verità può essere dimostrata, ma richiederebbe una conoscenza storica dei mezzi di scambio dalle antiche origini fino ai copiosi Trattati che hanno istituito l'Euro. Ci vuole insomma un lungo e duro lavoro di studio per arrivare alla sconcertante conclusione che il denaro non vale un bel niente, e non solo l'Euro, ma anche il Dollaro, la Sterlina e ogni altra moneta in circolazione oggigiorno, nonché ovviamente anche la vecchia Lira.
Ovviamente i parolai televisivi di ogni specie se ne guardano bene dal dirlo, e anzi parlano in coro del denaro come "risorsa" e "ossigeno" indispensabile all'economia. Non a caso, perché in effetti sembra evidente proprio il contrario, ossia che il denaro vale tutto, data la pervasività di quest'oggetto nella vita umana, sia degli individui che degli Stati. Gli stessi politici nel descrivere le loro azioni di governo parlano sempre in termini di denaro, e d'altra parte il valore di ogni cosa è espresso in prezzo monetario. Inoltre sono anche il salario da lavoro e il profitto da capitale ad essere determinati nello stesso modo. Sempre di denaro si tratta, lo stesso per tutti, qualunque sia il rapporto entro il quale esso è scambiato. Indubbiamente il meccanismo monetario sembra funzionare perfettamente, e indipendentemente dal suo valore intrinseco, visto che la moneta consiste di semplice carta stampata, e perfino di impalpabili impulsi elettronici.   
C'è però un altro dettaglio essenziale che a prima vista sfugge completamente, e cioè che nelle faccende di denaro è come lo si maneggia che fa la differenza. Sarebbe a dire che, della stessa moneta, è possibile fare un duplice uso, di cui l'uno è diametralmente opposto all'altro. E che è proprio questo particolare a nascondere il dissidio insanabile esistente tra le due principali parti economiche della società. Il primo a rivelare questo recondito e scottante segreto dell'economia, non a caso ancora oggi largamente ignorato, è stato K. Marx, la cui lezione tentiamo di semplificare in parole povere. Vediamo quindi come, in un'economia liberale di mercato, si comportano lavoratori e imprenditori nell'uso che fanno del comune denaro.
Ebbene la prima regola del gioco è che per vivere occorre disporre di denaro, e che per averlo bisogna dare, o meglio vendere qualcosa in cambio. L'operaio però, proletario qual è, non possiede altro che i propri figli, e dunque è costretto a vendere se stesso, cosa che fa al "mercato del lavoro". Così ottiene il denaro sotto forma di salario, con cui compra ciò che serve alla sussistenza sua e della propria famiglia. Costui insomma vende per comprare, ossia il denaro che ricava egli lo spende nell'acquisto dei beni di consumo necessari per vivere. In questo modo diciamo che fa un uso naturale del denaro, cioè che lo adopera come un semplice mezzo di scambio. Mettiamoci invece ora nei panni dell'imprenditore, per cominciare del commerciante, che è la forma più antica e più semplice di questo tipo d'uomo. Costui è per definizione proprietario, quello che il denaro lo detiene già in mano, o perché lo ha accumulato in precedenza, oppure lo ha ereditato, o ancora l'ha ricevuto in prestito. Ebbene egli può fare una cosa sola, comprare, solo che lo fa non per consumare, bensì compra per vendere a un prezzo più alto. In tal modo diciamo che fa un uso capitale del denaro, adoperandolo come principio e fine dello scambio. Il comportamento dell'imprenditore industriale è un po' più complesso, ma il modo di fare è esattamente lo stesso di quello commerciale. Egli compra i lavoratori, cioè la "merce umana", per poi vendere i beni che il lavoro ha prodotto. E come per il mercante la merce che tratta non lo interessa per se stessa, ma è un semplice mezzo per arricchire, così per l'industriale è altresì il lavoratore.
Ecco come da questo benché schematico quadro si capisce quanto sia incolmabile il conflitto di interessi tra i due modi di fare, ossia tra le due categorie sociali di uomini, o ancora tra lavoro e capitale. In tutti i casi il significato di imprendere è uguale, e cioè "mettere per prendere" denaro, e anzi prendere il più possibile più di quanto non si sia messo. Perché proprio questo vuol dire investire, ossia nient'altro che anticipare denaro, di cui in un modo o nell'altro si dispone, e cioè lasciarlo andare, ma solo per poi farlo tornare indietro aumentato, solo per ciò che gli stessi economisti chiamano profitto. Laddove i lavoratori il loro denaro salario gli tocca di spenderlo una volta per tutte, perché ciò che comprano hanno bisogno di consumarlo per vivere.
Si vede anche come salari e profitti, pure pertinenti a due categorie separate di uomini, siano le facce di una stessa medaglia. Come ha riconosciuto lo stesso Leone XIII, lavoro e capitale non possono stare l'uno senza l'altro. Egli però, proprio come i Liberali, lascia intendere che questa sia una legge universale eterna della società, invece che quella assai parziale di un'economia di mercato. Un sistema che si regge su un totale rovesciamento dei valori, un mondo nel quale appunto il denaro è tutto, pur non valendo di per sé un bel niente, mentre il lavoro umano è ridotto a un semplice mezzo da usare e sfruttare, un costo da sopportare per l'impresa, come se fosse un macchinario tra gli altri. Perché questa è la sostanza della "libertà" liberale propugnata a gran voce ancora oggi, quella di vendere se stessi oppure di comprare gli altri, in un atroce gioco delle parti mascherato dietro l'ipocrita velo della democrazia rappresentativa. Il lavoratore odierno è infatti solo assai formalmente "libero", poiché c'è il moderno imprenditore che si approfitta di lui proprio come il signore faceva del servo nel Medioevo, o il padrone dello schiavo nell'Antichità. E pensare che la sua condizione attuale sia quanto di meglio possa esserci, il non plus ultra del suo benessere, rivela o semplice povertà di pensiero oppure semplice bieco opportunismo.

Nessun commento:

Posta un commento